15 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Ago, 2026

Ranucci non è il giornalismo. Il giornalismo non si salva con le tifoserie

Da una parte chi vuole trasformare Ranucci nel simbolo di un giornalismo compromesso, dall’altra chi lo considera intoccabile. Ma la verità sta fuori dagli schieramenti: si può dubitare del giornalista senza rinnegare il giornalismo d’inchiesta


C’è un momento, in ogni vicenda pubblica, in cui i fatti smettono di essere ciò che si vuole capire per diventare ciò con cui si vuole avere ragione, e il caso Ranucci-Lavitola quel momento sembra averlo raggiunto in fretta. Da una parte si è schierata una destra che, avendo creduto di trovare nell’arresto del presunto mandante la prova di un vecchio sospetto, ne ha fatto l’occasione per chiedere il passo indietro del conduttore e per rimettere sotto accusa, insieme a lui, la trasmissione che conduce.

Dall’altra una sinistra – malamente espostasi all’indomani dell’attentato – che, eretto attorno al giornalista lo scudo dell’unica cosa che nessuno può contestare, cioè che la bomba era destinata a lui, da quello scudo parrebbe ricavare una presunta santità che coprirebbe ogni domanda.

Due tifoserie speculari, che si fronteggiano sui banchi del Parlamento come negli scantinati dei social: mentre la prima pretende che Ranucci sia colpevole di qualcosa, la seconda esige che sia intoccabile in quanto vittima.

Due tifoserie, una stessa semplificazione

Ora, il fatto curioso delle tifoserie è che, per quanto si detestino, lavorano alla stessa opera: entrambe hanno bisogno che la vicenda sia semplice, perché soltanto una vicenda semplice può essere usata come arma. Alla prima serve un Ranucci quantomeno compromesso, alla seconda un Ranucci immacolato; a nessuna delle due serve un Ranucci reale, con le sue presunte zone d’ombra e insieme la sua al momento evidente estraneità all’attentato.

Così, mentre gli schieramenti si contendono la sua figura, la vicenda stessa si allontana dallo sguardo, e ciò che avrebbe dovuto chiarirla finisce per velarla. È la nebbia: non l’assenza di parole, che anzi abbondano, ma quella loro sovrabbondanza interessata che rende l’oggetto irriconoscibile. È il segno di un tempo che, non credendo più a una verità, concede a ogni versione dei fatti il medesimo peso, e in questa indistinzione lascia a ciascuno la licenza di affermare ciò che gli giova, al riparo da ogni smentita.

E sotto quella coltre restano, non viste, due questioni che meriterebbero invece di essere guardate distintamente, senza che l’una serva a cancellare l’altra.

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Le ombre su Ranucci

La prima questione è che questa vicenda, comunque la si giudichi, getta un’ombra su Ranucci, e negarlo per amore di parte è tanto disonesto quanto ingigantirla per la ragione opposta. L’ombra non riguarda l’attentato, rispetto al quale gli stessi magistrati lo considerano vittima ignara, bensì la compagnia e le sue prossimità: un giornalista d’inchiesta ha coltivato per anni un rapporto stretto, da lui stesso definito d’amicizia vera, con un faccendiere più volte condannato, e ne ha difeso l’innocenza con singolare fervore, salvo poi vedersi smentire dallo stesso Lavitola quando questi ha ammesso il proprio ruolo.

Vi è poi chi sostiene che risultasse perlomeno incuriosito da un disegno politico costruito sulla sua persona, al punto da dare consigli sui sondaggi commissionati per saggiarne la popolarità: e su questo la prudenza è d’obbligo. Ma il resto è agli atti, e l’opacità non è una categoria del codice, è una categoria del giudizio; su questo piano qualche risposta Ranucci la deve, e non a Salvini, bensì a chi crede nel giornalismo che dice di esercitare.

Il giornalismo d’inchiesta resta necessario

Di segno opposto è la seconda, che le tifoserie calpestano con eguale noncuranza. Che a un giornalista si attribuiscano delle ombre nulla toglie al giornalismo d’inchiesta, che permane tra le poche pratiche ancora sane, e tra le più rare; giacché esso non consiste nella comoda trascrizione del comunicato, bensì in quell’operosità paziente che induce ad andare a vedere là dove tutti si arrestano, a diffidare di ciò che l’opinione ripete concorde, a stanare il documento, la data, il nome che a qualcuno premeva sottrarre allo sguardo.

Una sorta di anticamera della ricerca storica che persegue la verità, non la spettacolarità; e per ciò appunto rappresenta l’unico esercizio che dirada la foschia anziché produrla. Che a incarnarlo possa essere stato un uomo non all’altezza del compito non lo rende meno prezioso, come l’imperfezione del medico non rende men necessaria la medicina.

La nebbia conviene a molti

Resta allora da chiedersi perché tanto accanimento a semplificare, e la risposta è che la semplificazione conviene a molti. Conviene a chi, a destra come a sinistra, avendo per anni patito le inchieste, coglie l’occasione per liquidare come “clava politica” ciò che era scomodo; e conviene, non meno, a chi si professa giornalista d’inchiesta senza esserlo, e nel gran polverone spera che non si distingua più il cronista dal ciarlatano, chi cerca la verità da chi vende soltanto il proprio schiamazzo.

Gli uni e gli altri hanno bisogno della nebbia, perché in essa ogni cosa vale l’altra. A chi guarda con animo sgombro tocca invece il compito più ingrato e più necessario: tenere ferme insieme le due questioni che si vorrebbero disgiunte, e riconoscere che si può dubitare di un giornalista senza rinnegare il giornalismo, e difendere il giornalismo senza assolvere il giornalista. È poca cosa, si dirà.

È, semplicemente, l’unico modo di non smarrire la verità mentre tutti pretendono di possederla.

Quando si smette di distinguere il vero dal non-vero

Se poi tutto questo appaia ingenuo, in un tempo che alla verità ha smesso di credere e proprio per ciò si crede libero, è cosa su cui non mi pronuncio. Osservo soltanto che una civiltà la quale non distingua più il vero dal non-vero ha già cominciato, senza avvedersene, a tramontare.

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