12 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Lug, 2026

Quando fanno il compleanno le parole?

Mamma con Bambino di L. B. Perrault

Qual è la parola più antica del mondo, quella che l’uomo usa da più tempo: madre? Dio? Vino? Pane? Vediamo cosa dice la madre lingua del protoindoeuropeo


Nel tempo abbiamo conosciuto il loro valore, abbiamo imparato che una è poca e due sono troppe. Man mano che i contesti si facevano spazio nel mondo, capivamo dove e quando (e se evitare di) utilizzare le parole; abbiamo imparato a riconoscerle in un dizionario nei primi anni di scuola e nel nostro quotidiano, a familiarizzare con termini nuovi e meno nuovi, alcuni anche di millesima mano.

Le parole hanno un compleanno?

Quando pronunciamo una parola, difficilmente ci fermiamo a pensare da quanto tempo esista. Eppure ogni termine che usiamo ogni giorno porta con sé una storia che può durare decenni, secoli o addirittura migliaia di anni. Viene naturale chiedersi quale sia la parola più antica del mondo, quella che l’uomo usa da più tempo. La risposta, però, è meno semplice di quanto sembri. Gli studiosi di linguistica storica spiegano infatti che è impossibile individuarla con certezza: il linguaggio parlato è molto più antico della scrittura e probabilmente esiste da oltre centomila anni, mentre le prime testimonianze scritte risalgono a poco più di cinquemila anni fa.

Per decine di migliaia di anni gli esseri umani hanno parlato senza lasciare alcuna traccia delle proprie parole, che si sono trasformate, sono scomparse o hanno dato origine a lingue completamente nuove. Magari non siamo in grado di individuare la parola che ha spento più candeline da quando il linguaggio esiste, ma gli studiosi sono riusciti a ricostruire una lingua chiamata Protoindoeuropeo e considerata la madre di gran parte delle lingue europee, oltre che di molte lingue dell’Asia, e da qui possiamo partire per intercettare le più “anziane”.

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La lingua madre del protoindoeuropeo

Il problema del Protoindoeuropeo è la mancanza di testi scritti.

Nonostante questo, confrontando migliaia di parole appartenenti al latino, al greco, al sanscrito, al germanico, al celtico e ad altre famiglie linguistiche, è stato possibile risalire a molte radici comuni.

Si ritiene che il Proto-Indoeuropeo fosse parlato tra il 4500 e il 2500 avanti Cristo, circa seimila anni fa: questo significa che è lì che sono nate alcune delle parole che pronunciamo ancora oggi.

Perché «madre» è la candidata più antica

L’obiettivo, seimila anni fa, era sopravvivere. Il vocabolario, quindi, doveva per forza fondarsi su quell’esigenza. Nonostante ci aspettiamo che siano parole come “caccia” o “fame” quelle più datate, l’unica a concorrere realmente per il titolo di parola più antica del mondo è il nome di colei che, insieme alla vita, dona tutto ciò che serve per sopravvivere: “madre”.

L’italiano deriva dal latino “mater”, che a sua volta deriva dalla forma ricostruita “méhter”. È sorprendente osservare come la stessa radice sia ancora riconoscibilissima nell’inglese “mother”, nel tedesco “mutter”, nello spagnolo “madre” e in moltissime altre lingue.

Lo stesso vale per “padre”, che discende dal latino “pater” e dalla forma ricostruita “phter”. Anche qui ritroviamo parenti stretti come “father” in inglese e “vater” in tedesco.

Le parole che resistono da seimila anni

In diretta conseguenza, anche termini come “fratello”, “nome”, “cuore”, “dente”, “piede”, “occhio”, “notte”, “stella”, “neve”, “fuoco” e numeri fondamentali come “due”, “tre”, “sette” e “dieci” hanno origini ricostruibili fino al Protoindoeuropeo.

È affascinante pensare che ogni volta che diciamo “tre” stiamo usando una parola che, pur modificata dal tempo, era già in uso migliaia di anni prima della nascita delle piramidi d’Egitto.

