Ci sono domande che attraversano i secoli senza invecchiare, cambiano le civiltà ma alcune continuano a esistere con la forza della prima volta
Quando nasce la filosofia? La domanda farà sorridere gli studiosi che, da tempo si confrontano con questo interrogativo. Ci sono domande che attraversano i secoli senza invecchiare. Cambiano le lingue, mutano le civiltà, si trasformano le conoscenze, ma alcune continuano a riaffiorare con la stessa forza con cui emersero per la prima volta. Tra queste ve n’è una che accompagna l’umanità fin dalle sue origini: da dove viene tutto ciò che esiste? Forse la filosofia è nata anche da qui.
Ma molto prima che qualcuno pronunciasse parole come arché, logos o physis, uomini e donne avevano già alzato lo sguardo verso il cielo notturno interrogandosi sul mistero del mondo. Avevano osservato il ritorno delle stagioni, il sorgere e il tramontare del sole, la nascita e la morte degli esseri viventi. Avevano assistito all’irruzione delle tempeste, alla fertilità della terra, all’enigma del tempo. E dietro tutto ciò si affacciava una domanda tanto semplice quanto inesauribile: da dove viene tutto questo?
La prima volta
È una domanda che ha accompagnato l’umanità, tutta, in ogni parte del mondo, e ha attraversato culture, visioni, immagini, religioni.
Di recente Massimo Raveri, uno dei massimi studiosi di religioni e filosofie dell’Asia orientale, in “Le albe del mondo. Racconti sacri dell’inizio” (Laterza 2026), ha affermato che “i racconti dell’inizio del mondo non sono pagine di scienza o di preistoria, ma narrazioni che danno significato all’esistere. Anche Agostino, nelle “Confessioni”, comprese che l’origine non coincide semplicemente con un punto remoto nel passato. Quando cerca Dio, cerca contemporaneamente il principio del mondo e il principio di se stesso. La sua ricerca attraversa la memoria, perché è nella memoria che l’essere umano tenta di ricostruire il filo della propria esistenza. L’origine diventa allora una questione interiore.
Per questa ragione le grandi civiltà dell’antichità hanno elaborato racconti delle origini.
Le origini
Nella Mesopotamia, l’ “Enuma Elish”, un poema in lingua aggiudica, narrava la nascita del cosmo dal conflitto tra le potenze primordiali. In Egitto il mondo emergeva dalle acque indistinte del Nun. La Bibbia si apre con il celebre Bereshit, «In principio», (o sarebbe meglio tradurre con “in un inizio”), e raccontava una creazione che prende forma attraverso la parola. Da secoli filosofi, teologi, esegeti e commentatori ritornano su questo incipit apparentemente semplice, che continua a generare interpretazioni senza esaurirsi in nessuna di esse. Esiodo, nella “Teogonia”, faceva sorgere ogni cosa dal Caos, una realtà che non indica semplicemente il disordine, ma una sorta di apertura originaria, un abisso spalancato da cui emergono dèi, forze e generazioni. A prima vista questi racconti appaiono molto diversi. Eppure sono accomunati da una medesima esigenza: cercare di rendere abitabile l’esistenza. L’origine viene narrata perché l’uomo ha bisogno di orientarsi nel presente.
Ma, allora quando nasce la filosofia? Giorgio Colli, in “La nascita della filosofia”, Adelphi 1980, ha scritto: “Le origini della filosofia greca, e quindi dell’intero pensiero occidentale, sono misteriose. Secondo la tradizione erudita, la filosofia nasce con Talete e Anassimandro: le sue origini più lontane sono state cercate, nell’Ottocento, in favolosi contatti con le culture orientali, con il pensiero egiziano e quello indiano”, ma, conclude Colli, “per questa via non si è potuto accertare nulla”, accontentandosi di ”stabilire analogie e parallelismi”.
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Dal mito alla ragione?
Per lungo tempo il pensiero occidentale ha raccontato la nascita della filosofia come un passaggio netto dal mito alla ragione. Da una parte il racconto, dall’altra la spiegazione; da una parte l’immaginazione, dall’altra il pensiero critico. Oggi quella ricostruzione appare troppo semplice. Studiosi come Jean-Pierre Vernant hanno mostrato che la filosofia greca non nasce dalla distruzione del mito, ma da una sua trasformazione. Le domande rimangono in gran parte le stesse. Ciò che cambia è il modo di affrontarle.
