Il Dipartimento di Giustizia contesta all’ex direttore dell’Fbi la presunta divulgazione di informazioni riservate dieci anni fa. La difesa denuncia un abuso e chiede l’archiviazione: il nodo è la prescrizione. Trump: «Un poliziotto corrotto»
Il Dipartimento di Giustizia americano torna all’attacco di James Comey, l’ex direttore dell’Fbi licenziato da Donald Trump nel 2017 e da allora uno dei suoi più noti avversari.
Per la terza volta i procuratori federali cercano di portarlo davanti a un tribunale penale. Questa volta l’accusa riguarda la presunta divulgazione di informazioni riservate sulla sicurezza nazionale a un giornalista del New York Times nell’ottobre 2016. Ma il nuovo procedimento nasce già al centro di una battaglia legale: i fatti risalgono a dieci anni fa e la difesa sostiene che siano ormai prescritti.
Le accuse contro Comey
Secondo gli atti giudiziari resi pubblici lunedì 26 ottobre, Comey avrebbe ordinato ad alcuni collaboratori di trasmettere informazioni sensibili a un reporter. Le contestazioni riguardano la comunicazione non autorizzata di informazioni sulla difesa nazionale e un’ipotesi di cospirazione per divulgarle.
Il Dipartimento di Giustizia ha però precisato che il documento depositato, denominato criminal information, non costituisce ancora un’incriminazione approvata da un grand jury. L’atto, presentato il 5 ottobre, servirebbe a interrompere il decorso della prescrizione decennale prevista per i reati contestati nell’ambito dell’Espionage Act.
La difesa contesta la validità dell’operazione: per procedere entro i termini, sostiene, sarebbe stata necessaria una vera incriminazione. Sarà un giudice a stabilire se la mossa dei procuratori sia legittima.
L’ex direttore dell’Fbi: «Un abuso della giustizia»
Comey ha respinto le nuove accuse con un video pubblicato sui social. «Sarebbe quasi divertente, se non fosse un abuso così spaventoso del Dipartimento di Giustizia, al quale non possiamo abituarci», ha dichiarato.
I suoi legali ricordano che la vicenda era già stata esaminata in precedenti indagini senza portare a incriminazioni. Anche il procuratore speciale John Durham, incaricato di indagare sulle origini dell’inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, aveva criticato alcune decisioni dei vertici dell’Fbi senza individuare elementi sufficienti per procedere penalmente contro Comey.
Interpellato sul nuovo caso al rientro a Washington, Trump ha dichiarato di saperne poco.
«Penso che James Comey sia un poliziotto corrotto, ma non so nulla di questa vicenda».
Gli altri due procedimenti e lo scontro con Trump
Il nuovo caso si aggiunge a una lunga serie di scontri giudiziari tra l’amministrazione Trump e l’ex capo dell’Fbi. Un precedente procedimento, relativo alle dichiarazioni rese da Comey al Congresso sulle fughe di notizie verso la stampa, è stato archiviato lo scorso anno dopo che un giudice aveva ritenuto illegittima la nomina della procuratrice incaricata.
Resta invece aperto un altro procedimento in North Carolina, dove Comey è accusato di aver minacciato Trump pubblicando sui social una fotografia di conchiglie disposte a formare il numero «8647», interpretato dall’accusa come un messaggio contro il presidente.
La terza iniziativa giudiziaria riporta così al centro del confronto non soltanto le presunte rivelazioni del 2016, ma anche i limiti entro i quali il Dipartimento di Giustizia può riaprire vicende già esaminate. E soprattutto la questione della prescrizione, dalla quale dipende la possibilità stessa di celebrare il nuovo processo.

