Dal vino al pane, il lessico della sopravvivenza

Il vocabolario, quindi, si estendeva man mano con parole che allargavano il concetto di sopravvivenza non soltanto alla dimensione della tribù o della famiglia (in generale della comunità), ma iniziano a rispondere anche ad esigenze di delimitazione (come nel caso dei numeri) e di spiegazione dei fenomeni naturali – i primi veri dèi degli uomini.

Ma gli uomini non tardarono a dare un nome anche alla convivialità (e non solo). Non a caso, tra le parole più antiche c’è anche “vino”. L’italiano deriva dal latino “vinum”, ma parole molto simili compaiono nel greco antico con “oinos”, nell’armeno “gini” e in altre lingue dell’antichità. Questo ha portato molti studiosi a ritenere che il termine sia antichissimo e forse addirittura precedente al Protoindoeuropeo, diffondendosi insieme alla coltivazione della vite. È uno dei casi in cui una parola sembra aver viaggiato insieme a una scoperta destinata a cambiare la storia dell’alimentazione e del commercio.

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Nonostante anch’essa sia indiscutibilmente una delle parole più antiche, sorprenderà il fatto che “pane” non abbia la radice definita che ha avuto invece “vino”. Sappiamo che il termine è arrivato a noi attraverso il latino “panis” e che quest’ultima, in protoindoeuropeo, era tradotta come “peh”, radice che significa “nutrimento” e dai cui, più tardi, discenderanno anche le parole “pasto” e “pastore”. Da “panis”, invece, si comporrà poi “compagno”, ovvero “cum-panis”, cioè la persona con cui condividere una fonte di nutrimento.

Quando nasce la parola «Dio»

Una parola che, invece, incuriosisce da sempre è “Dio”. Anche se sappiamo che il termine latino era “deus”, la storia di questa parola è molto più lunga. “Deus” discende infatti dalla forma ricostruita “deiwós”, una parola del Proto-Indoeuropeo collegata all’idea della luce del cielo e dello splendore del giorno. Dalla stessa radice derivano anche il sanscrito “deva” e il nome del dio greco Zeus, che ha in comune con le sue “antenate” i fonemi e i suoni.

Un aspetto estremamente curioso, considerando che fin oggi sappiamo che ogni popolo professa la propria religione; attraverso queste osservazioni ci rendiamo conto, invece, che i popoli lontani condividevano una parola molto antica per indicare una divinità celeste. Questo non significa che tutte le religioni abbiano avuto lo stesso dio, ma che popoli lontani condividevano una parola molto antica per indicare una divinità celeste.

La parola italiana “Dio”, quindi, ha poco meno di duemila anni nella sua forma attuale, ma appartiene a una famiglia linguistica che affonda le radici almeno cinquemila o seimila anni fa.

Le parole create dalle invenzioni

La storia delle parole, però, non è fatta soltanto di termini antichissimi. Alcune nascono perché il mondo cambia e occorre dare un nome a qualcosa che prima non esisteva. Ogni invenzione importante ha quasi sempre prodotto nuove parole.

“Frigorifero”, ad esempio, deriva dal latino “frigorifer”, che significa “portatore di freddo”. L’aggettivo esisteva già, ma il significato moderno si è affermato quando l’elettrodomestico è entrato nelle case.

Ancora più trasparente è “lavastoviglie”: nessuno avrebbe avuto bisogno di inventarla prima dell’arrivo della macchina destinata a svolgere quel lavoro. Non a caso, fu l’inizio di una lunga serie di pigrissime parole composte divenute un termine unico, come “aspirapolvere”, “fermacarte”, “portacenere” e molte altre, nate semplicemente unendo termini già esistenti per descrivere un oggetto nuovo. Anche “grattacielo” racconta una storia interessante. È la traduzione quasi letterale dell’inglese “skyscraper” e si diffuse quando le città iniziarono a costruire edifici sempre più alti.