Quando Talete afferma che il principio di tutte le cose è l’acqua, non sta semplicemente proponendo una teoria fisica. Sta tentando di individuare un fondamento unitario dietro la molteplicità del reale. Quando Anassimandro parla dell’ápeiron, l’indefinito da cui tutte le cose provengono e a cui ritornano, non si limita a descrivere l’universo. Cerca di pensare ciò che precede ogni determinazione particolare. Quando Anassimene individua nell’aria il principio di tutte le cose, continua la stessa ricerca: trovare ciò che permane mentre tutto cambia. I Greci chiamarono questo principio archè. Una parola che significa insieme inizio, origine, fondamento, comando. L’Arché non è soltanto ciò che viene prima nel tempo; è ciò che sostiene e rende possibile tutto ciò che esiste.
Le domande che ritornano
Ed è qui che la filosofia riconosce qualcosa che non smetterà più di interrogarla. L’origine non è soltanto un evento remoto collocato all’inizio dei tempi. È una questione che accompagna costantemente il pensiero. Ogni volta che ci chiediamo quale sia il fondamento della realtà, quale sia il principio della giustizia, quale sia la sorgente del linguaggio o della coscienza, torniamo in qualche modo a quella domanda iniziale.
Dalle acque primordiali al cosmo. Torniamoci, dunque, riprendendo la domanda sull’origine o sull’inizio. Le più antiche cosmogonie del Mediterraneo e del Vicino Oriente partono spesso da una fase indistinta, acquatica o oscura, e descrivono l’origine come separazione, genealogia, conflitto e ordinamento. Il poema “Enuma Eliš”, noto da tavolette del I millennio a.C. conservate anche nella biblioteca di Assurbanipal, si apre così:
«Quando in alto i cieli non esistevano ancorae sotto la terra non era ancora venuta all’essere…», (Enuma Eliš I, 1-2).
Qui il principio non è una creazione ex nihilo, ma una storia delle potenze primordiali e della loro messa in ordine da parte di Marduk; per questo il poema è anche una teologia della sovranità babilonese.
In Egitto il quadro è diverso perché non esiste un unico racconto canonico delle origini. Le tradizioni di Eliopoli, Menfi e altri centri convivono: Atum emerge dal Nun, mentre Ptah, nella teologia menfita, crea mediante pensiero e parola. I “Testi delle Piramidi”, incisi nelle camere funerarie dei re dell’Antico Regno, costituiscono il più antico grande corpus letterario egizio conservato e mostrano che l’origine del mondo è inseparabile dalla regalità, dall’oltretomba e dal mantenimento della maat, cioè dell’ordine cosmico e cultuale.
Il mito
Il mondo greco eredita e rielabora questo orizzonte. In Omero il quadro cosmico resta più allusivo e frammentario; in Esiodo, invece, la domanda sull’inizio diventa un racconto genealogico relativamente sistematico.
«Per primo venne ad essere Caos; poi Gea dall’ampio petto…», (Esiodo, “Teogonia” 116 ss).
Anche qui, però, l’origine non è il nulla, ma l’emersione progressiva di potenze, spazi e relazioni. Il cosmo antico, in altre parole, nasce quasi sempre come ordinamento di forze già presenti.
L’uomo, la città, la legge. Se il cosmo ha una storia, anche l’uomo ne ha una. In Mesopotamia l’antropogonia è già una teoria sociale:
«Metterò insieme sangue e formerò ossa… creerò l’uomo,sul quale sarà imposto il lavoro degli dèi», (“Enuma Eliš” VI, 5-8).
L’uomo nasce dunque dentro una gerarchia del lavoro e del culto; dire da dove viene significa anche dire quale funzione svolge nell’universo. L’antropogonia non è mai solo biologica: è già politica.
In Grecia il tema si sposta rapidamente dall’origine dell’uomo all’origine della convivenza. Nel mito riferito da Platone nel “Protagora”, le arti tecniche non bastano a salvare gli esseri umani: senza un minimo di competenza comune sul giusto, essi si distruggono a vicenda. Perciò:
«Zeus mandò Hermes a portare fra gli uomini rispetto e diritto,perché vi fossero ordinamento delle città e legami che li tenessero insieme». (Platone, “Protagora” 322c-d)
La nascita della polis
La polis, in questo racconto, nasce dove l’umano riceve non solo tecniche, ma anche condizioni etiche della coesistenza. Il fondamento del politico non è qui un contratto nel senso moderno, ma una distribuzione universale di aidos e dike.
