2 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Giu, 2026

Braccianti bruciati vivi, il superstite: «Ci hanno chiusi nell'auto e dato fuoco»

Un frame del video della telecamere di sorveglianza

La svolta nelle indagini arriva dalle telecamere del distributore di Amendolara. Secondo gli investigatori i quattro lavoratori pachistani sarebbero stati intrappolati nell’auto e bruciati vivi. Fermati due connazionali accusati di omicidio plurimo aggravato


Svolta nelle indagini sulla morte dei quattro braccianti trovati carbonizzati ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Due cittadini pachistani sono stati sottoposti a fermo dalla Procura di Castrovillari con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. Secondo gli investigatori sarebbero gli autori della strage che ha sconvolto la Calabria.

L’elemento più drammatico emerge dalle immagini delle telecamere di sorveglianza del distributore di carburante dove è avvenuto il delitto: le vittime sarebbero state bruciate vive all’interno della vettura.

Il racconto del superstite

C’è un superstite della strage di Amendolara. Si tratta di un cittadino afghano che viveva insieme alle vittime a Villapiana e che è riuscito a salvarsi fuggendo dall’auto in fiamme. Intervistato dal TgR Calabria, ha raccontato che all’origine del massacro ci sarebbe stata una lite per denaro legata al trasporto dei braccianti. Secondo la sua versione, i due uomini fermati avrebbero cosparso di benzina l’abitacolo e poi dato fuoco al veicolo dopo che le vittime si erano rifiutate di consegnare il denaro richiesto.

Le accuse sullo sfruttamento

L’uomo, che nel servizio televisivo appare con le braccia fasciate a causa delle ustioni riportate durante la fuga, sostiene inoltre che lui e gli altri lavoratori fossero vittime di minacce e sfruttamento. «Ci minacciavano con coltelli e pistole per farci lavorare», ha raccontato. E ancora: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no». Nel suo racconto compare anche il riferimento a quella che definisce una «grande mafia del Pakistan», espressione che gli investigatori dovranno ora verificare nell’ambito delle indagini.

La svolta delle telecamere

Il fermo è arrivato dopo un lungo interrogatorio in questura a Cosenza. I due sospettati erano stati individuati e bloccati già nella serata di ieri a Villapiana. A incastrarli sarebbe stato il sistema di videosorveglianza dell’impianto di carburante, che avrebbe ripreso tutte le fasi dell’omicidio.

Secondo quanto emerge dalle immagini, due persone si avvicinano alla monovolume e bloccano dall’esterno le portiere facendo forza con le braccia. Nello stesso momento, dal portellone posteriore verrebbe versato liquido infiammabile all’interno del veicolo. Pochi istanti dopo si vede una fiammata e i due uomini allontanarsi rapidamente dal luogo del delitto.

Bruciati vivi dentro l’auto

Quella che inizialmente era soltanto un’ipotesi investigativa è diventata una certezza dopo la visione dei filmati. I quattro lavoratori agricoli, tutti pachistani, non sarebbero morti nell’incendio dopo essere stati uccisi, ma sarebbero stati arsi vivi all’interno della vettura senza possibilità di fuga.

Le accuse

I due fermati sono accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato. «Le indagini sono state avviate nell’immediatezza dei fatti con il supporto della Polizia di Stato e con la perfetta sinergia informativa con l’Arma dei Carabinieri», ha spiegato il procuratore di Castrovillari Alessandro D’Alessio.

Il magistrato ha sottolineato come le forze dell’ordine siano riuscite a individuare in poche ore i soggetti gravemente indiziati del delitto.

Le indagini proseguono

La Procura mantiene il massimo riserbo sul movente. Gli investigatori stanno cercando di chiarire il contesto in cui è maturato il massacro e verificare eventuali responsabilità di altre persone. Le indagini, ha precisato il procuratore D’Alessio, «sono tuttora in corso e proseguono al fine di accertare compiutamente i fatti e le eventuali responsabilità, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento».

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