21 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Lug, 2026

La guerra cambia bersaglio: non è più il petrolio la vera arma

Hormuz

Il Brent arretra dopo i segnali di apertura diplomatica, ma il mercato guarda già oltre il greggio. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso mettono sotto pressione gas, fertilizzanti, materie prime industriali e catene di approvvigionamento


C’è un vecchio adagio nei mercati finanziari: i prezzi salgono sulle scale e scendono con l’ascensore. Ma quello a cui assistiamo oggi sulle lavagne telematiche delle borse merci di Londra e New York somiglia più a un ballo di San Vito. Il Brent, la bussola del greggio europeo, prima mette le ali, scavalca di slancio la trincea dei 90 dollari e corre a lambire i 92 dollari sotto la spinta delle bombe in Medio Oriente.

Poi, d’improvviso, frena, ci ripensa e rannicchia la testa all’indietro fino a quota 88. Stesso copione per il Wti americano, che dopo aver annusato gli 85 dollari scivola pigramente verso gli 82. Chi si aspettava la fiammata del secolo, il ritorno dei cento dollari al barile che a maggio sembrava cosa fatta, è rimasto a bocca asciutta. Il petrolio ripiega. Ma attenzione a non cantare vittoria troppo presto: il gas naturale ad Amsterdam fa l’esatto contrario, mette a segno un solido +1,5% e si attesta a 58 euro per megawattora.

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La diplomazia sgonfia il prezzo del greggio

Cosa sta succedendo allora in quell’intricato scacchiere dove si incrociano idrocarburi, diplomazia e cannoni? Per capirlo bisogna guardare oltre la cortina fumogena della cronaca spicciola. Se il greggio ha frenato la sua corsa, il merito – o la colpa, a seconda dei punti di vista – è della vecchia, cara diplomazia dei corridoi.

Teheran, per bocca del portavoce degli Esteri Esmaeil Baghaei, ha fatto sapere di aver ricevuto “idee e proposte” da una serie di mediatori internazionali per disinnescare la bomba di un’escalation totale. Una mezza parola che è bastata ai trader delle commodity per tirare un sospiro di sollievo e sgonfiare i premi di rischio speculativi.

Hormuz e il mondo senza ruota di scorta

Eppure, a guardare i fatti nudi e crudi, ci sarebbe da tremare. Nelle ultime settimane i due benchmark energetici hanno registrato rialzi vicini al 16%, roba che non si vedeva da oltre un anno. La mappa del Golfo Persico è un bollettino di guerra: il Kuwait e il Bahrein subiscono il peso delle rappresaglie iraniane, i Guardiani della Rivoluzione sequestrano petroliere nello Stretto di Hormuz con l’accusa di transiti “non autorizzati”, e le forze statunitensi colpiscono duro l’isola di Qeshm.

Donald Trump ringhia dalla Casa Bianca ricordando che Teheran è stata colpita “molto duramente” dopo la morte di due soldati americani, e Washington risponde con il blocco dello Stretto. Il traffico marittimo in quel budello da cui passa il 20% del greggio mondiale è dimezzato: dalle otto navi al giorno di una settimana fa siamo passati a quattro. E, come se non bastasse, gli esperti di JP Morgan ricordano che, se si esclude la mastodontica e opaca spugna della Cina, le scorte globali di petrolio sono ai minimi storici degli ultimi cinque anni. Il mondo sta viaggiando senza ruota di scorta, con “un margine di errore pari a zero”, avvertono gli analisti.

Perché il petrolio non sfonda quota 100

E allora perché il barile non riesce a sfondare il muro dei 100 dollari come accadde a maggio? La risposta sta in un profondo mutamento della domanda globale e della percezione del rischio da parte dei grandi investitori. A maggio la ripartenza economica stagionale e le promesse di tagli dell’Opec+ facevano temere una scarsità fisica di prodotto. Oggi lo scenario è radicalmente diverso.

L’economia globale viaggia col freno a mano tirato: la locomotiva manifatturiera europea è ferma, la Cina cresce a ritmi meno spumeggianti del previsto e gli Stati Uniti convivono con uno spettro recessivo strisciante che raffredda i consumi reali.

La paura della mancanza di barili viene sistematicamente compensata dal timore che, a questi prezzi, nessuno li compri più. C’è poi un fattore puramente psicologico: i mercati si sono in qualche modo “abituati” alla tensione geopolitica permanente. Finché i flussi reali non si azzerano del tutto, la speculazione preferisce monetizzare i guadagni rapidi piuttosto che scommettere su scenari apocalittici a tre cifre.

Il rischio della compiacenza occidentale

Ma l’errore più grande che la politica e l’industria occidentale possano commettere oggi è la compiacenza.

Quando Hormuz si blocca o quando i ribelli Houthi alzano la voce annunciando un improvviso “embargo marittimo” contro l’Arabia Saudita – minacciando di fatto il corridoio alternativo di Bab el-Mandeb e del Mar Rosso – il vero dramma non è solo l’energia che muove le auto. Sotto scacco finiscono il gas naturale liquefatto, lo zolfo, l’elio, il gpl e i fertilizzanti. Senza fertilizzanti si ferma l’agricoltura e si impenna l’inflazione alimentare; senza materie prime chimiche saltano i disinfettanti e la farmaceutica; senza i gas rari si blocca la catena dei semiconduttori e delle batterie.

La guerra per la catena del valore

Ecco perché il gas ad Amsterdam resta alto e il petrolio si sgonfia: il mercato sta capendo che il greggio è sostituibile nel breve termine attingendo alle riserve strategiche, mentre gli altri input industriali che viaggiano su quelle stesse rotte non lo sono affatto. Gli indicatori chiave da monitorare sui giornali economici nei prossimi mesi, dunque, non saranno più soltanto i grafici del Brent, ma i prezzi alla produzione dei beni intermedi agricoli e industriali.

La geopolitica ha cambiato pelle: non si combatte più per conquistare un pozzo di petrolio, ma per strangolare la catena del valore dell’avversario. E in questa partita a scacchi globale, i cento dollari al barile rischiano di essere solo una distrazione per dilettanti.

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