22 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Lug, 2026

Morte di Fakir, l’istruttore della polizia: «Le tecniche servono a immobilizzare, non a uccidere»

Gli ultimi momenti di Abderrahim Fakir

Parla il maestro Vittorio Sola che addestra gli agenti di Polizia anche sulle tecniche di immobilizazione: «La posizione prona possibile concausa della morte, ma lo stabilirà l’autopsia»


Ci sono morti che dividono il Paese prima ancora che parlino i medici legali. E poi ci sono morti che diventano terreno di scontro ideologico, dove ciascuno sceglie la propria verità e la difende come fosse una fede.

La vicenda di Abderrahim Fakir, il 42enne marocchino morto il 19 luglio al Pilastro durante un intervento della polizia, rischia di imboccare proprio questa strada. Da una parte chi grida all’omicidio. Dall’altra chi assolve gli agenti ancora prima che la Procura abbia terminato gli accertamenti.

Nel mezzo, però, restano le immagini, le domande e un’inchiesta che si allarga. I magistrati di Bologna hanno acquisito altri filmati, oltre alla bodycam di uno degli agenti e ai video girati dai residenti. (In foto l’istruttore Vittorio Sola)

Approfondiranno anche un altro aspetto finora rimasto sullo sfondo: le linee guida del Viminale sulle tecniche di contenimento e il funzionamento della macchina dei soccorsi. Perché quel giorno, in via Svevo, arrivò un’ambulanza con quattro volontari della Croce Rossa, ma senza medico e senza infermiere.

Per capire che cosa possa essere accaduto abbiamo parlato con il maestro Vittorio Sola, VI Dan di Judo e VI Dan di Ju Jutsu FIJLKAM, componente della Commissione nazionale MGA, esperto di uso legittimo della forza. Insegna alla Scuola di Polizia di Pescara. La sua prima risposta è anche la premessa: «È difficile e non sarebbe corretto esprimere un giudizio prima che siano resi noti i risultati dell’autopsia. Solo allora potremo dire che cosa ha provocato la morte dell’uomo immobilizzato dagli agenti. E chiarire se le modalità con le quali è stato immobilizzato non siano da ritenersi una concausa». Una frase pesata parola per parola. Perché in casi come questi diritto e medicina legale camminano insieme. Stabilire la causa della morte è una cosa. Capire se le modalità dell’intervento abbiano contribuito al decesso è un’altra.

Il precedente

Il maestro Sola richiama inevitabilmente un precedente destinato a tornare anche nelle aule giudiziarie. «Quello che è accaduto ricorda drammaticamente il caso Magherini – lui riprende – Nel febbraio scorso la Cassazione assolse gli agenti perché, scrissero i giudici, nel loro profilo professionale non potevano avere le competenze mediche necessarie. Successivamente però la Corte europea dei diritti dell’uomo ribaltò quel verdetto perché, nonostante la morte fosse stata provocata da intossicazione e da una tempesta catecolaminergica, ritenne che la posizione ventre a terra fosse stata mantenuta oltre il tempo necessario».

È un richiamo che pesa. Non perché i due casi siano sovrapponibili, ma perché evidenzia un principio: anche quando il decesso dipende da molteplici fattori, il contenimento può concorrere causalmente all’evento.

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La formazione

Perché, nonostante anni di formazione, vicende simili continuino a ripetersi? «Noi lo ripetiamo sempre, anche per evitare che ci possano essere strumentalizzazioni. Per ridurre i rischi il soggetto va portato il prima possibile in posizione laterale, o almeno seduta. La posizione prona può diventare una concausa».
Poi però il maestro cambia prospettiva. «Mi faccio anche altre domande….» Quali? «Perché i soccorritori non sono intervenuti? Per ammanettarlo ci sono voluti circa 5 minuti. Poi bastava guardarlo in volto per capire se era in corso una cianosi. In un processo celebrato recentemente a Milano, nel quale sono intervenuto come consulente, dimostrammo che gli agenti avevano immediatamente girato la persona immobilizzata e si erano accorti della cianosi del volto. Era un cardiopatico che aveva bevuto troppo. Bisogna sempre capire quale sia stata la vera causa del decesso. E prima ancora bisogna ricostruire tutto ciò che è accaduto. Questo oggi possono farlo soltanto i magistrati, anche grazie alla bodycam, che il poliziotto aveva correttamente attivato a dimostrazione della sua buona fede».

