I bambini ci guardano: noi e loro, l’incapacità di sorreggerli e aiutarli. La protezione (timida) degli adulti, fino al Telefono Azzurro, ma basta?
Si nasce tela bianca per poi sporcarsi un po’ di tutto. Il rosso della fatica, il nero del dolore, ma anche il giallo della spensieratezza e il rosa delle belle speranze. A volte semplificare è necessario, e per semplificare l’uomo è sufficiente riportarlo al colore della purezza, ai minimi termini dell’innocenza e ricordare loro che, un tempo, sono stati bambini. Quegli stessi bambini nascono tela bianca, poi di quel bianco nel corso della vita non resta che un lembo, forse meno, per i pochi fortunati invece perfino qualcosa in più.
La sventura dei teli bianchi, però, è quella di venire cresciuti da teli già consumati, che spesso, pur non volendo, non possono insegnare altro che la loro stessa usura. È successo a tutti. Ma quali sono state le dinamiche che nei secoli hanno dettato la relazione tra telo bianco e telo sporco, tra bambini e adulti, e cos’hanno fatto gli adulti per preservare quel candore il più a lungo possibile?
LEGGI Tutti gli articoli di Elvira Fratto
Isacco, per esempio, si fidava
La storia dell’innocenza umana affonda le proprie radici negli episodi della Bibbia prima ancora che nella realtà. Isacco, per esempio, si fidava ancora ciecamente dell’adulto (suo padre Abramo). Quando quest’ultimo, con l’inganno, lo condusse in cima a un monte senza dirgli che era stato scelto come vittima sacrificale per testare l’amore che egli provava per Dio.
Sebbene l’episodio venga generalmente interpretato come una prova di fede e obbedienza, ci mostra anche una realtà storica e culturale. E qui veniamo alla prima sfumatura del disequilibrato rapporto bambino-adulto. Nella quale il padre disponeva di un’autorità quasi assoluta sulla vita dei figli.

Anche la tradizione cristiana conserva un episodio significativo: la strage degli innocenti attribuita a Erode. Secondo il Vangelo di Matteo, il sovrano ordinò l’uccisione dei bambini di Betlemme per eliminare il neonato Gesù. Che riteneva una minaccia per il proprio potere. Al di là della questione storica, il racconto assume un enorme valore simbolico perché presenta il bambino come vittima innocente della violenza politica. Delle strategie di palazzo. Dopo la crudeltà di Erode, l’infanzia diventa il simbolo della fragilità e dell’innocenza, ma rimane ancora soltanto un riconoscimento morale. Sarà necessario ancora molto tempo prima che questo sfoci in una concreta tutela dei minori.
Da Erode all’antica Roma: i figli degli adulti
Nelle civiltà antiche, in particolare in quelle greca e romana, la condizione dei bambini era caratterizzata da una forte dipendenza dagli adulti. Sia in termini pratici che psicologici. A Roma, ad esempio, il pater familias esercitava un potere molto esteso sui figli. Tanto che esisteva persino la pratica dell’esposizione dei neonati indesiderati. Che potevano essere abbandonati per ragioni economiche, per la presenza di malformazioni o semplicemente perché nati nel momento sbagliato.
Molti di questi bambini, comprensibilmente, morivano, mentre altri venivano raccolti e cresciuti come schiavi. La sopravvivenza e il destino dei minori dipendevano quasi interamente dalla volontà degli adulti.

Con l’avvento del cristianesimo si verificò un cambiamento importante. I Vangeli attribuiscono ai bambini un significato speciale e portandoli come esempio di purezza e semplicità. Le parole di Gesù che invita ad accogliere i piccoli e a non disprezzarli («chiunque avrà fatto del bene anche ad uno solo di questi fratelli più piccoli, lo avrà fatto a me») contribuirono a diffondere una maggiore sensibilità verso l’infanzia.
L’infanzia tra cristianesimo e Medioevo
Cominciarono a svilupparsi le forme di assistenza destinate agli orfani e ai bambini abbandonati, ma sarebbe prematuro, sulla base di questo, immaginare un immediato stravolgimento delle condizioni di vita dei minori. Per secoli, infatti, la mortalità infantile rimase altissima e molte famiglie vedevano morire diversi figli prima che raggiungessero l’età adulta. In una società segnata dalla precarietà della vita, il rapporto con i bambini non poteva che essere altrettanto trascurato.
Nel Medioevo i bambini partecipavano molto presto alle attività della famiglia e del lavoro e non esisteva una netta separazione tra il mondo degli adulti e quello dell’infanzia. Dopo i primi anni di vita, i piccoli venivano progressivamente introdotti alle responsabilità degli adulti, apprendendo mestieri e lavorando in negozi e botteghe. Tutto questo ha perfino messo in dubbio se nel Medioevo fosse mai davvero esistito il concetto di “infanzia”. Gli storici hanno fatto non poca fatica a ricostruirne i capisaldi. Oggi sappiamo che esisteva di certo il concetto di famiglia, ma anche che i bambini venivano trattati alla stregua di “piccoli adulti”. Quindi inseriti in una concezione distorta della vita familiare.
Orfanotrofi e ruote degli esposti
Tra il Medioevo e l’età moderna si diffusero sempre più gli orfanotrofi. Gli ospizi per trovatelli e le cosiddette “ruote degli esposti”, strutture create per accogliere i bambini abbandonati. Le madri potevano lasciare anonimamente i neonati presso conventi o istituzioni assistenziali, confidando nella carità pubblica.
A dispetto dell’abbandono del minore in sé, queste iniziative rappresentarono un progresso significativo. Per la prima volta la società riconosceva una responsabilità collettiva nei confronti dei bambini senza una famiglia.

La realtà degli orfanotrofi, però, era spesso durissima: le condizioni igieniche erano pessime, il personale insufficiente e la mortalità elevatissima. Molti bambini non sopravvivevano ai primi anni di vita. In condizioni tanto precarie l’obiettivo principale era garantire la sopravvivenza fisica, non certo il benessere emotivo o psicologico.
Educare, correggere, obbedire
Nei secoli successivi si cominciò a pensare all’educazione e allo studio dei più giovani. Si diffusero collegi, convitti e istituti religiosi: strutture, queste, che avevano il compito di formare cittadini disciplinati, credenti obbedienti e futuri membri produttivi della società. L’educazione era spesso severa e basata sulla disciplina. Le punizioni corporali erano considerate strumenti normali di formazione e l’obbedienza rappresentava una delle virtù più apprezzate. Non ci distaccavamo qui ancora molto dall’idea dell’adulto dominante diffusa in antichità. Si credeva, infatti, che il bambino dovesse essere corretto e guidato dagli adulti, considerati gli unici depositari dell’autorità e della ragione.
Ma in un mondo antico ancora troppo concentrato sul progresso per accorgersi dei più piccoli, in quale momento abbiamo iniziato a pensare a loro come a individui autonomi e meritevoli di attenzione e tutela?
La rivoluzione dell’infanzia
Una prima svolta fondamentale si verificò nel Settecento grazie all’Illuminismo. Pensatori come Jean-Jacques Rousseau iniziarono a sostenere che il bambino non fosse un adulto incompleto. Ma un individuo con caratteristiche proprie: fu qui che l’infanzia cominciò a essere considerata una fase naturale e preziosa dello sviluppo umano. Questa nuova sensibilità modificò profondamente il modo di concepire l’educazione e i rapporti familiari. I bambini non erano più soltanto destinatari di ordini e punizioni, ma persone da accompagnare nella crescita, rispettandone i tempi e le esigenze.
Bambini nelle fabbriche della rivoluzione industriale
L’Ottocento mostrò, però, una forte contraddizione. Mentre filosofi e pedagogisti elaboravano nuove teorie sull’infanzia, milioni di bambini lavoravano nelle fabbriche e nelle miniere della società industriale. In molte città europee i minori trascorrevano giornate lunghissime in ambienti pericolosi e insalubri. Impiegati spesso per via delle loro stature basse e delle loro mani piccole e veloci.
Le testimonianze dell’epoca raccontano di bambini impiegati per dodici o quattordici ore al giorno. Le denunce di medici, giornalisti e riformatori sociali portarono gradualmente all’introduzione di leggi che limitavano il lavoro minorile e rendevano obbligatoria l’istruzione. Per la prima volta, lo Stato iniziò a intervenire direttamente in favore dell’infanzia.
Il Novecento e la scoperta dei minori
Nel Novecento il cambiamento accelerò ulteriormente. La nascita della psicologia infantile, della pedagogia moderna e delle scienze dell’educazione contribuì a mostrare l’importanza delle esperienze vissute nei primi anni di vita. Educatori come Maria Montessori sottolinearono la necessità di rispettare l’autonomia e la personalità del bambino. Nel devastante bilancio post-bellico delle due guerre mondiali, rientrò anche il bisogno di proteggere i minori.
I bambini ci guardano davvero
Un’importante testimonianza di questa nuova sensibilità si riversa anche nella cultura e nel cinema. Nel 1944 Vittorio De Sica realizzò il film “I bambini ci guardano”, considerato uno dei precursori del neorealismo italiano.
