4 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Lug, 2026

Lagarde tentata dall’Eliseo: l’Italia può puntare alla Bce

La presidente della Bce, Christine Lagarde, potrebbe dimettersi prima della scadenza naturale del mandato per candidarsi all’Eliseo. Con l’economista alla guida della Francia, l’Italia potrebbe puntare alla poltrona che in passato fu di Mario Draghi


Per anni hanno raccontato che la Banca centrale europea è un monastero laico. Un luogo dove i monaci della moneta vivono separati dal mondo, immuni dalla politica, impermeabili alle elezioni, sordi ai sondaggi e persino alle tentazioni del potere. I governi passano, i presidenti della Bce restano. O almeno così recita il catechismo di Francoforte.

L’addio anticipato

Poi arriva Christine Lagarde che, con una intervista al quotidiano Les Echos, spalanca una finestra sull’ipotesi di lasciare la presidenza della Bce prima della scadenza naturale del mandato, prevista nell’ottobre del 2027. Non è ancora un addio, precisa. È un’eventualità. Se il mare si calmerà, il capitano potrebbe anche scendere dalla nave. E magari salire direttamente sulla passerella dell’Eliseo.

La favola della neutralità

Una frase che vale più di cento convegni sull’indipendenza delle banche centrali. Perché se il presidente della Bce può valutare di interrompere il mandato per candidarsi alle elezioni con un preciso schieramento politico, allora tutta la favola dell’assoluta neutralità comincia ad assomigliare a una scenografia di cartapesta.

Il fascino della politica francese

Fino a poche settimane fa la presidente assicurava che avrebbe completato il proprio mandato. Lo ripeteva con la serenità di chi aveva davanti altri due anni abbondanti di permanenza nella poltrona più prestigiosa della finanza europea. Adesso, invece, la prospettiva cambia. Il calendario improvvisamente diventa elastico. La politica francese torna a esercitare un fascino irresistibile e il mandato, che sembrava scolpito nel marmo, si trasforma in un contratto con clausola di recesso.

Una “voce europea” per la Francia

Naturalmente tutto viene presentato con linguaggio istituzionale. Lagarde parla della necessità di garantire la stabilità dei prezzi, dice che oggi il capitano deve restare al timone perché il mare è ancora agitato. Ma aggiunge anche che potrebbe esserci bisogno di una “voce europea” nella campagna presidenziale francese. Del resto la Francia non ha mai fatto mistero di considerare le grandi istituzioni europee una naturale estensione della propria influenza nazionale.

La mossa di Macron

Proprio in questi giorni un’altra vicenda racconta molto meglio di qualsiasi trattato quanto sia elastico il principio dell’indipendenza. Emmanuel Macron ha deciso di anticipare la successione alla guida della Banque de France, spingendo verso un ricambio che gli consentirà di nominare il successore di François Villeroy de Galhau, invece di lasciare questa scelta a chi potrebbe uscire vincitore dalle prossime elezioni presidenziali. Una forma di prudenza istituzionale, diranno i più eleganti. Più semplicemente, l’antica regola secondo cui le nomine importanti si fanno prima che arrivino gli avversari.

Una chance per Panetta

Paradossalmente, però, proprio l’eventuale uscita anticipata della Lagarde potrebbe trasformarsi in un’opportunità storica per l’Italia. Giorgia Meloni farebbe bene a muoversi subito, senza attendere che Berlino e Madrid apparecchino la tavola. Il nome da mettere sul tavolo europeo è uno solo: Fabio Panetta. Panetta conosce la Bce dall’interno. Ne ha fatto parte ai massimi livelli, gode di credibilità internazionale ed è oggi governatore della Banca d’Italia. Ma soprattutto ha tra le mani il dossier più delicato dell’intera politica monetaria europea: l’euro digitale.

L’euro digitale

È il progetto destinato a cambiare il sistema dei pagamenti del continente. L’adozione formale è prevista già il prossimo anno, mentre la piena circolazione dovrebbe partire nel 2029. Non stiamo parlando di un progetto informatico qualunque, ma della più grande trasformazione della moneta europea dalla nascita dell’euro. Chi guida questo processo possiede automaticamente una credibilità che pochi altri possono vantare.

La concorrenza di tedeschi e spagnoli

Naturalmente la concorrenza sarà feroce. I tedeschi non hanno mai smesso di guardare quella poltrona come una naturale pertinenza di Berlino. Isabel Schnabel viene indicata da tempo come una delle candidate più solide. Anche la Spagna coltiva le proprie ambizioni. Ma questa volta l’Italia dispone di argomenti che negli ultimi vent’anni raramente aveva avuto.

La carta della stabilità

Il governo Meloni è oggi il più stabile tra le grandi economie europee. Emmanuel Macron è ormai un presidente a fine corsa. Olaf Merz deve convivere con una maggioranza fragile e con un quadro politico in continuo movimento. Pedro Sánchez è logorato da una crisi politica che sembra non conoscere tregua. Roma, al contrario, arriva al tavolo europeo con una stabilità che molti partner possono soltanto invidiare.

Il vertice delle istituzioni europee

C’è poi un secondo elemento tutt’altro che marginale. L’Italia, in questa fase, non occupa posizioni apicali nelle principali istituzioni europee. È un argomento negoziale forte. Nella tradizionale distribuzione geografica degli incarichi, anche questo pesa.
Infine c’è il capitale politico accumulato da Giorgia Meloni negli ultimi due anni. Su dossier considerati fino a poco tempo fa intoccabili, come l’immigrazione, la presidente del Consiglio è riuscita progressivamente a spostare il baricentro del dibattito europeo.

I dossier promossi dall’Italia

Basti pensare al cambio di atteggiamento sui centri di permanenza per i rimpatri e alla progressiva legittimazione di strumenti che fino a ieri venivano liquidati come impraticabili e che oggi sono entrati stabilmente nel lessico delle politiche europee. Insomma, mentre Christine Lagarde guarda già oltre Francoforte e immagina un futuro all’Eliseo, l’Italia farebbe un errore imperdonabile se si limitasse ad assistere allo spettacolo.

Dall’Olimpo all’Eliseo

Resta, infine, una piccola lezione di questa storia. Per decenni ci hanno spiegato che le banche centrali vivevano sopra la politica, in una specie di Olimpo tecnocratico dove le passioni elettorali non potevano entrare. Oggi scopriamo che dall’Olimpo all’Eliseo la strada può essere sorprendentemente breve. Forse l’indipendenza delle banche centrali esiste davvero. Più o meno come Babbo Natale. Finché si è bambini ci si crede. Poi, crescendo, si scopre che dietro la barba bianca c’è sempre qualcuno che conosce la doppia verità.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA