27 Ott, 2026

Quei cattivi maestri che seducono le piazze

Youssef Siher

Dal caso Youssef Siher al rapporto tra islamismo e sinistra radicale: il rischio che minoranze organizzate orientino le proteste studentesche e la responsabilità della cultura democratica


Youssef Siher, chi è costui? Da dove spunta questo Carneade – laureato, con esperienza giornalistica, ex stagista all’Ispi, italiano di seconda generazione – identificato come la presunta «mente» della pagina Instagram «Movimento 17 ottobre»?

È accusato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, ma le ipotesi d’accusa sono tutte da verificare. L’amministrazione di una pagina – nata oltretutto dopo i disordini – non dimostra certo la direzione di un’intera protesta o della sua frangia violenta, né tanto meno è pensabile associare la mobilitazione studentesca ai deliri di un tizio che definisce il massacro del 7 ottobre «un atto rivoluzionario di decolonizzazione».

Quello su cui, però, dovremmo interrogarci è, in via induttiva, il tipo di cultura che può accompagnare il tentativo, velleitario o meno, di assumere la guida di una mobilitazione. E dunque che cultura nutre Siher, questo Toni Negri in sedicesimo dell’islamo-gauchismo?

Basta leggere l’enfatico incipit di un suo articolo pubblicato lo scorso 26 gennaio su Substack per rendercene conto: «La rottura con l’ordine costituito fondato sull’imperialismo occidentale non può essere pensata come un semplice evento politico o come l’esito di una dinamica riformista interna al sistema imperialista stesso. Essa presuppone, prima ancora, una frattura più profonda: una rottura ontologica, cioè una messa in discussione radicale del modo in cui l’Occidente – con le sue strutture, le sue istituzioni, i suoi partiti di sinistra, i suoi sindacati e i suoi movimenti rivoluzionari – concepisce sé stesso, il mondo e la propria posizione di dominio al suo interno».

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Dal terzomondismo all’antisionismo radicale

Certo, niente di nuovo sul fronte militante e antioccidentalista, con le sue istanze palingenetiche. Il lessico di Siher sembra addirittura parodistico, nella sua riproposizione di concetti legati al terzomondismo degli anni Sessanta, poi saldatosi alla folgorazione dell’intellettualità progressista sulla via di Teheran, ai tempi della rivoluzione khomeinista, e intrecciatosi all’assolutizzazione ideologica della causa palestinese, trasformata in spiegazione generale dei mali del mondo, anche dopo che la matrice islamista di Hamas si è distinta dalle tradizioni laiche e marxiste presenti nell’Olp.

Una parabola che ha avuto come esito finale il dato di fatto che un nemico condiviso tra due ideologie apparentemente opposte abbia reso secondario l’ordinamento che ciascuna intende costruire. Il collante di questa convergenza è stato – e continua a esserlo oggi più di ieri, dopo il 7 ottobre – ciò che Pierre-André Taguieff chiama «la nuova giudeofobia», risultato della configurazione antiebraica formatasi nell’incontro fra mobilitazioni islamiste e antisionismo radicale di estrema sinistra, anche attraverso un linguaggio che si proclama antirazzista.

La contraddizione delle libertà negate

C’è, dunque, una compatibilità pratica pur fra progetti profondamente diversi. Alcuni ambienti antagonisti possono leggere nella forza islamista un agente della rottura rivoluzionaria, così come i sostenitori di quella forza possono ottenere spazi e legittimazione nel discorso progressista. La contraddizione che emerge è l’accantonamento delle libertà che una politica emancipatrice dovrebbe difendere (che posto hanno, ad esempio, il dissenso e l’eguaglianza delle donne nel progetto celebrato come liberazione?).

La critica all’Occidente è parte della sua vita democratica, ma esiste anche un antioccidentalismo che diventa un criterio sufficiente per assolvere un potere o un’organizzazione, con il paradosso che la solidarietà selettiva rende invisibili gli oppressi dell’alleato.

Il rischio di una protesta guidata da minoranze organizzate

Tornando a Siher, le sue farneticazioni hanno dunque una sostanza ideologica che, per quanto possa apparire logora, esiste, è sempre più diffusa, in Italia e nel resto d’Europa, rinvigorita dall’ondata di antisionismo provocata dalla guerra a Gaza (basta vedere come la bandiera palestinese sia diventata un brand riconoscibile in tutte le manifestazioni di questi giorni).

Naturalmente qui non è in discussione la legittimità delle proteste degli studenti, ma piuttosto la capacità di minoranze organizzate di orientarne il linguaggio e gli obiettivi. In altre parole: possiamo interrogarci seriamente, a partire dal caso Siher, sul possibile passaggio dalla protesta su problemi concreti a una lettura complessiva che presenta la democrazia come una finzione irriformabile? Si può, cioè, difendere l’autonomia degli studenti discutendo chi pretende di parlare in loro nome e quale idea di società propone?

Le idee rivoluzionarie, anche radicali, di Siher non dimostrano da sole un progetto terroristico, e tuttavia il problema diventa concreto quando la giustificazione della violenza – a partire da quella jihadista – si traduce in condotte e strutture operative. Nel caso del simpatizzante di Hamas e della sua improbabile responsabilità di leader, questi passaggi devono essere accertati dalla magistratura.

La responsabilità della sinistra democratica

Resta però la questione non secondaria del pericolo, o della minaccia, che ambienti militanti cerchino di convertire una mobilitazione sociale in un conflitto contro l’ordinamento democratico. A questo pericolo, a questa minaccia, siamo chiamati a rispondere tutti, ma una responsabilità particolare ricade proprio sulla cultura politica che ha fatto dell’emancipazione la propria ragione.

Il compito politico di una sinistra realmente democratica dovrebbe essere quello di restituire contenuto universale alla solidarietà. Questo richiede, ad esempio, di riconoscere il dissenso anche nei paesi e nei movimenti schierati contro l’Occidente, sostenendo chi vi chiede libertà.

E per quanto riguarda i giovani che protestano: la loro autonomia dipende dalla possibilità di scegliere obiettivi e metodi senza consegnare a un nemico assoluto tutta la spiegazione del proprio disagio, perché la qualità emancipatrice di un movimento si riconosce dalle libertà che intende rendere possibili, anche per chi gli si oppone.

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