Il film racconta la crisi di una famiglia attraverso gli occhi del piccolo Pricò. Un bambino che assiste all’infedeltà della madre, alla sofferenza del padre e alla progressiva disgregazione del nucleo familiare. Si trattò di una voce importante. Per la prima volta il bambino non risultava una figura secondaria o un simbolo di innocenza, ma diventava il punto di osservazione privilegiato della realtà.
De Sica anticipò un tema tristemente attuale mostrando come gli adulti, anche e soprattutto in virtù del pensiero ereditato nei secoli che i bambini siano impermeabili, siano spesso incapaci di comprendere l’impatto delle proprie azioni sui figli. Il titolo stesso suggerisce una riflessione profonda: i bambini osservano continuamente il mondo degli adulti, ne assorbono le contraddizioni, le fragilità e le sofferenze. Il loro silenzio equivale a un numero spropositato di parole adulte. Esprimendo di fatto una interiorità propria e un punto di vista che merita cura e ascolto.
La nascita dei diritti dell’infanzia
Questa nuova concezione andò di pari passo con una consacrazione internazionale che avvenne nel 1959 e che fu la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite, seguita nel 1989 con la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che riconobbe ai minori diritti civili, sociali, culturali e politici. Per la prima volta nella storia, il bambino non veniva più considerato soltanto un soggetto da proteggere, ma una persona con una voce, indipendenti dalla volontà dei genitori o dello Stato.
Il Telefono Azzurro e il diritto alla parola
È all’interno di questo lungo processo storico che si colloca la nascita del Telefono Azzurro nel giugno del 1987. L’associazione fu fondata dallo psichiatra Ernesto Caffo con l’obiettivo di offrire ascolto e aiuto ai bambini e agli adolescenti che versavano in condizioni di violenza, abuso, trascuratezza o disagio. La vera novità non consisteva soltanto nell’assistenza fornita, ma nel principio culturale di cui l’iniziativa si faceva promotrice: per millenni gli adulti avevano parlato dei e per i bambini, decidendo interamente per loro; con il Telefono Azzurro, invece, i bambini potevano finalmente usufruire di uno strumento interamente loro dedicato, parlare direttamente, raccontare la propria sofferenza e chiedere aiuto senza mediazioni che potessero influenzare o diluire il loro punto di vista. Erano protagonisti, il loro era il punto di vista che contava e il Telefono Azzurro il riconoscimento concreto del loro diritto alla parola.
Una conquista ancora incompleta
La nascita del Telefono Azzurro rappresenta il punto di arrivo simbolico di una trasformazione iniziata secoli prima. Oggi ciò che conta è soprattutto la dignità del minore, il suo diritto a essere ascoltato, rispettato e protetto.
In questa prospettiva, il Telefono Azzurro non è soltanto un servizio di assistenza ma anche il simbolo di una conquista culturale maturata nel corso dei secoli: la voce del bambino assume credibilità e tutta la società, declinata in diverse figure e competenze, ha l’obbligo di ascoltarla.
E se il mondo di ieri era troppo distratto per curarsi dei bambini, quello di oggi è diventato incredibilmente crudele per gli stessi motivi: la fragilità fisica e psicologica dei bambini è tuttora miccia per violenze e abusi e la cronaca odierna non manca di ricordarcelo attraverso episodi inenarrabili.
Le voci dei bambini sotto i missili
A quante chiamate dal Telefono Azzurro di Gaza abbiamo risposto? A quante piccole voci sotto i missili non abbiamo dato ascolto in questi anni infernali in cui sono stati assassinati più di ventimila bambini? Nonostante la linea con l’Occidente cada di continuo, Unicef, Medici Senza Frontiere e molte altre organizzazioni provano a intervenire costantemente sui territori martoriati della Palestina con assistenza sanitaria e fornitura di acqua e cibo. Purtroppo, a causa delle restrizioni, il rapporto tra bisogno e aiuto fornito è quasi sempre insufficiente e questa rimane ancora oggi una delle più grandi piaghe della storia contemporanea.
Dovrebbe bastarci a capire che l’infanzia non è un momento delicato della vita soltanto perché è una grande collezione di prime volte in cui ogni cosa è nuova; lo è anche perché tutto ciò che è nuovo non è detto che sia bello o piacevole – per alcuni non arriva neanche ad essere vissuto abbastanza da poterlo capire.
Sì, un piccolo telo bianco ha il diritto di abbandonarsi al vento, di diventare altro, di crescere. È ammesso, è tollerabile che si sporchi lungo la via. L’inaccettabile è che, pur raccogliendolo, lavandolo e avendone cura, quello sporco non vada più via.





























