Non è Guardiola, Ancelotti o Conte. Andrea Pirlo è la scommessa scelta da Paolo Maldini per rifondare la Nazionale, puntare sui giovani e inseguire il ritorno ai Mondiali nel 2030
Habemus ct. Affastellati sotto al balcone di via Allegri, a Roma, la sede papale della Figc, abbiamo visto la fumata bianca in un torrido pomeriggio di mezza estate. Non è l’uomo dei sogni (Pep Guardiola), non è il vincente per eccellenza (Carlo Ancelotti), né il cattivo all’amatriciana di un film di Eastwood (Antonio Conte). È Andrea Pirlo, un grande ex. Un allenatore.
Per lui non ci sono aggettivi. Non è vincente e non è perdente. Non ha inventato tattiche, posizioni, giochi dal basso. E non ha copiato alla perfezione nessun guru del pallone.
Ha allenato la Juventus, uno dei vertici del calcio italiano. E poi la Sampdoria, in Serie B. La sua carriera da allenatore racconta di tre esoneri e un paio di esperienze all’estero. L’ultima, negli Emirati Arabi, vanta anche una promozione (storica, dicono) dello United FC nella Serie A locale. È un underdog, di questi tempi pare vadano di moda.
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Pirlo, in fondo, lo è sempre stato: un campione che ha fatto sembrare semplici le cose complicate. L’Italia chiamò e lui ha firmato un contratto di quattro anni perché c’è un orizzonte e ovviamente quell’orizzonte è uno solo: il Mondiale, quello del 2030, l’oggetto non identificato del terzo tipo che gli italiani ormai hanno paura solo a nominare.
La pressione Pirlo l’ha sempre trattata senza impegno. Tant’è che prima della finale di Berlino, nel 2006, raccontò di aver passato il pomeriggio «dormendo e giocando alla PlayStation». Poi uscì e vinse il Mondiale. Ma quello era un altro tempo, Pirlo giocava. Oggi allena. Tutta un’altra storia.
Paolo Maldini, il direttore tecnico azzurro, non più di ventiquattro ore fa aveva detto: «L’ideale sarebbe nominare il ct entro questa settimana ma ancor più aspettare chi vogliamo. C’è fretta ma, dentro di noi, non così tanto». Evidentemente i tempi erano maturi.
La scommessa di Maldini
Guardatevi intorno: nessun clamore. Pirlo non accende e non spegne. Ma è ingiusto, merita la sua chance. È un volto giovane (ha solo 47 anni), conosce l’ambiente della nazionale. Non solo perché ci ha giocato tanti anni, ma perché a Coverciano, questo tempio inespugnabile del pallone, è considerato uno di qualità. Parla poco, ascolta molto e vede il gioco mezzo secondo prima: da calciatore era il suo talento, da ct dovrà diventare una specie di metodo.
E poi ha un forte legame con Maldini, che già lo voleva come allenatore del Milan. Il loro rapporto nasce da lontano e da un’idea comune. Quella secondo cui il talento andrebbe protetto e preservato senza ingabbiarlo. E comunque no, niente amichettismo: Pirlo è considerato un ottimo gestore e uno attento ai giovani, per questo Maldini lo ha voluto.
Ha fatto crescere i giovani ai tempi della Juventus (Kulusevski, Frabotta, Fagioli, Dragusin) e soprattutto alla Samp, dove ha conquistato i playoff con ragazzi ventenni come Sebastiano Esposito, Ghilardi, o il diciassettenne Leoni. Alla Samp aveva detto di voler «crescere e ripartire dal basso». Non ci è riuscito fino in fondo. Per la dirigenza azzurra, però, l’uomo a cui affidare una transizione fondata sulla ricerca di una nuova filosofia di calcio è proprio lui.
La rifondazione dopo il terzo Mondiale mancato
Problema: ad aprile, dopo lo sfacelo con la Bosnia che aveva decretato il terzo liscio consecutivo dell’Italia ai Mondiali, molti conti erano stati fatti. E si era scoperta la falla nella contabilità: in Serie A solo il 29% dei titolari era convocabile per l’Italia.
Solo 64 giocatori su 220. Un’unghia. Quel tram preso in faccia nello stadio di Zenica, un incubo che ha portato addirittura alle dimissioni di Gabriele Gravina (oh, comunque attaccatissimo al suo ruolo), doveva diventare una ripartenza. Una rifondazione. Poi c’è stato il Mondiale, quello che gli italiani si sono gustati davanti a una pizza fredda mentre i norvegesi facevano la Viking Row, gli inglesi cantavano Hey Jude, le vie d’Argentina diventavano bolge. Insomma, che invidia.
Maldini crede che Pirlo abbia la capacità di gestire al meglio i ragazzi, i giocatori in generale, una virtù con un peso importante. Per tornare ai Mondiali si punterà sui giovani. Sì, ma quali?
Il mercato estivo è ancora figlio delle vecchie, preistoriche logiche (dei procuratori), i soldi per comprare talenti non ci sono più (ma in Premier sì) e il progetto del nuovo presidente della Figc, Giovanni Malagò, assieme a Maldini e Leonardo, è ancora tutto da capire. In questo contesto, perché Pirlo?
Il calcio che vorrei
Guardiola chiedeva 20 milioni a stagione. A Pirlo ne basta 1,5. Con l’idea che se dovesse fare bene anche il suo ingaggio si alzerà. Scusate se è poco. Guardiola ha metodi consolidati e precisi. Pirlo è un allenatore che sa anche accontentarsi di ciò che c’è. Ma hanno già cominciato a guardarlo al microscopio per capire che Italia diventerà.
Indizio: la tesi di Pirlo a Coverciano si intitolava «Il calcio che vorrei». Partiva da una frase netta come una delle sue punizioni: «Il gioco deve essere il filo conduttore della mia squadra». Di più. Nella sua tesi d’esame emerge quella sua voglia di mettere al centro il calciatore. Una specie di copia carbone della sua vita in azzurro: Pirlo al centro, i palloni li smistava lui.
Dominio del possesso palla in fase offensiva, riaggressione alta (tipo Spagna), nessuno schema prediletto: ecco l’Italia che verrà. E niente schemi predefiniti. Alla Juventus andava di moda il 3-5-2, al Fatih Karagümrük (in Turchia) preferiva il 4-1-4-1, alla Sampdoria un 4-3-2-1.
Il modulo, insomma, non è un punto di partenza. Ma il principio sì: possesso palla, occupazione dinamica degli spazi, recupero immediato del pallone e libertà negli ultimi trenta metri. «Vogliamo attaccare bene per difendere bene», ha scritto Pirlo nel suo memoir. Speriamo non sia una frase di Osho.





























