15 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Mag, 2026

Sequi: «Trump voleva contenere la Cina, ma l’ha rafforzata»

Ettore Sequi, già ambasciatore italiano in Cina, fa il punto sul Summit tra Trump e Xi che si tiene in questi giorni a Pechino


«Trump andrà a Pechino cercando risultati immediatamente spendibili negli Usa: Boeing, agricoltura, investimenti, tregua tariffaria e garanzie sui flussi di terre rare. Xi cercherà invece risultati strategici: rallentare il contenimento tecnologico americano e ottenere ambiguità politica su Taiwan, oggi vero termometro della credibilità americana nell’Indo-Pacifico». Ettore Sequi, già segretario generale del ministero degli affari esteri e ambasciatore italiano in Cina, nonché profondo conoscitore della realtà persiana, fa il punto sul summit Usa-Cina che si tiene oggi e venerdì a Pechino.

Secondo Thomas J. Duesterberg dell’Hudson Institute, Trump si trova in una posizione di forza perché può colpire la crescita cinese con dazi e sanzioni. Ma è ancora così?

«L’idea che Trump abbia una superiorità negoziale schiacciante appartiene a una fase precedente. Gli Usa mantengono strumenti enormi di pressione – dollaro, finanza globale, tecnologia avanzata».

«Ma la Cina ha ormai dimostrato di poter colpire il cuore industriale occidentale attraverso terre rare, batterie e supply chain. Il vero cambiamento geopolitico è che il rapporto Usa-Cina non è più una relazione di dipendenza ma è diventato un equilibrio di vulnerabilità reciproca. Inoltre, la crisi iraniana ha rafforzato Xi. Pechino vede oggi un’America potentissima ma costretta a consumare risorse nel Golfo mentre dovrebbe concentrarle nell’Indo-Pacifico. Trump pensa in termini di deal. Xi in termini di logoramento strategico della potenza americana».

Per Bronwen Maddox di Chatham House “Trump è una manna dal cielo per Pechino”. Gli Usa sono diventati meno temibili per la Cina?

«La Cina non pensa che gli Usa siano deboli. Pensa che siano diventati meno prevedibili, meno coerenti e meno capaci di tenere unito il sistema occidentale. Per decenni la vera forza americana non è stata solo militare ma basata su soft power, capacità di tenere insieme alleanze, finanza, tecnologia, commercio e sicurezza globale. Oggi Pechino vede invece un’America polarizzata internamente, logorata nel Golfo e in tensione con gli alleati. Nel frattempo, la Cina si presenta come il centro industriale mondiale: batterie, energia verde, AI, terre rare, infrastrutture e manifattura avanzata. Proprio l’imprevedibilità americana sta alimentando l’idea di una Cina potenza prevedibile e responsabile. Il paradosso è che Trump voleva contenere la Cina. In molti casi sta accelerando la convinzione cinese che il vantaggio storico americano possa essere eroso».

La visita di Abbas Araghchi a Pechino che messaggio manda a Washington? Quanto pesa la Cina nel Golfo?

«Il messaggio era chiarissimo: senza la Cina la stabilizzazione del Golfo diventa più difficile. La visita di Araghchi serviva a mostrare che Pechino è ormai indispensabile nella crisi energetica mondiale. La Cina compra petrolio iraniano, mantiene relazioni con Teheran e monarchie del Golfo ed è il motore industriale asiatico più dipendente dalla stabilità energetica regionale».

«Ma Pechino non vuole sostituire militarmente Washington. Vuole lasciare agli Usa i costi strategici del Golfo e trasformare progressivamente la propria centralità economica in influenza geopolitica».

A che punto siamo del conflitto tra Usa e Iran?

«Siamo entrati in una fase di guerra congelata e logoramento reciproco. Stati Uniti hanno dimostrato superiorità militare. L’Iran ha dimostrato di poter destabilizzare il cuore energetico della globalizzazione senza sconfiggere militarmente Washington. Stallo simmetrico, ma vantaggio asimmetrico per l’Iran. Il punto centrale non è chiudere Hormuz, ma controllarne il livello di instabilità. Basta rendere insicuri traffici, assicurazioni e trasporti per colpire petrolio, inflazione e crescita globale. Si tratta di gestire Hormuz più che bloccarlo. È il limite della potenza americana. Washington domina in campo militare, ma controlla sempre meno gli effetti sistemici delle proprie guerre».

Che cosa si aspetta da questo vertice tra pesi massimi?

«Mi aspetto soprattutto una gestione lucida della rivalità. Xi offrirà a Trump prestigio e centralità personale perché ha compreso che Trump interpreta anche la geopolitica come teatro del proprio potere. Ma dietro la scenografia entrambe le potenze si stanno preparando a una competizione storica di lungo periodo. Trump cerca tregue tattiche e risultati immediatamente spendibili. Xi vuole evitare rotture immediate perché è convinto che il tempo lavori a favore della crescita della potenza cinese ed eroda progressivamente il primato americano».

Trump potrebbe desiderare un allineamento con la Cina rispetto alle alleanze tradizionali?

«No. La Cina resta il grande antagonista strategico americano. Ma Trump sta modificando profondamente il modo in cui Washington esercita leadership. Le attuali alleanze vengono trattate come rapporti continuamente rinegoziabili. Ed è questo che preoccupa Asia ed Europa. Xi punta precisamente a erodere la convinzione che gli Usa resteranno il perno stabile dell’ordine internazionale».

Può nascere un nuovo ordine internazionale dall’incontro di Pechino?

«Il nuovo ordine internazionale non nascerà dal summit. L’egemonia americana incontrastata è finita ma non esiste ancora un equilibrio alternativo stabile. Ed è questo che rende la fase attuale così pericolosa. Siamo entrati in un sistema in cui grandi potenze economicamente interdipendenti sono contemporaneamente rivali strategici, concorrenti tecnologici e avversari geopolitici. Un G2 transazionale, ovvero una coabitazione competitiva forzata. Il vero paradosso è che Usa e Cina continuano simultaneamente a commerciare, negoziare, sanzionarsi, contenersi e prepararsi a un confronto strategico di lungo periodo».

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