Da una parte chi vuole trasformare Ranucci nel simbolo di un giornalismo compromesso, dall’altra chi lo considera intoccabile. Ma la verità sta fuori dagli schieramenti: si può dubitare del giornalista senza rinnegare il giornalismo d’inchiesta
C’è un momento, in ogni vicenda pubblica, in cui i fatti smettono di essere ciò che si vuole capire per diventare ciò con cui si vuole avere ragione, e il caso Ranucci-Lavitola quel momento sembra averlo raggiunto in fretta. Da una parte si è schierata una destra che, avendo creduto di trovare nell’arresto del presunto mandante la prova di un vecchio sospetto, ne ha fatto l’occasione per chiedere il passo indietro del conduttore e per rimettere sotto accusa, insieme a lui, la trasmissione che conduce.
Dall’altra una sinistra – malamente espostasi all’indomani dell’attentato – che, eretto attorno al giornalista lo scudo dell’unica cosa che nessuno può contestare, cioè che la bomba era destinata a lui, da quello scudo parrebbe ricavare una presunta santità che coprirebbe ogni domanda.
Due tifoserie speculari, che si fronteggiano sui banchi del Parlamento come negli scantinati dei social: mentre la prima pretende che Ranucci sia colpevole di qualcosa, la seconda esige che sia intoccabile in quanto vittima.
Due tifoserie, una stessa semplificazione
Ora, il fatto curioso delle tifoserie è che, per quanto si detestino, lavorano alla stessa opera: entrambe hanno bisogno che la vicenda sia semplice, perché soltanto una vicenda semplice può essere usata come arma. Alla prima serve un Ranucci quantomeno compromesso, alla seconda un Ranucci immacolato; a nessuna delle due serve un Ranucci reale, con le sue presunte zone d’ombra e insieme la sua al momento evidente estraneità all’attentato.
Così, mentre gli schieramenti si contendono la sua figura, la vicenda stessa si allontana dallo sguardo, e ciò che avrebbe dovuto chiarirla finisce per velarla. È la nebbia: non l’assenza di parole, che anzi abbondano, ma quella loro sovrabbondanza interessata che rende l’oggetto irriconoscibile. È il segno di un tempo che, non credendo più a una verità, concede a ogni versione dei fatti il medesimo peso, e in questa indistinzione lascia a ciascuno la licenza di affermare ciò che gli giova, al riparo da ogni smentita.
E sotto quella coltre restano, non viste, due questioni che meriterebbero invece di essere guardate distintamente, senza che l’una serva a cancellare l’altra.
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Le ombre su Ranucci
La prima questione è che questa vicenda, comunque la si giudichi, getta un’ombra su Ranucci, e negarlo per amore di parte è tanto disonesto quanto ingigantirla per la ragione opposta. L’ombra non riguarda l’attentato, rispetto al quale gli stessi magistrati lo considerano vittima ignara, bensì la compagnia e le sue prossimità: un giornalista d’inchiesta ha coltivato per anni un rapporto stretto, da lui stesso definito d’amicizia vera, con un faccendiere più volte condannato, e ne ha difeso l’innocenza con singolare fervore, salvo poi vedersi smentire dallo stesso Lavitola quando questi ha ammesso il proprio ruolo.
Vi è poi chi sostiene che risultasse perlomeno incuriosito da un disegno politico costruito sulla sua persona, al punto da dare consigli sui sondaggi commissionati per saggiarne la popolarità: e su questo la prudenza è d’obbligo. Ma il resto è agli atti, e l’opacità non è una categoria del codice, è una categoria del giudizio; su questo piano qualche risposta Ranucci la deve, e non a Salvini, bensì a chi crede nel giornalismo che dice di esercitare.
Il giornalismo d’inchiesta resta necessario
Di segno opposto è la seconda, che le tifoserie calpestano con eguale noncuranza. Che a un giornalista si attribuiscano delle ombre nulla toglie al giornalismo d’inchiesta, che permane tra le poche pratiche ancora sane, e tra le più rare; giacché esso non consiste nella comoda trascrizione del comunicato, bensì in quell’operosità paziente che induce ad andare a vedere là dove tutti si arrestano, a diffidare di ciò che l’opinione ripete concorde, a stanare il documento, la data, il nome che a qualcuno premeva sottrarre allo sguardo.
Una sorta di anticamera della ricerca storica che persegue la verità, non la spettacolarità; e per ciò appunto rappresenta l’unico esercizio che dirada la foschia anziché produrla. Che a incarnarlo possa essere stato un uomo non all’altezza del compito non lo rende meno prezioso, come l’imperfezione del medico non rende men necessaria la medicina.
La nebbia conviene a molti
Resta allora da chiedersi perché tanto accanimento a semplificare, e la risposta è che la semplificazione conviene a molti. Conviene a chi, a destra come a sinistra, avendo per anni patito le inchieste, coglie l’occasione per liquidare come “clava politica” ciò che era scomodo; e conviene, non meno, a chi si professa giornalista d’inchiesta senza esserlo, e nel gran polverone spera che non si distingua più il cronista dal ciarlatano, chi cerca la verità da chi vende soltanto il proprio schiamazzo.
Gli uni e gli altri hanno bisogno della nebbia, perché in essa ogni cosa vale l’altra. A chi guarda con animo sgombro tocca invece il compito più ingrato e più necessario: tenere ferme insieme le due questioni che si vorrebbero disgiunte, e riconoscere che si può dubitare di un giornalista senza rinnegare il giornalismo, e difendere il giornalismo senza assolvere il giornalista. È poca cosa, si dirà.
È, semplicemente, l’unico modo di non smarrire la verità mentre tutti pretendono di possederla.
Quando si smette di distinguere il vero dal non-vero
Se poi tutto questo appaia ingenuo, in un tempo che alla verità ha smesso di credere e proprio per ciò si crede libero, è cosa su cui non mi pronuncio. Osservo soltanto che una civiltà la quale non distingua più il vero dal non-vero ha già cominciato, senza avvedersene, a tramontare.



































