3 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Giu, 2026

Caporalato, da Nardò ad Amendolara: la legge dimenticata dei nuovi schiavi

Raccolta di pomodori nelle campagne del Sud Italia

La protesta dei braccianti di Nardò portò alla legge 199 del 2016, considerata tra le più avanzate d’Europa contro lo sfruttamento. Dieci anni dopo, però, i morti continuano ad accumularsi e gran parte degli strumenti di prevenzione resta inutilizzata


Nardò, estate 2011. I pomodori sono maturi, il sole del Salento picchia sulle lamiere delle baracche e sui corpi dei braccianti africani. Quel giorno, però, succede qualcosa di imprevisto. Due lavoratori ghanesi si rifiutano di raccogliere pomodori per 3,50 euro a tonnellata. Chiedono una paga dignitosa.

Sembra un dettaglio. In realtà è una rivoluzione. Il 95 per cento dei braccianti aderisce allo sciopero. A guidare quella protesta è un giovane camerunense arrivato in Italia per studiare ingegneria al Politecnico di Torino: Yvan Sagnet. Per due settimane la raccolta del pomodoro si ferma. I “dannati della terra”  alzano la testa. Costringono il Paese a guardare dentro il proprio sistema agricolo.

Da quella rivolta nascerà un percorso politico, sindacale e giudiziario che porterà  alla legge 199 del 2016, una delle normative più avanzate d’Europa contro lo sfruttamento lavorativo. Dieci anni dopo, però, i morti continuano ad accumularsi.

La strage di Amendolara, con quattro lavoratori agricoli morti carbonizzati, non è una fatalità. Come non lo sono stati i  braccianti morti nel Foggiano nell’estate del 2018. Come non lo sono stati i tre giovani marocchini coinvolti in un grave incidente tra Chioggia e Rovigo mentre raggiungevano il posto di lavoro. Come non lo è stata la vicenda del giovane lavoratore indiano abbandonato ai margini di una strada nei pressi di Bassano dopo una caduta da alcuni metri di altezza. Sono episodi diversi soltanto in apparenza. In realtà raccontano la stessa storia, storia di vite sacrificabili.

La prevenzione mancata

La legge 199 esiste. Eppure resta lettera morta. «La stagione è appena cominciata e già si contano una decina di morti», denuncia Silvia Guaraldi, segretaria nazionale della Flai-Cgil. «La legge 199 del 2016 offre strumenti eccezionali soprattutto sulla parte preventiva ma rimane in gran parte inapplicata. Manca la volontà politica». Una delle parti più innovative della legge 199 è rimasta impantanata nei cassetti delle amministrazioni.

«La norma non si limitava a introdurre pene più severe per caporali e imprenditori senza scrupoli. Prevedeva un sistema di prevenzione capace di colpire alla radice le condizioni che alimentano lo sfruttamento», spiega Guaraldi.

La legge stabilisce che il reclutamento della manodopera debba passare attraverso canali trasparenti e pubblici, rafforzando il ruolo dei centri per l’impiego. Interventi per garantire trasporti regolari verso i luoghi di lavoro per sottrarre i braccianti alla dipendenza dai caporali. Indica la necessità di soluzioni abitative dignitose: troppo spesso il controllo sul lavoro passa attraverso il controllo dell’alloggio. Introduce inoltre strumenti di coordinamento territoriale tra istituzioni, ispettorati, sindacati e parti sociali per individuare tempestivamente le situazioni di rischio. Sulla carta un impianto avanzato. Nella realtà, un’occasione mancata.

Controlli quasi nulli

I numeri dei controlli spiegano meglio di qualsiasi slogan il significato di  questa accusa. La competenza specifica spetta all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, ma le verifiche possono essere svolte anche da altri organi ispettivi e dalle forze dell’ordine. Eppure, dati alla mano, ricorda la segretaria nazionale Cgil-Flai,  ogni anno viene controllato appena il 3-4 per cento delle aziende agricole che impiegano lavoratori dipendenti. Oltre il 95 per cento delle aziende resta fuori dal radar.

L’Osservatorio Placido Rizzotto continua a indicare questo comparto come uno dei più esposti al lavoro nero, al lavoro grigio e alle forme più gravi di sfruttamento. Lo Stato dispone degli strumenti per intervenire, conosce le aree più a rischio, ha individuato gli indici di sfruttamento e perfino i criteri di coerenza tra superfici coltivate e quantità di lavoro necessarie. Un paradosso.

Ma qualcosa si è mosso: «A Ferrara – riprende Guaraldi – il rafforzamento del centro per l’impiego ha consentito di gestire reclutamento, trasporto e accoglienza dei lavoratori. Sono stati organizzati autobus dedicati per raggiungere le campagne, sottraendo migliaia di persone alla dipendenza dai caporali. A Cassano, in Calabria, sono stati sperimentati servizi analoghi».

La pressione della grande distribuzione

Chi controlla il trasporto controlla il lavoro. Chi controlla il lavoro controlla il salario. Chi controlla il salario controlla la vita. Secondo il Rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto, le persone esposte a grave sfruttamento lavorativo sono circa 230 mila. Non soltanto migranti. Non soltanto africani o asiatici.  Nelle campagne che si estendono dal Tarantino al Brindisino fino alla provincia di Barletta-Andria-Trani, la manodopera femminile locale rappresenta una componente importante del lavoro agricolo stagionale. Orari massacranti. Salari inferiori ai contratti. Contributi non versati. Alloggi fatiscenti. Ricatti. Minacce. Una compressione sistematica dei diritti alimentata anche dalla pressione della grande distribuzione che impone prezzi sempre più bassi lungo la filiera.

Servirebbero mediatori culturali, sportelli territoriali, una presenza costante dello Stato per spezzare il meccanismo del ricatto. 

Lo dimostra anche un dato paradossale emerso negli ultimi anni: mentre diminuiscono alcuni casi formalmente qualificati come sfruttamento, aumentano le contestazioni per intermediazione illecita di manodopera. Come se il sistema trovasse continuamente nuove forme per adattarsi ai controlli e sopravvivere. Ad Amendolara saranno le indagini ad accertare responsabilità e circostanze. Emergono però ricostruzioni secondo cui le quattro vittime avrebbero contestato condizioni lavorative nelle quali la retribuzione effettiva si riduce sostanzialmente a vitto e alloggio. Oggi nessuno viene incatenato a un albero. Le catene dei nuovi schiavi sono più sofisticate: un permesso di soggiorno, un furgone per raggiungere i campi, un contratto fantasma, un posto letto in una baracca.

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