La bodycam

La bodycam, infatti, potrebbe raccontare molto più di quanto mostrino i filmati diffusi sui social, limitati agli ultimi istanti dell’intervento. «Quel video va visto dall’inizio alla fine. Nel frammento che ho esaminato ho visto l’agente seduto sulla zona lombare dell’uomo colpirlo due volte sulla spalla. Non erano colpi inferti per fare male. Sono tecniche di destabilizzazione che servono a ottenere la ritrazione del braccio e consentire l’ammanettamento. Sono procedure che insegniamo nei corsi di formazione».

Ma allora perché non sarebbe stata applicata integralmente la procedura che raccomanda di interrompere quanto prima la posizione prona? La risposta di Sola apre un altro capitolo. «Per un motivo molto semplice: quella circolare non è ancora operativa perché è al vaglio dell’amministrazione e delle organizzazioni sindacali. E comunque nessuno può dire oggi che, se fosse stata applicata, avrebbe evitato la morte di Fakir».

Il punto, però, non riguarda soltanto la polizia. «Sappiamo che i soccorritori erano presenti e che per tutto quel tempo non hanno detto né fatto nulla. Ma bisogna anche ricordare un dato: erano volontari. Nei casi ordinari intervengono loro; solo successivamente arrivano l’automedica, l’infermiere e, se necessario, il medico. Mi chiedo: siamo sicuri che i parametri vitali fossero già compromessi quando hanno tentato la rianimazione? Sono interrogativi che meritano risposte».

Le carenze

È proprio questo il secondo binario seguito dalla Procura. Gli inquirenti non vogliono soltanto verificare la correttezza del contenimento. Stanno cercando di capire anche se il sistema dell’emergenza abbia funzionato come avrebbe dovuto. E qui il ragionamento esce dal singolo episodio per fotografare un problema strutturale. Sempre più spesso gli agenti sono chiamati a gestire persone in piena crisi psichiatrica. Situazioni che richiedono sangue freddo, addestramento, conoscenze sanitarie di base e un coordinamento immediato con personale medico qualificato. Pretendere che un giovane poliziotto affronti da solo scenari tanto complessi significa caricarlo di responsabilità che spesso vanno ben oltre la formazione ricevuta. Non sempre per colpa sua. Dall’altra parte, la sanità pubblica paga anni di tagli e di carenza di personale. Così può accadere che sul luogo di un’emergenza tanto delicata arrivino soltanto volontari, encomiabili per generosità ma inevitabilmente privi delle competenze cliniche di un medico o di un infermiere specializzato.

Menzogne social

Intanto sui social qualcuno ha scelto la scorciatoia più ignobile. Nelle ore successive alla morte di Fakir è stato fatto circolare un elenco di gravissimi precedenti penali attribuiti alla vittima. Era falso. Quei reati appartenevano a un’altra persona, Abderrahim Mansouri, ucciso mesi fa a Rogoredo. Fakir viveva regolarmente in Italia fin da bambino, lavorava come titolare di una piccola impresa di facchinaggio e aveva soltanto un vecchio precedente risalente a circa vent’anni fa. Una manipolazione costruita per insinuare che, in fondo, “se l’era cercata”. No. Le indagini servono proprio a evitare processi sommari. Stabiliranno se gli agenti abbiano rispettato le procedure, se il contenimento abbia avuto un ruolo causale nel decesso e se il sistema dei soccorsi abbia risposto in modo adeguato.

Perché questa non è soltanto la storia di un fermo di polizia finito in tragedia. È il punto d’incontro tra due fragilità dello Stato: quella di operatori sempre più spesso chiamati a fronteggiare emergenze psichiatriche senza strumenti sufficienti e quella di una sanità che, impoverita da anni di tagli, rischia di arrivare troppo tardi proprio quando ogni secondo può fare la differenza.

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