“Computer”, invece, deriva dal verbo inglese “to compute”, cioè calcolare. Prima ancora che esistessero i calcolatori elettronici, il computer era una persona il cui mestiere consisteva nell’eseguire calcoli complessi a mano. Solo nel Novecento il termine passò a indicare la macchina.

Robot, laser e computer

Ci sono poi parole nate da opere letterarie. “Robot” comparve per la prima volta nel 1920 nel dramma utopico-fantascientifico “R.U.R” dello scrittore ceco Karel Čapek. Pare che l’idea del nome sia stata suggerita dal fratello Josef, che propose la parola “robota”, con cui in ceco si indicava il lavoro obbligatorio dei servi. Da allora il termine è diventato universale e oggi è utilizzato praticamente in tutto il mondo.

Altre parole sono in realtà acronimi. “Laser” deriva dalle iniziali dell’espressione inglese che significa “amplificazione della luce tramite emissioni stimolate di radiazioni”, mentre “radar” nasce da Radio Detection and Ranging. Con il tempo quasi nessuno pensa più alla loro origine, e forse in pochi si sono mai chiesti da dove venissero: le abbiamo imparate come parole preconfezionate e sono diventate parole normali, usate ogni giorno senza sapere che un tempo erano semplici sigle tecniche.

Rimanendo nel campo scientifico, la parola “penicillina”, in teoria, ha circa 98 anni. La scoperta della penicillina si deve ad Alexander Fleming, ma fu qualcun altro a notare che il fungo somigliava a un piccolo pennello, per l’appunto il “penicillium” in latino.

Quando un cognome diventa un verbo

Dalla medicina alle proteste, ad esempio, desta sempre molta curiosità l’origine del verbo “boicottare”, che stavolta non affonda le radici nell’antica Roma né nel Protoindoeuropeo, ma deve il suo nome all’inglese Charles Cunningham Boycott, amministratore di terreni per conto di un proprietario in Irlanda.

Immaginiamo di dover avere a che fare con una persona talmente pruriginosa da non riuscire a descrivere meglio una situazione di disagio se non con il suo stesso nome: quando Boycott si rifiutò di abbassare gli affitti ai contadini dopo un raccolto scarso, infatti, l’organizzazione degli agricoltori decise che non avrebbe più lavorato per lui né gli avrebbe più parlato, promuovendo una forma di protesta non violenta ma talmente efficace da creare proseliti di una certa rilevanza.

Le parole che sopravvivono agli uomini

Pare che l’umanità abbia, davanti a sé, altri cinque miliardi di anni prima di una possibile fine della Terra. Quando tutto quel tempo sarà passato, le parole di oggi saranno state dimenticate, trasformate, abusate, rinnegate, rinnovate.

Ne entreranno di nuove nei dizionari, alcune verranno da altre innovazioni tecnologiche, altre saranno create dalle circostanze o dalle generazioni, forse non si useranno più le parole per descrivere qualcosa che finora è sempre stato definito da esse, forse anche le parole diventeranno altro da ciò che sono oggi.

Paradossalmente, la sola cosa irremovibile è il movimento. Il vocabolario cresce, cambia, si adatta, e non c’è modo di fermare questo processo forse perché, in fondo, non sono solo parole.

Sono qualcosa che ha a che fare con l’identità forse ancor più dell’appartenenza al singolo gruppo o alla singola nazione. Quando il concetto di confine politico non esisteva ancora, quando gli uomini avevano bisogno di entrare in relazione gli uni con gli altri prima di tutto per necessità, in quei momenti, lì dove non arrivava l’identità di popolo, arrivavano le parole. Dunque è questo, la parola: il “limen” che unisce due mondi, il ponte, il punto di contatto. Quanto più è antica una parola, tanti più popoli ha unito.

Le parole sono le strade che abbiamo costruito prima di imparare a camminare, testimoni vive e cangianti del mondo in cui sono nate e del lungo viaggio che le ha condotte fino a noi.

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