24 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Lug, 2026

Gabrielli: «Serve Ministero per migranti. Sbagliato lasciare alla destra il tema sicurezza»

Franco Gabrielli

L’ex capo della Polizia chiede una cabina di regia unica per flussi, rimpatri e integrazione. E critica il centrosinistra: «Ha abbandonato un tema decisivo, consegnandolo a ricette solo repressive»


Un Ministero per l’Immigrazione che si occupi di flussi, rimpatri e integrazione. L’inseguimento a destra sui temi della sicurezza «porterà solo il Far West». Il grande errore della sinistra di aver ceduto questo dossier alle destre.

Franco Gabrielli è stato tante cose tra cui responsabile dell’Antiterrorismo, capo della Polizia, direttore dell’Aise (allora Sisde); sottosgretario all’Intelligence nel governo Draghi. Ora lo indicano come «possibile federatore del centrosinistra» ma lui ha una mission: «Ricondurre prima che sia troppo tardi il dibattito sulla sicurezza a pacatezza e concretezza».

Si rilanciano nuovi reati contro i minori, “nuove” legittime difese, la “grazia” per Roggero, la morte di Fakir a Bologna quasi un effetto collaterale.

Quando è successo che l’Italia da stato di diritto ha iniziato a scivolare verso lo stato di polizia?

«Perché si pensa di dare risposte a tutte le criticità del nostro tempo con lo strumento penale. Questo approccio peggiora il quadro: esclude ogni strategia per affrontare e rimuovere le cause; stressa ulteriormente il sistema giustizia e soprattutto quello dell’esecuzione della pena caricando le forze di polizia di compiti impropri».

Secondo la Lega e Futuro Nazionale la legittima difesa deve prescindere dall’attualità del pericolo.

«Mi sembra la naturale conseguenza di chi insegue le pulsioni. Ma così facendo si abdica al ruolo primario della politica che è governare i fenomeni con raziocinio e visione e non inseguendo la pancia».

Come vede, da tecnico, questo inseguimento a destra sul tema della sicurezza?

«Vedo il Far West al posto dello Stato, la giustizia fai da te al posto dell’esercizio esclusivo della forza che è prerogativa dello Stato. In quelle proposte si immaginano comportamenti del privato cittadino che sarebbero preclusi anche alle forze dell’ordine che dovrebbero essere gli unici legittimi titolari dell’esercizio della forza».

Un giudizio anche sulla proposta, cara alla premier, di non prevedere il risarcimento civile per i familiari dei criminali.

«Ancora una volta si vuole inseguire la pulsione. Anche per i risarcimenti bisogna sempre valutare caso per caso rimettendo al giudice una corretta valutazione».

Da ex capo della polizia, cosa farebbe se fosse ancora al Viminale sul caso Fakir?

«Aspetterei gli esiti degli accertamenti giudiziari ma al tempo stesso mi interrogherei se fosse possibile migliorare le procedure e la formazione degli agenti. Purtroppo in questi casi scatta quasi sempre un atteggiamento difensivo e corporativo. Riconoscere gli errori non è cedere alla critica ma provare a fare meglio nell’interesse dei cittadini e degli operatori».

Il sindaco Lepore ha sbagliato a chiamare la piazza in solidarietà alla famiglia?

«Credo, più onestamente, che abbia cercato di governare una possibile degenerazione. Poi i violenti ancora una volta hanno occupato la scena. Questa violenza e non altro dovrebbe essere l’oggetto di una generale condanna».

Dobbiamo fare i conti con un’opinione pubblica alle prese con fenomeni di micro e macrocriminalità.

Negli ultimi quindici-venti anni l’Italia è diventato un paese più o meno sicuro?

«Già definirla microcriminalità si rischia di derubricarla a qualcosa di meno importante mentre incide pesantemente sulla vita delle persone e accresce la percezione di insicurezza. Detto questo, il Paese non è più insicuro però è cambiato il sentiment rispetto alla sicurezza. Sentimento che ha ragioni oggettive ovviamente e in più impatta su una società che si è fatta più anziana e più povera e ha più paura. Paure che i social hanno amplificato complice chi ha provato a lucrarci per conseguire consenso politico».

Cinque, sei pacchetti sicurezza in quattro anni hanno prodotto circa 500 anni di carcere in più, 52 nuovi reati e 64 aggravanti. Serve a qualcosa tutto questo?

«Credo che la realtà ancora una volta si sia incaricata di smentire questo approccio panpenalistico e propagandistico».

Il binomio insicurezza-immigrati che piace così tanto alla destra e al suo apparato mediatico, è reale o strumentale?

