La premier celebra a Bari il record di longevità del governo e rivendica la stabilità come «uno scudo». Poi rilancia su accise, legge elettorale, ex Ilva, migranti e sicurezza.
Giorgia Meloni celebra a Bari il record di longevità del suo governo, ma sposta subito l’accento dai 1.413 giorni trascorsi a Palazzo Chigi al consenso. Davanti alla platea della festa organizzata da Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio rivendica la stabilità dell’esecutivo e sostiene di avere oggi dalla sua parte più italiani di quanti ne avesse all’inizio del mandato.
«Il governo più stabile non è per forza anche il più capace. Il governo più stabile è semplicemente quello che ha avuto più tempo degli altri per essere giudicato e quel giudizio siete voi con questa presenza e questo entusiasmo», dice dal palco.
«Siete voi insieme ai milioni di italiani ancora al nostro fianco. Di questo dobbiamo andare fieri, non di governare da 1.413 giorni, ma di avere ancora un consenso più alto di quello che avevamo il primo giorno».
«La stabilità è la prima grande riforma»
La premier contrappone poi la coalizione di centrodestra alle alleanze costruite, secondo lei, esclusivamente per battere l’avversario. «Noi non stiamo insieme per battere l’avversario», dice, a differenza di quelli che «dopo un’eventuale vittoria non sanno cosa fare».
«Noi stiamo insieme per costruire idee. Chi si allea per costruire idee dopo 1.413 giorni ha ancora una lista di cose da fare, ecco la differenza».
Per Meloni «la stabilità è la prima grande riforma» realizzata dal governo. «L’Italia ha smesso di essere il caso sorvegliato in Europa. Eravamo quelli che cambiavano governo di continuo, ai tavoli internazionali gli interlocutori dicevano: “Ora questo quanto dura?”. Chi viene trattato così non può trattare, non può far valere il proprio interesse».
La stabilità, sostiene, permette invece all’Italia di «dettare le scelte invece di subirle» e di «indicare la rotta».
«Non siamo stati esattamente fortunati»
Meloni ripercorre quindi le crisi affrontate durante gli anni di governo, dal caos in Medio Oriente e nello Stretto di Hormuz all’aumento dei prezzi dei carburanti, fino alla frana di Ischia, all’alluvione in Emilia-Romagna, al terrorismo e alle baby gang.
«Non siamo stati esattamente fortunati in questi quattro anni», osserva. «Non ci è mancato niente». Ma proprio questa successione di emergenze, secondo la premier, dimostrerebbe l’importanza di avere un esecutivo stabile: «Una nazione senza una guida avrebbe pagato un prezzo altissimo, i cittadini lo avrebbero pagato. La stabilità non è stata un vezzo ma uno scudo, grazie a questa stabilità abbiamo protetto questa nazione».
Poi un passaggio personale: «Ci sono stati giorni in cui mi è sembrato di nuotare dentro la colla ma non ho mollato mai e non intendo farlo adesso».
E un messaggio sia alla maggioranza sia agli avversari:
«Alla nostra classe dirigente dico che dobbiamo fare più e meglio, ma a chi intende ostacolarci dico: mettetevi comodi, non avete capito con chi avete a che fare».
Accise e nuovi interventi sui carburanti
La presidente del Consiglio rivendica anche la gestione dei conti pubblici, tenuti «in ordine» perché, afferma, «siamo veri patrioti, distanti anni luce da chi ha devastato i conti dello Stato con misure tipo Superbonus».
Dopo il taglio delle accise sui carburanti, annuncia inoltre nuovi interventi, questa volta selettivi: «Altri provvedimenti sono in arrivo, ma questa volta saranno mirati: non possiamo permetterci di spendere soldi per darli a chi non ne ha bisogno o viene a fare benzina dalla Francia».
Sul fronte delle imprese, Meloni indica invece come modello la Zona economica speciale del Mezzogiorno. «Non abbiamo protetto le nostre imprese dai dazi Usa per lasciarle in balia della burocrazia italiana».
L’obiettivo è estendere a tutto il territorio nazionale un meccanismo simile a quello della Zes, con un unico sportello per gli imprenditori. E la premier attacca il Pd: «Sono contenta che prima diceva che era un carrozzone e ora dice che vuole estendere la Zes, quindi sono contenta perché voteranno con noi».
La riforma elettorale e il candidato premier
Meloni torna anche sulla riforma della legge elettorale. La proposta della maggioranza, spiega, è fare in modo che dalle prossime elezioni gli italiani possano scegliere «coalizione, programma e candidato premier da proporre al capo dello Stato».
L’obiettivo è garantire a chi vince «i numeri per governare cinque anni». «Niente ribaltoni, niente governi nel palazzo come vorrebbe fare il Pd anche questa volta, niente compromessi ma governi scelti dai cittadini».
Ex Ilva, «preservare un patrimonio industriale»
A Bari non poteva mancare il dossier dell’ex Ilva. Meloni lo definisce «la questione più complessa», ricordando la contrapposizione tra chi sul territorio vorrebbe la chiusura dello stabilimento e chi invece punta a salvaguardarne la capacità produttiva.
Il governo, assicura, continuerà a investire risorse e a lavorare insieme a istituzioni locali, sindacati e associazioni datoriali. «Il nostro obiettivo è tutelare la salute pubblica ma anche preservare un patrimonio industriale importante per la Puglia e la nazione intera».
Migranti, «Hanno copiato tutto»
Un altro capitolo del comizio è dedicato all’immigrazione. Meloni rivendica che le proposte del governo italiano, inizialmente considerate «impresentabili» e «fuori dalla civiltà giuridica europea», siano nel frattempo entrate nella legislazione europea.
Tra queste cita «la possibilità di aprire centri di rimpatrio fuori dall’Unione, esattamente i centri in Albania».
«Ci hanno chiamato estremisti per anni, poi hanno copiato tutto», afferma. «Ecco cosa significa contare a Bruxelles, cosa significa far contare la destra».
«La libertà delle donne non è negoziabile»
La premier affronta quindi sicurezza, fondamentalismo e diritti delle donne. «In Italia c’è una legge sola ed è la legge italiana», scandisce, sostenendo che non possa esistere «una periferia, un quartiere, un pezzo di strada in cui una ragazza deve chiedere permesso per studiare, per vestirsi come vuole, amare chi vuole».
«La libertà delle donne in Italia non è negoziabile», aggiunge, così come non devono esistere luoghi di culto sottratti agli obblighi di trasparenza né «un grammo di tolleranza per propaganda fondamentalista e per chi organizza cellule jihadiste sul nostro territorio».
L’attacco ai giudici sulla sicurezza
Meloni riconosce infine che sulla sicurezza «da noi ci si aspetta di più», ma sostiene che debba funzionare l’intera catena istituzionale.
«Se facciamo le leggi, le forze dell’ordine lavorano e poi dopo 48 ore un giudice rimette in libertà un uomo accusato di aver violentato una bambina di 13 anni, la catena si spezza e il lavoro diventa inutile».
Da qui l’appello «a chiunque prenda uno stipendio pagato con i soldi delle tasse degli italiani» ad aiutare il governo «a difendere la sicurezza degli italiani».
La telefonata della figlia
Durante il lungo intervento c’è anche un fuori programma. Il cellulare di Meloni squilla mentre la premier è sul palco. Dopo tre chiamate, risponde per pochi istanti e bisbiglia che richiamerà. Poi torna al microfono e spiega alla platea:
«Scusate, era mia figlia. Ha chiamato tre volte».































