La giudice Tiziana Landoni respinge la richiesta di carcere per il ricercatore che amministrava il canale Telegram «Movimento 17 ottobre». Nelle 37 pagine del provvedimento distingue la disobbedienza civile dall’istigazione a delinquere. La premier attacca, l’Anm denuncia la delegittimazione della magistratura
Youssef Siher torna in libertà. La gip di Milano Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo del ricercatore trentenne, arrestato nella notte tra sabato e domenica nell’ambito delle indagini sui disordini del 17 e 18 ottobre.
La giudice ha respinto anche la richiesta della Procura di applicare la custodia cautelare in carcere, ritenendo che gli elementi raccolti non siano sufficienti a sostenere i gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati.
La decisione ha provocato uno scontro tra Palazzo Chigi e la magistratura. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di una «decisione vergognosa», definendola una «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine».
L’Associazione nazionale magistrati ha espresso solidarietà alla gip e denunciato un «attacco scomposto» da parte della premier.
La gip: «Disobbedienza civile, non violenza»
Siher era stato fermato in quanto amministratore del canale Telegram «Movimento 17 ottobre», aperto dopo le due giornate di disordini a Milano. La Procura aveva ipotizzato nei suoi confronti i reati di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata durante manifestazioni di piazza. Anche la moglie è indagata, ma a piede libero.
Nelle 37 pagine del provvedimento, la giudice Landoni ricostruisce il contenuto dei messaggi diffusi dal ricercatore e ne dà una lettura diversa da quella dell’accusa.
Secondo la gip, Siher ha espresso una critica alle politiche del governo, utilizzando anche espressioni dure e volgari, e ha prospettato forme di «disobbedienza civile». Ma non ha indicato specifiche azioni violente né sollecitato gli iscritti al canale a commettere reati.
I messaggi, scrive la giudice, miravano a «promuovere la formazione di una coscienza collettiva», non ad «arrecare un grave danno allo Stato» o a «intimidire la popolazione».
Per configurare il reato di istigazione, sottolinea il provvedimento richiamando la giurisprudenza e la Corte costituzionale, non basta esprimere posizioni radicali o ostili alle istituzioni. Occorre che quelle parole siano concretamente idonee a provocare la commissione di delitti. In caso contrario, si finirebbe per comprimere la libertà di espressione garantita dalla Costituzione.
Il vademecum per le manifestazioni
Tra gli elementi contestati a Siher c’era anche una generica «dichiarazione di guerra» a un «presente infame». La gip osserva però che l’espressione non era rivolta direttamente alle istituzioni dello Stato e non conteneva indicazioni concrete per compiere atti violenti.
Il ricercatore, secondo la ricostruzione della giudice, intendeva organizzare una mobilitazione continuativa contro problemi sociali ed economici che riteneva ignorati dalle politiche governative.
Anche il vademecum pubblicato nel gruppo Telegram viene interpretato in questo contesto. Il documento indicava tre obiettivi della disobbedienza civile: manifestare il dissenso, coinvolgere più persone possibile e proteggere i partecipanti alle proteste.
Conteneva consigli sull’abbigliamento e sulla disponibilità di kit di pronto soccorso, oltre a indicazioni sui comportamenti da tenere durante i cortei. Si parlava anche di «sfondare» eventuali sbarramenti, ma si invitavano i manifestanti ad arretrare se le forze dell’ordine avessero iniziato a colpire.
Per la gip, non emerge un progetto di aggregare persone allo scopo di commettere violenze. Nei messaggi non vengono neppure indicate come modello le aggressioni avvenute a Milano il 17 e 18 ottobre. Il richiamo alle proteste francesi, contestato dalla Procura, è considerato generico e riferito all’attivismo dei movimenti, non a specifici episodi violenti.
Escluso anche il pericolo di fuga
La giudice ha respinto la ricostruzione dell’accusa anche sul rischio che Siher potesse sottrarsi alle indagini.
Prima del fermo, il ricercatore e la moglie si erano spostati dalla loro abitazione fuori Milano per raggiungere un’amica nella zona di Corvetto. Secondo la gip, non ci sono elementi per interpretare quel trasferimento come un tentativo di rendersi irreperibili.
La stessa Procura, osserva il provvedimento, aveva ipotizzato che lo spostamento fosse collegato alla manifestazione prevista per il giorno successivo.
Non viene considerato indicativo di un possibile tentativo di fuga neppure il rifiuto di comunicare agli investigatori le credenziali di accesso al telefono cellulare durante la perquisizione. Si tratta, scrive la giudice, di un comportamento «di per sé neutro».
La decisione non chiude l’inchiesta. La gip precisa infatti che la valutazione riguarda gli elementi raccolti fino a questo momento, facendo salvi eventuali successivi approfondimenti investigativi.
Meloni: «Decisione vergognosa». L’Anm difende la gip
La scarcerazione ha provocato la reazione della presidente del Consiglio. In un video pubblicato sui social, Giorgia Meloni ha definito il provvedimento «una decisione vergognosa».
«Penso che questa sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine», ha aggiunto la premier, contestando la scelta della magistrata di non convalidare il fermo.
L’Associazione nazionale magistrati ha risposto esprimendo solidarietà alla collega milanese. «Un attacco scomposto da parte della presidente del Consiglio», ha dichiarato l’Anm, secondo cui «la delegittimazione dei colleghi, persino da chi ricopre le più alte cariche istituzionali, è invece un ormai consueto esercizio di intimidazione».
Lo scontro si concentra sul confine tra libertà di manifestazione del pensiero e istigazione a commettere reati. Per la Procura, i contenuti diffusi da Siher giustificavano il fermo e la richiesta di custodia cautelare. Per la gip, almeno allo stato degli atti, quel confine non è stato superato.

































