L’Ufficio di Sorveglianza di Torino respinge l’istanza presentata dalla difesa del gioielliere. Meloni torna a parlare di proporzionalità delle pene, mentre l’Anm denuncia minacce e messaggi d’odio contro i magistrati
Non si placa la polemica sulla sentenza di condanna nei confronti del gioielliere Mario Roggero, rialimentata dalle parole della premier Giorgia Meloni, che torna a parlare dell’importanza di non sottovalutare quella che è una questione di «proporzionalità delle pene» che vengono comminate.
A gettare altra benzina sul fuoco, nel dibattito già rovente sulla legittima difesa e sulla richiesta di grazia per il gioielliere, è la decisione dell’Ufficio di Sorveglianza di Torino di respingere l’istanza di differimento della pena per il 72enne di Grinzane Cavour, rinchiuso da giorni nel carcere milanese di Bollate.
Il no dell’Ufficio di Sorveglianza
Il magistrato di sorveglianza, Elena Massucco, ha motivato la sua decisione sul fatto che «non si ravvisa, né sono state indicate dalla difesa, le circostanze di necessità e di urgenza indispensabili per provvedere cautelativamente, in questa sede».
Gli atti vanno ora al Tribunale di Sorveglianza, alla Procura generale della Corte d’Appello di Torino e all’Ufficio di Sorveglianza di Milano.
Era stato il difensore del gioielliere, dopo aver saputo della trasmissione degli atti da Torino a Milano, a inviare lunedì sera una Pec ai magistrati milanesi. Reiterando l’istanza di differimento della pena. Poi l’Ufficio di Sorveglianza lombardo aveva restituito gli atti a Torino, ritenendo che la competenza dovesse restare nel capoluogo piemontese. Poiché l’istanza era stata presentata quando il 72enne – condannato a 14 anni e 9 mesi per avere ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo – era ancora in stato di libertà.
Le ragioni della difesa
«Il signor Roggero non ha mai chiesto l’estinzione della pena o un colpo di spugna. Bensì un differimento temporaneo dell’esecuzione della pena», ha spiegato il professor Sergio Novani, analista processuale nel collegio di difesa del gioielliere.
La richiesta presentata dalla difesa, come ha sottolineato l’esperto, è stata avanzata «in pendenza della domanda di grazia». Secondo Novani, «la legge non funziona a colpi di slogan. I reali presupposti per concedere il differimento sono chiari. La serietà della domanda di grazia pendente davanti al capo dello Stato, l’assenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato e un dovere di umanità verso un uomo ultrasettantenne, per evitare che l’espiazione inizi proprio mentre si valuta l’atto di clemenza. Insomma, nessuno domanda corsie preferenziali, ma il rispetto del codice».
La polemica politica
Ma il dibattito che si è generato sul caso, ha fatto notare il professore, «rischia di far passare uno strumento tecnico finalizzato al solo differimento per un’istanza congegnata per un’estinzione definitiva della condanna». Si alimenta così una «confusione strumentale con l’evidente obiettivo, per alcuni, di orientare l’opinione pubblica e spingere verso un rigetto dell’istanza».
II caso ha scatenato la premier Meloni, di nuovo intervenuta, invocando una «proporzionalità delle pene» che vengono comminate.
Una questione «evidente a tutti, tranne che alla sinistra», ha attaccato la presidente del Consiglio in un’intervista a Il Giornale. «Non si possono dare 8 anni a un pedofilo o meno di 10 anni in casi di stupri di gruppo, e poi condannare un comune cittadino di 72 anni a passare il resto dei propri giorni in carcere. Perché ha reagito a una banda di rapinatori che avevano assaltato il suo negozio, minacciando di morte lui e la sua famiglia».
E «come si può chiedere a un comune cittadino di avere, in un contesto di alto pericolo, stress e picchi emotivi – ha proseguito la presidente del Consiglio – il sangue freddo per capire quando è venuto meno il pericolo? Che la minaccia è cessata? Sono situazioni difficili da gestire anche per i professionisti addestrati a questo, figuriamoci per un normale cittadino».
La risposta dell’Anm
L’Associazione nazionale magistrati ha reagito a quello che considera l’ennesimo attacco alle toghe, esprimendo vicinanza a chi la tanto discussa sentenza l’ha emessa.
Minacce, insulti e messaggi d’odio. «attaccati per aver applicato la legge dello Stato sull’omicidio e sulla legittima difesa». È l’ennesimo allarme lanciato dal sindacato delle toghe per le continue intimidazioni seguite alle polemiche.
Ha espresso tutto il suo disappunto anche Edmondo Bruti Liberati, ex presidente dell’Anm ed ex procuratore capo di Milano, che in un’intervista a Repubblica ha parlato di «una settimana di ordinaria follia».
«Siamo arrivati a Elon Musk che parla di un fatto “pazzesco” e sostiene che sono i giudici a meritare la condanna. Tutto ciò – ha sottolineato Bruti Liberati – è inaccettabile: sarebbe stata doverosa una risposta secca da parte delle istituzioni, a partire dal nostro ministro della Giustizia. Ma non l’ho sentita. Non siamo davanti a una critica, i magistrati non possono essere insultati e delegittimati».
L’invito ad abbassare i toni
Infine, il procuratore capo di Milano Marcello Viola, commentando gli attacchi social ai magistrati che hanno condannato il gioielliere Mario Roggero e le tensioni politiche sul tema della legittima difesa, ha invitato tutti ad «abbassare i toni», per lasciare alla magistratura «il modo e il tempo di fare il suo lavoro, e provare a valutare dopo avere letto bene le motivazioni dei provvedimenti. Ma soprattutto – ha concluso – bisogna tornare a rasserenare il clima, tornare a un rapporto istituzionale che consenta anche di evitare eccessi come quelli che si sono visti in questi giorni».

