«È reale perché nel nostro Paese non si è mai affrontato seriamente il governo del fenomeno migratorio che è fatto di flussi leciti, rimpatri efficaci e soprattutto integrazione. La mancanza di una strutturata politica di integrazione sta creando marginalità, rabbia, separatezza e le conseguenze sono sotto gli occhidi tutti».

Il centrosinistra ha rinunciato per troppo tempo ad elaborare una propria idea di sicurezza consegnando il tema alle destre?

«Sì, tradendo un’antica tradizione in cui i grandi partiti popolari della sinistra hanno sempre posto la sicurezza al vertice delle loro agende. La fondamentale legge che disegna l’amministrazione della pubblica sicurezza, la 121 del 1981, fu approvata da una larga maggioranza in cui c’erano tutti i partiti, dal Pci alla Dc, con la sola eccezione del Msi. Aver lasciato alla destra il monopolio del tema ha consegnato il governo di un ganglo vitale a ricette solo repressive ed ha allontanato molti elettori che si sono sentiti abbandonati».

Lei ha scritto un libro, “Oltre la paura, manifesto per una sicurezza democratica”. Quale l’obiettivo di un modello di sicurezza “progressista”?

«Dare una risposta che tenga insieme la repressione di comportamenti che incidono sulla sicurezza e la capacità di rimuovere le cause che determinano questi comportamenti. Contenimento degli effetti e rimozione delle cause dovrebbero essere la risposta più razionale. La destra privilegia solo il contenimento degli effetti, a sinistra si tende a privilegiare l’intervento sulle cause che vista la loro complessità a volte resta un auspicio. I due aspetti, invece, vanno tenuti insieme con realismo e pragmatismo. Senza approcci isterici».

Tre priorità per un programma sulla sicurezza di matrice centrosinistra.

«Abbiamo scritto un libro (per Feltrinelli con il giornalista Carlo Bonini, ndr) su questo. La cosa più urgente è l’istituzione di un Ministero ad hoc per le politiche migratorie in modo di avere un’unica cabina di regia per la gestione dei flussi legali, i rimpatri con l’imprescindibile collaborazione dei Paesi di origine e l’integrazione che abbia come obiettivo lingua, casa, lavoro. Serve poi l’istituzione di centrali uniche delle forze di polizia statuali e delle polizia locale perché un’efficace controllo del territorio è la prima e la più urgente risposta alla domanda di sicurezza».

La terza priorità?

«Un piano efficace e coordinato che affronti i temi delle malattie mentali e della tossicodipendenza di cui si parla sempre meno».

Proviamo a risolvere un enigma: in Italia ci sono circa 600mila immigrati irregolari molti dei quali delinquono. Ne conosciamo identità e paese di origine: perché non rimpatriamo queste persone?

«Non è così facile, diciamo che non vale il “reso di Amazon”. Per rimpatriare serve che un Paese sovrano riconosca l’immigrato come proprio cittadino e lo doti di documento. Questo è molto difficile per due motivi: l’immigrato costituisce per il Paese di origine una risorsa attraverso le rimesse di danaro che invia alla famiglia e quindi se non ci sono accordi strutturati e onerosi non sempre c’è un atteggiamento collaborativo. Pesano anche, e molto, le carenze del sistema anagrafico di questi paesi che non favoriscono una vera identificazione».

La campagna elettorale cavalcherà la sicurezza. Qualche istruzione per l’uso, cose da fare e quelle da evitare?

«I cittadini vorrebbero che i toni si abbassassero per riuscire a parlare un linguaggio di verità. La sicurezza è e sarà un tema centrale e i cittadini chiedono che sia affrontato con proposte concrete».

È quello che vede negli incontri per la presentazione del libro?

«Vedo molto interesse. La gente è frastornata dalla grancassa ma nonostante la cloroformizzazione della propaganda le persone si pongono il problema e vogliono capire. Questo mi fa ben sperare».

Si parla nuovamente di Salvini al Viminale al posto di Piantedosi. Le pare possibile?

«Mi sembra surreale. Sarebbe la certificazione che questi quattro anni di gestione dell’Interno non sono stati efficaci. Non credo che la presidente del Consiglio lo possa accettare. Inoltre tutti sanno che il vero ministro, anche ai tempi di Salvini, era Piantedosi».

25 anni fa il G8 a Genova con il fallimento dell’ordine pubblico. Da allora certi errori non sono stati più ripetuti. E oggi?

«Oggi c’è un irrigidimento costante delle regole e questo potrebbe complicare la gestione della piazza che invece ha bisogno di funzionari formati, esperti ma flessibili in grado di leggere la situazione e la sua evoluzione, quando conviene cedere un po’ per avere dopo un risultato migliore. Se ingessi la piazza con un eccesso di norme penali, crei il presupposto del conflitto».

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