La Banca centrale europea (Bce) aumenta il costo del denaro dopo quasi tre anni di pausa. Sullo sfondo pesano il ritorno dell’inflazione, il caro energia e le conseguenze economiche della guerra tra Stati Uniti e Iran
La Banca centrale europea ha deciso: i tassi salgono dello 0,25% e arrivano al 2,25%, primo ritocco verso l’alto dal settembre 2023. Una scelta, spiegano da Francoforte, “unanime e senza riserve”, quasi una liturgia laica della politica monetaria. Anche la Banca d’Italia si allinea senza esitazioni e sul tavolo non restano alternative. Come se il copione fosse già scritto dal capo economista Philip Lane, e ai governatori non restasse che firmare in calce.
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Lagarde e la crescita che resiste
Christine Lagarde non si nasconde dietro il paravento delle formule. La crescita, dice, regge. E regge anche nello scenario peggiore, quello in cui la guerra in Medio Oriente si allarga come una macchia d’olio su una tovaglia già sporca di crisi: anche lì, l’economia dell’eurozona non si fermerebbe, ma rallenterebbe soltanto, restando intorno a quel mezzo punto che somiglia più a una sopravvivenza che a una marcia.
La presidente della BCE prova però a smontare l’idea di una stretta muscolare. “Non è una decisione drastica”, chiarisce, quasi a volerla far passare per un gesto di manutenzione ordinaria, come cambiare l’olio a un motore che però continua a tossire. È un segnale, non una svolta. E soprattutto, aggiunge Lagarde, la banca centrale non ha alcuna intenzione di legarsi le mani a un sentiero predefinito: la scelta di programmare le scelte è ormai un vecchio navigatore satellitare che indica strade che il mondo ha già smesso di percorrere. “La traiettoria dei tassi sarà quella che sarà”, dice con parole che suonano come una resa al caos organizzato dell’economia globale.
L’inflazione che continua a mordere
Dietro la decisione, però, non c’è solo la prudenza. C’è un’inflazione al 3,2% che continua a mordere il potere d’acquisto delle famiglie europee, e che ha lasciato cicatrici ancora fresche dopo il picco italiano del 12% a fine 2022. Un mostro che non è stato del tutto domato e che, nei timori di Francoforte, potrebbe ancora liberarsi dalla lampada se le aspettative dei prezzi tornassero a correre.
Le nuove stime della Bce
Le nuove proiezioni dello staff Bce raccontano un’Europa che cresce, sì, ma come un atleta stanco su un tapis roulant inclinato: il PIL dell’area euro rallenta, l’inflazione resta sopra il target per più tempo, e solo nel 2028 si rivede il 2%. Uno scenario che Lagarde definisce ancora “non privo di vigore”, quasi a voler rassicurare un pubblico che però sente più il rumore dei freni che quello del motore.
Le critiche da Roma
Eppure, fuori da Francoforte, il messaggio suona diverso. Più ruvido. Più politico.
Antonio Tajani lo dice senza giri di parole: “L’aumento dei tassi non aiuta nessuno”. Giancarlo Giorgetti, dal canto suo, è ancora più diretto — chiaro nella diagnosi — quando osserva che il rialzo non tocca la radice del problema, cioè lo shock energetico. È come curare la febbre ignorando l’infezione: si abbassa il termometro, ma il paziente resta malato.
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Le imprese e il costo del denaro
Dal mondo produttivo arriva la voce di Emanuele Orsini, che traduce la politica monetaria in linguaggio industriale, quello delle fabbriche e degli investimenti. Il messaggio è netto: proprio mentre si invitano le imprese a correre con incentivi e strumenti fiscali come l’iperammortamento il costo del denaro sale e mette un sasso pesante nello zaino di chi dovrebbe invece accelerare. Un “pezzettino di scoglio in più”, lo definisce, come se l’economia fosse una maratona già corsa con il vento contro.
I mercati scommettono su nuovi rialzi
Nel mezzo, la BCE osserva un mondo che cambia più velocemente dei suoi modelli. Il Fondo monetario internazionale avverte che nuovi shock energetici potrebbero rendere necessari rialzi ancora più rapidi. E i mercati, che raramente sbagliano a fiutare l’aria, già scommettono su un’altra mossa entro fine anno.
L’equilibrio sempre più fragile
È una partita in cui l’inflazione è tornata a essere il genio fuori dalla lampada, e la politica monetaria prova a rincorrerlo con una coperta che sembra sempre troppo corta. Francoforte tira un po’ più forte, Roma protesta, Bruxelles osserva, e l’economia europea continua a camminare su una fune sospesa tra crescita fragile e prezzi che non vogliono rientrare.
Un equilibrio instabile, dove ogni quarto di punto non è solo un numero: è un messaggio. E questa volta, più che una svolta, somiglia a un promemoria scritto in piccolo, in fondo alla pagina della storia economica europea.































