11 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Lug, 2026

Iran, la minaccia di Trump: «Mille missili pronti a colpire»

Tra minacce di attacchi con missili di Donald Trump, promesse di vendetta dall’Iran e colloqui diplomatici in Oman, la crisi mediorientale resta sospesa tra il rischio di un’escalation militare e il tentativo di mantenere aperto il dialogo


«Mille missili sono pronti e puntati contro la Repubblica Islamica, con altre migliaia pronte a seguire immediatamente, qualora il governo iraniano dovesse dare seguito alla sua minaccia di assassinare, o tentare di assassinare, il Presidente in carica degli Stati Uniti d’America, in questo caso IO! Gli ordini sono già stati dati, e l’esercito degli Stati Uniti è pronto, disposto e in grado, per un periodo di un anno, prorogabile, di decimare e distruggere completamente tutte le aree dell’Iran». Poi la chiusura a effetto: «SIA LODATO ALLAH! Il Presidente DONALD J. TRUMP».

Washington punta anche sul dialogo

Come spesso accade in questa vicenda, dopo il bastone viene servita la carota a stelle e strisce. Dalla Casa Bianca infatti filtra come Washington consideri «cruciali» i colloqui di oggi in Oman. Dall’altra parte dello Stretto, nell’ombra, si muove la guida suprema Mojtaba Khamenei. Dopo la sua formale assenza alle esequie del padre e una foto misteriosa che lo ritrarrebbe invece presente, l’ayatollah consegna un messaggio ai media di stato: «Al nostro leader martire dico: giuriamo che vendicheremo il suo sangue puro e quello di tutti i martiri di queste due guerre sugli assassini criminali e infami.

Questa vendetta è la richiesta della nostra nazione, e sarà certamente compiuta». Poi la minaccia si fa nominale: «Questi criminali, i cui nomi sono noti dal primo all’ultimo, porteranno nella tomba la speranza irrealizzata di una morte serena nel proprio letto. Che ci siamo o no, sarà compiuto, e presto uomini tra i popoli amanti della libertà in tutto il mondo porteranno a termine, ciascuno, una parte di questa missione divina».

La macchina della diplomazia intanto, ammaccata dai raid degli ultimi giorni, continua a viaggiare lentamente. A Muscat, con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e i funzionari omaniti, le consultazioni si fanno fitte sullo Stretto. Teheran rivendica il diritto di gestione dello specchio d’acqua per motivi di sicurezza.

Il nodo della corsia di Hormuz

Tuttavia anche intorno a questi nuovi tavoli la confusione sembra molta. Quello che emerge sono due linee differenti. Per Axios, funzionari del Qatar partecipano ai colloqui, e si discuterebbe una dichiarazione sull’apertura piena della «corsia mediana» dello Stretto, in acque internazionali, per la libera circolazione delle navi. Tasnim, agenzia di stato iraniana, ridimensiona: la decisione su Hormuz spetta soltanto a Iran e Oman. «La presenza del Qatar non è per decidere ma solo per mediare».

Sempre protagonista è il Pakistan, che media con una telefonata tra Shehbaz Sharif e Masoud Pezeshkian. Sharif ha sottolineato «l’importanza di rispettare gli impegni assunti nell’ambito del MoU» e «l’urgente necessità di ripristinare la pace e la stabilità regionale».

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In Iran la linea sembra chiara, dettata dal carismatico Ghalibaf: Teheran non capitolerà mai, pronta a difendersi se Washington viola il memorandum. Intanto a Teheran si segnalano primi segnali di ripresa. Il ponte ferroviario di Aqqala, che collega verso il Turkmenistan, ha riaperto meno di ventiquattro ore dopo il raid statunitense. La ricostruzione persiana procede spedita anche sotto il profilo militare. Durante la guerra, assicura il viceministro della Difesa: «Non solo la produzione difensiva non si è fermata, ma la capacità di produzione di droni è triplicata».

I danni e la strategia americana

Accanto a questo si fa la conta dei danni: circa trecento milioni di dollari alle infrastrutture di ricerca, secondo Teheran. Washington dal canto suo prova a rompere le uova nel paniere iraniano e starebbe provando a saldare tre leve in un’unica pressione: l’instabilità interna iraniana, i fronti regionali e la costruzione di una coalizione occidentale. La presenza di Trump al vertice Nato ad Ankara sarebbe infatti il segnale di una ricalibratura dei piani verso l’Iran e l’«asse della resistenza». Analisi che trova conferma anche dalla controparte. Mostafa Khoshcheshm, dell’Università di scienze applicate di Teheran, ad Al Jazeera afferma: «Un’escalation sembra inevitabile, perché gli americani non sono mai stati fedeli ad alcun accordo con l’Iran».

Israele nel frattempo, per ora ancora parcheggiato fuori dal conflitto, si sfoga nel suo estero vicino. Nel sud del Libano l’esercito dice di aver ucciso un miliziano di Hezbollah e un’altra persona nella sua «zona di sicurezza»; un raid alla periferia di Nabatieh, una granata assordante sganciata da un drone su al-Mansouri, nel distretto di Tiro. In Cisgiordania a sud di Hebron si segnalano quattro feriti negli attacchi dei coloni, terreni e alberi distrutti, bestiame liberato e portato a pascolare su terra palestinese.

Da una parte la corsia mediana a Hormuz aperta al traffico, dall’altra i mille missili puntati addosso. Poi Trump che tratta, bombarda e minaccia, e infine un Khamenei, invisibile, che promette ai nemici di negargli «una morte serena nel proprio letto». A vincere il conflitto, per ora, è dunque ancora la confusione.

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