L’Iran lancia una nuova ondata di attacchi contro basi Usa in Qatar, Kuwait, Oman e Giordania, in risposta alle azioni ostili degli americani nel Golfo
La guerra tra Stati Uniti e Iran continua a riaccendersi con piccoli sprazzi di violenza dagli effetti che vanno ben oltre i confini dei due Paesi, trascinando l’intero Golfo Persico in una spirale di crescente instabilità. Nelle ultime ore Teheran ha infatti lanciato una nuova ondata di missili e droni contro installazioni militari americane dislocate nella regione, colpendo obiettivi in Qatar, Kuwait, Oman e Giordania. Attacchi che hanno costretto anche gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein ad attivato i propri sistemi di difesa aerea per intercettare altri vettori diretti verso il loro spazio aereo.
L’attacco, arrivato dopo diverse ore di calma, rappresenta, stando a quanto dichiarato da Teheran, la risposta iraniana ai massicci bombardamenti condotti dagli Stati Uniti contro infrastrutture militari della Repubblica islamica. Secondo il CENTCOM, nelle ultime tre notti le forze statunitensi hanno del resto colpito oltre 300 obiettivi iraniani. 140 dei quali soltanto nella notte di sabato. Washington continua a sostenere che le operazioni siano finalizzate a ridurre la capacità di Teheran di minacciare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz resta il nodo centrale
E proprio il controllo dello Stretto di Hormuz continua a rappresentare il principale elemento di tensione tra i due Paesi. L’Iran ha ribadito di averne disposto la chiusura, annunciando che il blocco resterà in vigore «fino alla fine dell’interferenza americana nella regione», alzando nuovamente la tensione. La decisione è arrivata dopo il sequestro di due navi mercantili che, secondo le autorità iraniane, avrebbero violato le rotte autorizzate. Una ricostruzione contestata dagli Stati Uniti, secondo cui il traffico commerciale continua invece a transitare attraverso il passaggio marittimo, nonostante l’intensificarsi delle operazioni militari.
Secondo quanto dichiarato dai Pasdaran, comunque, i raid iraniani avrebbero colpito un centro di comando statunitense in Giordania, un sito radar in Kuwait, infrastrutture di supporto logistico alle portaerei americane presenti in Oman e una struttura per la manutenzione di velivoli militari in Qatar. Doha ha confermato che tre persone, tra cui un bambino, sono rimaste ferite a causa della caduta di detriti provocati dall’intercettazione dei missili. Operazioni non troppo incisive, dunque, ma che segnalano comunque quanto sia volatile la situazione.
Il ruolo del Qatar nella mediazione
L’attacco al Qatar, in tal senso, assume un significato particolarmente delicato anche sul piano diplomatico. L’emirato ha infatti svolto negli ultimi mesi un ruolo centrale nei tentativi di mediazione tra Washington e Teheran. Ma aveva già chiarito che non avrebbe potuto continuare a facilitare il dialogo qualora fosse stato direttamente coinvolto nelle ostilità. Colpendo il principale mediatore della crisi, l’Iran rischia quindi di compromettere uno degli ultimi canali diplomatici ancora aperti. E in un momento in cui in pochi continuano a credere che la situazione possa essere risolta semplicemente tramite dei negoziati.
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Nel frattempo, il presidente Donald Trump continua a mantenere una posizione ambivalente. Dopo aver dichiarato concluso il cessate il fuoco, il presidente americano non ha escluso la possibilità di riaprire il negoziato con Teheran. Negoziato da svolgersi però in uno stato di aperta conflittualità. Conflittualità che, visto il rapido susseguirsi di attacchi e contrattacchi, lascia intravedere uno scenario sempre più difficile da contenere. Con il Golfo ormai trasformato in un unico teatro operativo e lo Stretto di Hormuz al centro, come ormai da mesi, dello scontro, il rischio è che il conflitto produca conseguenze ben oltre il piano militare, investendo direttamente gli equilibri energetici ed economici globali già colpiti dalla precedente guerra.




