Aristotele tradurrà questo nucleo mitico in un lessico teorico: la città esiste “per natura”, viene all’essere per vivere ma sussiste per vivere bene, e l’uomo è per natura un animale politico dotato di parola capace di distinguere utile, dannoso, giusto e ingiusto. A Roma, invece, l’accento cade meno sulla cosmogonia assoluta e più sulla fondazione storica della comunità: nell’Eneide Enea fonda città, porta i Penati nel Lazio e inaugura la linea che condurrà ad Alba Longa e a Roma. Anche la legge partecipa a questa logica originaria: la stele di Hammurabi, come ricordano oggi gli studiosi del Louvre, non è un “codice” nel senso moderno, ma una monumentale messa in forma della giustizia regia e divina.
La physis
Dal mito alla natura. Tra VI e IV secolo a.C. i Greci non smettono di interrogarsi sulle origini: cambiano il modo di formularle. I presocratici cercano princìpi primi; Senofane critica l’antropomorfismo; Anassagora pensa un cosmo tratto da una mescolanza originaria messa in moto dal nous; gli atomisti sviluppano una spiegazione materialistica dell’origine dei composti e negano il ruolo di un progetto divino. La storiografia più avvertita insiste però su un punto: non è corretto raccontare questa svolta come un semplice passaggio dal “mito ingenuo” alla “ragione moderna”. Anche i presocratici rispondono ai poeti servendosi ancora, spesso, di forme poetiche, immagini e allusioni tradizionali.
Platone e il Timeo
Platone, nel “Timeo”, conserva l’orizzonte religioso ma lo riformula come cosmologia razionale:
«Scoprire il creatore e padre di questo universo è difficile;e, una volta scoperto, impossibile dichiararlo a tutti», (Platone, “Timeo” 28c-29a).
Il cosmo è un vivente ordinato secondo un modello intelligibile: non più una lotta teogonica, ma neppure una fisica nel senso moderno. Siamo in una zona di confine, dove teologia, matematica e ontologia restano strettamente intrecciate. Lucrezio rappresenta uno degli esiti più radicali di questa trasformazione:
«Nulla nasce mai dal nulla». (Lucrezio, “De rerum natura” I, 189).
Da questo principio egli ricava non solo una fisica materialista, ma anche una storia naturale del linguaggio, delle leggi e persino della religione: uomini più saggi insegnarono a istituire magistrature e codici, stanchi di una vita regolata dalla forza. Sul versante orientale, intanto, gli studi di Francesca Rochberg hanno mostrato che astronomia, divinazione e calcolo convivevano nelle culture cuneiformi in forme che non andrebbero liquidate come semplice “proto-scienza”, ma comprese nei loro propri criteri storici di razionalità.
Conclusioni
Ogni civiltà torna continuamente a interrogare il proprio inizio. Lo fanno i popoli quando raccontano la propria storia. Lo fanno le religioni quando custodiscono la memoria delle loro rivelazioni. Lo fanno gli individui quando cercano di comprendere la propria vita. Non è un caso che la memoria dell’infanzia occupi un posto così centrale nella letteratura moderna. Da Rousseau a Proust, da Tolstoj a Pavese, il ritorno alle origini personali non coincide con un semplice esercizio della memoria. È la ricerca di un’origine capace di rendere intellegibile il presente.
Molti secoli più tardi, la modernità avrebbe complicato ulteriormente il problema. Le grandi scoperte scientifiche hanno progressivamente allargato l’orizzonte temporale dell’universo. La Terra non è più il centro del cosmo. L’umanità non occupa più una posizione privilegiata nella natura. La storia dell’universo si misura in miliardi di anni. Eppure, paradossalmente, la domanda dell’origine non è scomparsa. È diventata ancora più radicale.
Il filosofo Hans Blumenberg osservava che gli esseri umani non possono vivere senza racconti che conferiscano significato al loro rapporto con il mondo. Anche quando abbandonano le antiche cosmologie, continuano a elaborare nuove narrazioni capaci di orientare l’esistenza. Cambiano le immagini, non il bisogno che le genera.




























