I due pachistani fermati per la strage di Amendolara compaiono davanti al gip di Castrovillari. La Procura punta ora a ricostruire il movente della strage dei 4 braccianti e a verificare eventuali legami con caporalato, sfruttamento e reclutamento della manodopera agricola
Compaiono oggi davanti al gip di Castrovillari Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi pachistani di 31 anni, i due uomini fermati per la strage di Amendolara, dove tre migranti afghani e un pachistano sono stati uccisi e bruciati vivi all’interno di un minivan. Dopo aver chiuso il cerchio sui presunti autori materiali del massacro, gli investigatori cercano ora di chiarire il movente e il contesto in cui è maturato il quadruplice omicidio.
L’udienza davanti al gip
I due indagati sono chiamati a rispondere delle accuse davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari. Nel corso dell’interrogatorio davanti alla pm Roberta Bello hanno scelto di non rispondere. Oggi il gip tenterà di chiarire i motivi che potrebbero aver portato a un delitto di una violenza eccezionale.
L’inchiesta della Procura di Castrovillari, condotta insieme alla Squadra Mobile di Cosenza, punta adesso a ricostruire non soltanto le responsabilità individuali, ma anche il contesto sociale e lavorativo nel quale si è sviluppata la vicenda.
Chi erano le vittime
Nel rogo hanno perso la vita il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni.
Secondo quanto emerso dalle indagini, i quattro lavoratori si trovavano all’interno di un minivan quando il veicolo è stato incendiato. Gli investigatori ritengono che siano stati bruciati vivi senza alcuna possibilità di fuga.
La pista del lavoro nei campi
Una parte importante dell’inchiesta riguarda il lavoro svolto dalle vittime e dagli indagati nelle settimane precedenti alla strage.
Gli investigatori stanno verificando i rapporti con alcune aziende agricole della zona di Scanzano Jonico, in provincia di Potenza, dove il gruppo avrebbe lavorato nella raccolta delle fragole. L’obiettivo è capire se i rapporti di lavoro fossero regolari oppure se dietro la tragedia si nasconda un sistema di sfruttamento della manodopera migrante.
Caporalato o guerra tra braccianti?
È proprio su questo punto che si concentra l’attenzione della Procura. Gli inquirenti vogliono accertare se le vittime venissero reclutate e indirizzate alle aziende agricole da intermediari illegali oppure se i contatti con i datori di lavoro fossero diretti.
L’ipotesi del caporalato resta una delle piste più rilevanti, ma al momento non è l’unica. Gli investigatori stanno valutando anche la possibilità che il movente sia nato all’interno delle stesse comunità di lavoratori migranti presenti nell’area.
Il ruolo dei due indagati
Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda il ruolo effettivamente svolto da Safeer Ahmed e Ali Raza.
Gli inquirenti stanno cercando di capire se fossero veri caporali, eventualmente collegati a una rete di reclutamento della manodopera, oppure se fossero a loro volta braccianti che sfruttavano la propria permanenza più lunga in Italia e la disponibilità di mezzi di trasporto per ottenere denaro dagli altri lavoratori.
Secondo le prime ricostruzioni, il minivan nel quale sono stati uccisi i quattro migranti sarebbe di proprietà di uno dei due fermati.
Le domande ancora aperte
Nonostante i fermi e le immagini che avrebbero consentito di individuare i presunti responsabili, molte domande restano senza risposta. Gli investigatori devono ancora ricostruire il movente preciso della strage, chiarire il sistema di rapporti che legava vittime e indagati e verificare se dietro il massacro esista un contesto più ampio di sfruttamento lavorativo.


































