Il presidente americano Trump accusa l’Iran di aver infranto l’intesa provvisoria e rivendica i nuovi bombardamenti, che hanno scatenato la risposta di Teheran
«Loro hanno accettato un accordo e, nel giro di un’ora, hanno lanciato un drone contro una nave. Li abbiamo bombardati duramente. Sono persone molto malvagie e malate». Con queste parole Donald Trump ha rivendicato i nuovi raid statunitensi contro l’Iran, accusando Teheran di aver violato l’intesa provvisoria raggiunta appena ventiquattr’ore prima. Dichiarazioni che segnano un’ulteriore escalation nello scontro tra i due Paesi e che arrivano mentre la guerra si estende progressivamente all’intero Golfo Persico.
I raid americani dopo l’attacco alla nave
Secondo la ricostruzione fornita da Washington, gli Stati Uniti hanno colpito nella notte obiettivi militari iraniani in risposta all’attacco contro una nave portacontainer nello Stretto di Hormuz, colpita da un drone e successivamente avvolta dalle fiamme. Nell’incidente risulta disperso almeno un membro dell’equipaggio di nazionalità indiana, mentre altri ventitré marinai sono stati soccorsi dalle autorità omanite, intervenute prontamente sul posto.
La risposta militare di Teheran
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato una nuova ondata di missili e droni contro installazioni militari americane distribuite nella regione, prendendo di mira obiettivi in Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania e Oman. Si tratta dell’attacco più ampio condotto finora dalla Repubblica islamica dall’inizio del conflitto, sia per numero di bersagli coinvolti sia per estensione geografica. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno confermato di aver intercettato missili e droni diretti verso il proprio territorio, mentre sirene d’allarme sono risuonate anche in Bahrein e nella capitale qatariota Doha.
Al centro dello scontro continua a esserci lo Stretto di Hormuz, che gli iraniani fanno sapere di considerare «più importante del nucleare». L’Iran, in tal senso, sostiene di aver nuovamente chiuso lo stretto dopo aver colpito una seconda imbarcazione accusata di navigare lungo una rotta non autorizzata. La nuova Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico ha dichiarato a tal proposito che il transito resterà sospeso «fino al ripristino della stabilità». E che i permessi di navigazione saranno concessi soltanto quando cesseranno quelle che Teheran definisce «le attività illegali delle forze militari americane nella regione».
Le versioni contrapposte sul traffico marittimo
Una versione che viene però contestata dagli Stati Uniti. Il Comando Centrale americano continua infatti a sostenere che il traffico commerciale non si sia mai completamente interrotto e che diverse navi abbiano continuato ad attraversare Hormuz nonostante le minacce iraniane. È proprio il controllo del passaggio marittimo a rappresentare oggi il principale ostacolo ai negoziati tra Washington e Teheran. L’intesa provvisoria sottoscritta nelle scorse settimane prevedeva infatti sessanta giorni di trattative per arrivare a un accordo definitivo che garantisse la riapertura stabile dello stretto e la fine delle ostilità. Teheran, tuttavia, continua a rivendicare il diritto di autorizzare il transito delle navi e di imporre un sistema permanente di tariffe per la navigazione.
L’allargamento delle operazioni militari, che hanno coinvolto tutti i Paesi dell’area, ha inevitabilmente aperto anche un fronte diplomatico, potenzialmente molto scomodo per l’Iran. L’Oman infatti, tradizionalmente uno degli interlocutori più prudenti nei rapporti con la Repubblica islamica, ha convocato l’ambasciatore iraniano a Muscat per consegnargli una nota di protesta dopo che alcuni droni hanno colpito i governatorati di Musandam e Al-Wusta.
Nella nota ufficiale, il ministero degli Esteri omanita ha espresso il proprio «disappunto per questi atti irresponsabili». Invitando Teheran a rispettare «la sovranità degli Stati, il buon vicinato e il principio di non interferenza negli affari interni». Anche il Qatar, coinvolto dagli attacchi iraniani nonostante il suo ruolo di mediatore nei negoziati, ha invitato tutte le imbarcazioni a sospendere temporaneamente ogni attività.
La posizione del governo italiano
Sul piano diplomatico, ieri è arrivata anche la risposta del ministro degli Esteri Antonio Tajani all’inserimento di Giorgia Meloni in una “lista nera” di nemici dell’Iran pubblicata nel fine settimana da un giornale di Teheran. Tajani, commentato la vicenda, ha fatto sapere che la premier «di certo non si fa intimidire» dalle provocazioni iraniane. Commentando poi il più generale stato della situazione in Iran il ministro ha sottolineato, in linea con letture simili ribadite da più parti nei giorni scorsi, che a Teheran è in corso una lotta di potere tra fazioni moderate e oltranziste. Lasciando intendere che molto di quanto successo negli ultimi capitoli dello scontro con gli Stati Uniti è riconducibile proprio a questa lotta interna.
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A prescindere da quale sia la causa, però, il continuo verificarsi di scontri nel Golfo Persico rischia di compromettere definitivamente il fragile percorso negoziale avviato appena un mese fa. Mentre Trump continua a lasciare aperta la porta a un nuovo accordo, definendo però l’Iran un interlocutore «malvagio» e «inaffidabile», nelle acque di Hormuz prevale infatti la logica della rappresaglia.
Con il Golfo trasformato in un unico teatro di operazioni, lo Stretto di Hormuz conteso tra Washington e Teheran e un numero crescente di Paesi coinvolti direttamente o indirettamente nelle ostilità, il conflitto assume quindi sempre più i contorni di una crisi regionale destinata ad avere ripercussioni ben oltre il Medio Oriente, incidendo sulla sicurezza marittima, sui mercati energetici e sugli equilibri geopolitici globali. In una replica diretta di quanto successo durante il primo scontro di qualche mese fa.




























