Nato nel 1986 come inserto gastronomico del quotidiano comunista, il Gambero Rosso è diventato un gruppo editoriale internazionale. La storia dell’intuizione di Stefano Bonilli, tra lotta di classe, tartufi, grandi vini e una domanda: che resta dello spirito originario?
Il paradosso è tutto in quel gambero che si muove all’indietro e in quel rosso che, quarant’anni dopo, non ha smesso di evocare una certa idea di sinistra. Alla Nuvola di Fuksas a Roma si festeggia la storia di un marchio diventato un protagonista internazionale dell’enogastronomia.
Ma per capire davvero il Gambero Rosso bisogna tornare a quando il tartufo, il vino buono e la rivoluzione proletaria si ritrovarono, quasi senza accorgersene, nella stessa pagina di giornale. Un matrimonio improbabile, forse persino scandaloso. E proprio per questo geniale.
Quarant’anni fa un inserto gastronomico sfidava commercianti e ristoratori dalle pagine del quotidiano comunista. Oggi è un gruppo multimediale, quotato in Borsa, che celebra chef, grandi vini e cucina d’autore. Ma che cosa resta di quella piccola nave pirata?
Alla Nuvola di Fuksas, tra grandi chef, degustazioni, Tre Bicchieri e bottiglie da collezione, il Gambero ha festeggiato i suoi primi quarant’anni. Roma capitale della gastronomia italiana, con le nuove guide, i produttori e una sfilata di protagonisti dell’alta cucina. Eppure, dietro questa festa del gusto, c’è una storia che meriterebbe un brindisi soprattutto per la sua incredibile anomalia.
Perché il Gambero Rosso nacque dentro il Manifesto, il quotidiano comunista che ancora oggi rivendica sotto la testata la propria identità politica.
Quarant’anni dopo, il giornale continua a dichiararsi comunista mentre la sua costola gastronomica è diventata un’impresa editoriale internazionale. Due destini diversi, partiti dalla stessa pagina.
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Il 1986, la Guerra fredda e la rivoluzione di Bonilli
Per capire l’azzardo bisogna riavvolgere il nastro al 16 dicembre 1986. L’Italia è governata da Bettino Craxi, al suo secondo esecutivo, dentro il pentapartito. Il segretario della Dc è Ciriaco De Mita, quello del Pci Alessandro Natta. Il mondo è diviso dalla Guerra fredda, ma qualcosa comincia a muoversi: Michail Gorbaciov ha avviato la perestrojka, Ronald Reagan continua a sfidare l’Unione Sovietica, il Muro di Berlino è ancora in piedi. In Italia si discute di Finanziaria, di equilibri di governo, di potere.
La politica è una partita permanente tra De Mita e Craxi, tra la Dc e il Psi, con il tormentato patto della staffetta sullo sfondo. La Prima Repubblica già scricchiola. Tangentopoli è un nome sconosciuto. Gli anni di piombo stanno lasciando il posto ad altre inquietudini, mentre il maxiprocesso di Palermo porta in tribunale Cosa nostra.
Fuori dai palazzi, gli anni Ottanta si presentano con i capelli cotonati, le discoteche, il pop, la tv commerciale. È il decennio di Vamos a la playa dei Righeira. Si balla, si consuma. Il comunismo è una fede per alcuni, una tradizione per altri, un problema per quasi tutti.
È in questo clima che Stefano Bonilli, seduto su uno strapuntino, nella redazione di via Tomacelli, mette in piedi la sua piccola rivoluzione. Il 16 dicembre esce un inserto di 8 pagine, disegnato da Piergiorgio Maoloni. Il titolo è Gambero Rosso, preso dall’osteria delle Avventure di Pinocchio. Il messaggio è limpido: il consumatore deve smettere di farsi prendere per il naso.
Dal tartufo alla lotta di classe, il cibo diventa politica
L’editoriale d’esordio strizza l’occhio alla vocazione proletaria: «Facciamo la guerra». Una guerra dichiarata ai commercianti e ai ristoratori che cercano di «fregare» il consumatore. Una battaglia per la trasparenza, la qualità e il diritto di sapere che cosa si compra e cosa si mangia. Poi, a pie’ di pagina, arriva il colpo di teatro: un articolo sulle potenzialità erotiche del tartufo, con tanto di spiegazione scientifica sulla superiorità del fiuto delle scrofe rispetto a quello dei cani nella ricerca del prezioso tubero. Dalla lotta di classe alla libido. Tutto nella stessa pagina.
Ma che cosa c’entravano il vino pregiato, la cucina raffinata e i ristoranti con la rivoluzione? Che rapporto poteva esserci tra una bottiglia d’annata e il pensiero di Rossana Rossanda, tra una forchetta e le elaborazioni politiche di Luigi Pintor? Il Manifesto era nato dall’esperienza di una sinistra espulsa o allontanatasi dal Pci. Rossanda, Pintor, Magri, la Castellina e Parlato erano usciti dal Pci molto prima che il Pci cominciasse a fuoriuscire da se stesso. E adesso, nel giornale che portava avanti quella tradizione, si faceva spazio a un manipolo di buongustai.
La risposta, forse, stava proprio nel rifiuto di considerare il cibo una faccenda minore. Mangiare bene non era necessariamente un lusso da borghesi; così come parlare di vino non significava arrendersi al capitalismo. La gastronomia poteva essere cultura materiale, territorio, lavoro, agricoltura, tutela del consumatore. Poteva persino diventare politica, purché non si pretendesse di risolvere la questione sociale con un risotto. Bonilli ebbe un’intuizione geniale: il racconto del cibo poteva uscire dalle riviste patinate.
Dalle prime guide alla quotazione in Borsa
Il successo fu rapido. Nel 1987 arrivò la prima guida Vini d’Italia, poi le guide dei ristoranti. Nel 1992 il Gambero Rosso si separò dal quotidiano e diventò una pubblicazione autonoma. Nel 1999 sbarcò in televisione con il Gambero Rosso Channel; seguirono la Città del Gusto, la formazione, gli eventi, il digitale. Da inserto di 8 pagine a gruppo multimediale, fino alla quotazione in Borsa.
Quarant’anni dopo, che cosa resta della nave pirata?
Ecco allora la domanda che i festeggiamenti non possono evitare. Quella vocazione originaria è stata rispettata? Il Gambero Rosso ha continuato a fare la guerra a chi inganna il consumatore oppure, crescendo, ha finito per accomodarsi al tavolo dei potenti del settore? Le guide sono ancora strumenti di orientamento oppure rischiano di trasformarsi in certificati da esibire? La qualità è rimasta il criterio fondamentale o, come accade spesso quando un’intuizione diventa un marchio, il marchio ha finito per vivere di vita propria?
Non sarebbe giusto liquidare quarant’anni di lavoro come una resa al mercato. Alla Nuvola si celebrano un’impresa riuscita e una storia editoriale fuori dal comune. Ma viene da chiedersi se, nel passaggio dal Manifesto alla Borsa, il Gambero sia rimasto indietro davvero.
































