Gabriele Segre analizza con l’Altravoce la situazione in Israele dopo le elezioni per il rinnovo della Knesset
«L’affluenza molto alta mostra una grande vivacità della società israeliana. Il dato più importante è la partecipazione dei cittadini arabi israeliani: numeri che hanno paragoni con il passato. Di solito l’astensione degli arabi israeliani è stata una dichiarazione politica di non adesione alla vita pubblica dello Stato israeliano, ma stavolta il voto è molto netto».
Gabriele Segre, esperto di leadership e relazioni internazionali e direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, è un profondo conoscitore di Israele. E spiega: «Sul punto si confrontano due narrative. Quella di Netanyahu, per il quale gli arabi sono una popolazione estranea, un nemico interno, ostile all’identità sionista. Quella alternativa secondo cui la società israeliana deve trovare una unità più composita».
Ora la partecipazione dei partiti arabi al governo diventa realistica?
«In parte i partiti arabi non hanno fatto passi avanti per accettare che lo Stato d’Israele esista come stato a maggioranza ebraica. C’è anche una responsabilità di quella parte di società israeliana che non si fida e si concepisce come una democrazia etnica ebraica. Ma chi crede in una democrazia liberale e plurale e ammette la partecipazione degli arabi riuscirà a tradurre tutto ciò in un fatto politico? Gadi Eisenkot è una persona seria e onesta intellettualmente ma non ha l’acutezza politica che servirebbe per fare una manovra così complessa. Ci vuole grande coraggio per fare un governo con gli arabi».
Che cosa può succedere con questo risultato?
«Spero di essere smentito e che ci siano le condizioni per creare una coalizione con gli arabi, magari con il supporto esterno. Tutte le altre opzioni favoriscono Netanyahu. Il soccorso al governo da parte del partito di Bennet o di altri pezzi dell’opposizione è l’opzione che Bibi vuole meno, mentre Eisenkot ha già perso credibilità perché non ha vinto. L’opzione migliore per Netanyahu è tornare al voto e fare man bassa di voti».
Il “Blocco del Cambiamento” sembra comunque una raccolta di formazioni disomogenee tra loro. Anche con il supporto dei partiti arabi, sarebbe in grado di governare?
«È proprio così, non c’è unità. Il blocco non ha la maggioranza, ma sul soccorso dei partiti arabi, si può sfaldare. Eisenkot e Golan sono aperti, ma Lieberman non vuole gli arabi e Bennet deve decidere cosa fare da grande: potrebbe anche valutare di andare a supporto di Netanyahu e fare il suo numero due».
Su Gaza e Cisgiordania che posizioni assumono?
«Eisenkot ha condannato i coloni, i democratici sono gli unici che parlano di soluzione politica, ma “due popoli, due Stati” è una soluzione anacronistica: ne parliamo solo noi in Europa».
E in politica estera?
«Dopo il 7 ottobre è cambiata per tutti. Israele non aspetta più, decide di intervenire prima contro le minacce esistenziali. Le guerra contro l’Iran ha un consenso trasversale ed è inevitabile: è questione di “quando”, non di “se”».
Nel blocco ci sono per lo più partiti di centro e di destra. La sinistra in Israele è sparita?
«La distinzione classica tra “democrazia liberale uguale sinistra” e “democrazia etnica uguale destra” non funziona: Israele è un paese diverso. Eredita la cultura democratica occidentale, ma da 80 anni è incardinato nel Medio Oriente, ha vissuto grandi ondate migratorie da paesi musulmani e dai paesi dell’ex Urss, è in guerra da 30 anni. La dicotomia destra e sinistra non basta per spiegarne le identità politiche».
Antisionismo e antisemitismo: che cosa pensano gli israeliani di questa deriva occidentale?
«C’è una sensazione di arroccamento, specie nei confronti dell’antisemitismo crescente in America. Alcuni comprendono che le azioni indifendibili del governo hanno fomentato l’antisemitismo, ma è una minoranza. Tutti in Israele ritengono che l’antisemitismo e l’antisionismo non sono mai morti e sopravvivono come un fiume carsico».
Torniamo ai “due popoli due stati”: perché la considera una soluzione anacronistica?
«Oggi non ci sono le condizioni, ma la politica è l’arte dell’impossibile. I palestinesi devono capire chi sono e uscire dal caos che li soverchia, scegliere quale architettura dare alla loro società tribale. Per ora la storia ci dice che non c’è qualcosa che va al di là della lotta all’occupante israeliano. Ma questo è anche un alibi per Israele: se i palestinesi fossero pronti per l’unità, il superamento della resistenza e la pacificazione, non sono sicuro che oggi Israele sarebbe pronto come era 25 anni fa. Ma spero di sbagliarmi».
I palestinesi hanno avuto occasioni che non hanno sfruttato?
«Hamas non è un’organizzazione nazionalista, non è interessata a costruire uno stato per gli interessi del popolo palestinese. È organizzazione islamista radicale che vuole la cacciata degli ebrei dalle terre dell’Islam anche a costo del martirio dei musulmani. La prova plastica è che la città sotto Gaza è fatta da tunnel dove hanno trovato rifugio i miliziani di Hamas, non i palestinesi. Ahmed Fouad Alkhatib, analista palestinese esperto di politica e affari umanitari a Gaza, che ha patito la morte di una trentina di familiari nella guerra, ne ha fatto il titolo del suo libro: “Hamas e i suoi due milioni di ostaggi“».






























