9 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Mag, 2026

Trump a Pechino da Xi per rilanciare la deterrenza americana

Dalla guerra dei dazi all’Iran, passando per Taiwan e la crisi della deterrenza americana: il viaggio di Donald Trump a Pechino racconta un rapporto di forza sempre più sbilanciato a favore della Cina di Xi Jinping


Un famoso presidente degli Stati Uniti, Teddy Roosevelt, una volta disse che nelle relazioni internazionali bisognava «parlare a bassa voce ma portare con sé un grande bastone. Tutti ti ascolteranno». A guardare il suo successore Donald Trump, che ieri è giunto a Pechino per il suo incontro con l’omologo cinese Xi Jinping, verrebbe da dire che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha finito per adottare una strategia diametralmente opposta. Parlare tanto, spesso in maniera fragorosa, ancor più spesso a vanvera, e restare a mani vuote. Il bastone, a dire il vero, Trump ha provato a impugnarlo più volte, salvo ritrovarsi ogni volta indebolito da errori politici e strategici. Così il viaggio in Cina si trasforma nel simbolo di un’America che cerca risultati immediati mentre Pechino si presenta sempre più sicura del proprio ruolo globale.

Il bastone, a dire il vero, Trump ha provato a impugnarlo più volte. Quando la scorsa primavera ha sventolato il randello dei dazi contro ogni Paese del mondo. Oppure quando ha decretato la chiusura delle frontiere. O ha minacciato l’invasione della Groenlandia e, successivamente, lo smantellamento della Nato. Ma anche quando ha ordinato di rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro per costringere Caracas ad aprire le sue riserve di petrolio. Oppure quando, per ben due volte, ha scatenato la guerra totale contro l’Iran. Eppure, tutte le volte è finito disarmato, più per incompetenza propria che per azione altrui.

I fallimenti della pressione americana

I dazi sono stati scritti così male da essere dichiarati incostituzionali dagli stessi tribunali americani, condannando il contribuente americano a costosi risarcimenti alle aziende coinvolte. Dopo aver già dovuto pagare al mercato il prezzo della guerra commerciale del tycoon. L’Ice – la controversa agenzia anti-immigrazione a cui Trump ha affidato il compito di espellere gli stranieri – ha dovuto abbassare la cresta dopo le feroci polemiche. Le sue imprese polari e caraibiche hanno impressionato ben poco i veri avversari di Washington. Agli occhi di Vladimir Putin o di Xi Jinping, prendersela con un’isola quasi disabitata o umiliare uno Stato fallito del terzo mondo non è mai stata una prova di forza.

Questa valutazione è poi stata confermata dalle due guerre con cui Trump ha cercato di far crollare il governo iraniano. Il fallimento della doppia spallata ha consolidato l’impressione che gli Stati Uniti non siano in grado di concretizzare le loro minacce. E che, anzi, questa crescente consapevolezza stia alimentando una confusione strategica sempre più evidente. L’impero americano, lentamente, sembra insomma sempre più un cane che si morde la coda piuttosto che un lupo feroce. Una crisi di deterrenza i cui effetti sono destinati a manifestarsi con forza nei prossimi anni.

Un presidente in cerca di risultati

Anche per questo quello che scende la scaletta all’aeroporto di Pechino è un Trump debole e bisognoso di una vittoria. «Non abbiamo bisogno di alcun aiuto, siamo molto più forti militarmente dei cinesi», ha messo le mani avanti il tycoon mentre si imbarcava sull’Air Force One. Ma a molti è sembrata una coda di paglia. Agli Stati Uniti una mano servirebbe. Per stabilizzare i mercati; per stroncare l’afflusso di fentanyl nel Paese; per minimizzare i crescenti problemi con il proprio mostruoso debito pubblico; per risolvere la guerra in Ucraina; per risolvere la crisi in Medio Oriente.

Non a caso, Trump si accompagna con una fitta delegazione di Ceo e imprenditori – da Jensen Huang a Tim Cook passando per Elon Musk – desiderosi di riaprire i contatti economici con il Dragone. Wall Street vuole gli affari e alita sul collo di un Trump in difficoltà per averli, poco importa quali concessioni politiche dovrà fare per averli. Anche per questo la Cina accoglie Trump proiettando grande sicurezza. I media cinesi quasi non hanno menzionato l’importante visita, sminuendone deliberatamente l’importanza.

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Prima di partire il tycoon ha per la prima volta messo Cina e Stati Uniti sullo stesso piano. «Noi e loro siamo le due superpotenze del mondo», ha detto concedendo per la prima volta un titolo di parità che Washington ha negato tenacemente per decenni. Ma i canali di Pechino non hanno battuto ciglio. Per loro la Cina è già grande e non ha certo bisogno dell’autorizzazione americana per esserlo ed esserlo sempre di più. Non a caso, nelle scorse settimane la Cina – pur diminuendo le sue manovre militari al largo di Taiwan, senza cancellarle del tutto – ha adottato un comportamento più assertivo.

Hormuz e il nodo iraniano

Il messaggio è chiaro: è Trump che viene a Pechino, è lui che ha bisogno di aiuto, sta a lui offrire concessioni. La Casa Bianca ha rilanciato ripetutamente le dichiarazioni del governo cinese che, nei giorni scorsi, si è espresso a favore della libera circolazione a Hormuz come prova che tra Pechino e Washington sia possibile un’intesa che sblocchi il pantano mediorientale. Bassa asticella, perché è probabile che – come in Ucraina – la Cina concordi a parole solo per poi nei fatti non rinunciare ai rapporti privilegiati con i propri alleati.

Non solo, ma anche se Pechino desidera la riapertura di Hormuz, non è detto che disponga delle leve per convincere gli iraniani a fare concessioni. Proprio ieri il ministero degli Esteri iraniano ha riconosciuto come la Cina sia un alleato per Teheran. Specificando tuttavia che la politica estera iraniana non sarà «dettata dall’Est o dall’Ovest», bensì «dall’Islam e dall’indipendenza nazionale», cioè dagli interessi sovrani della Repubblica Islamica. E’ inoltre difficile non leggere tra le righe come il richiamo cinese sia universale e vada applicato anche al blocco navale americano contro l’Iran.

Il timore di concessioni su Taiwan

Il grande timore resta che per guadagnare questo pugno di mosche il tycoon si impegni su altri fronti, in primis Taiwan. Offrendo una diminuzione del proprio sostegno militare e politico all’isola autonoma per incassare qualche buonauscita economica e una sponda sull’Iran. Scenario su cui fanno argine gli alleati, il Congresso e gli apparati americani, ma che non si può escludere al cento per cento.

Un esito simile sembra comunque distante, se non altro perché Xi non avrebbe intenzione di concedere granché: troppo distanti le posizioni per trovare un terreno comune, troppo anti-cinesi le politiche di Washington per scongelare i rapporti, troppo inaffidabile l’interlocutore americano.

Pechino aprirà a qualche concessione tattica sul fronte commerciale, per permettere al tycoon di salvarsi la faccia e per conservare quell’interscambio che ancora oggi alimenta buona parte dell’economia cinese, ma niente di più. Ma sulla geopolitica – quella che conta davvero, quella che ha dimostrato a Hormuz di essere in grado di plasmare l’economia e non viceversa – la distanza tra Pechino e Washington resterà ampia almeno quanto l’oceano che le divide.

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