La legge di bilancio del governo riporta l’Italia verso i parametri UE, ma la qualità della manovra delude: troppi regimi speciali e bonus creano un sistema a strati lontano dai principi di equità e trasparenza.
La legge di bilancio presentata al Consiglio dei ministri vale 26 miliardi e ha un unico pregio. Sta nel percorso che dovrebbe portare l’Italia fuori dalla procedura per deficit eccessivo. A tendere, per chi deve rinnovare centinaia di miliardi di titoli, tornare tra i virtuosi comporterà interessi risparmiati e spazi fiscali riconquistati. Il debito resterà elevato, perché il panorama economico legittima uno scenario da Pil che cresce con il freno a mano tirato. Einaudi non demonizzava il debito. Lo riteneva legittimo quando finanzia opere e spese di cui godranno le generazioni chiamate a ripagarlo, mentre lo criticava quando serve a consumare oggi a carico di domani. Con i saldi in ordine, la lente si sposta sulla qualità delle entrate e delle spese che li compongono. Su questo la manovra delude.
La giungla delle aliquote piatte e del forfettario
Cominciami dalle imposte. Un lavoratore dipendente con 60 mila euro di reddito paga l’Irpef con un’aliquota marginale del 43 per cento; un professionista in regime forfettario con lo stesso imponibile paga il 15. Tradotto in euro, circa 18 mila di Irpef contro 9 mila. Bisognerebbe avvicinare il regime forfettario a quello ordinario. La legge di bilancio alza invece il tetto del primo da 85 a 100 mila euro. Poi, per compensare chi resta fuori, distribuisce altre aliquote piatte, ciascuna a una categoria: il 5 per cento per i neoassunti sotto i 35 anni, il 5 sugli aumenti contrattuali per chi guadagna fino a 33 mila euro, il 10 o il 15 sulle tredicesime dei redditi bassi, la cedolare al 21 sui negozi, ridotta al 10 nelle città metropolitane, il 5 sugli affitti a canone concordato, e infine un’imposta sostitutiva per sanare le irregolarità del Superbonus.
L’unico intervento generale sull’Irpef, l’estensione dell’aliquota del 33 per cento oltre i 50 mila euro pare fermarsi a 55 mila, e alcune misure sembrano coperte per un solo anno. Anche le misure per i giovani seguono la stessa logica. Una flat tax al 5 per cento per i neoassunti sotto i 35 anni crea un gradino: compiuti gli anni, l’imposta si moltiplica e l’impresa trova più conveniente assumere chi ha 34 anni rispetto a chi ne ha 36. Le maxi-deduzioni al 140 per cento per chi assume giovani, al 180 per le giovani madri, re-incentivano lo stesso segmento fiscale. Un’Irpef più leggera sui primi anni di lavoro, uguale per tutti, sarebbe stata più semplice, giusta, meno esposta alle pratiche elusive. Non esiste più un’imposta generale sui redditi. Siamo di fronte piuttosto a una imposta sul reddito a strati.
I piccoli privilegi e il peso sul regime ordinario
In questa imposta sul reddito a strati due persone con lo stesso reddito pagano somme diverse secondo l’età, il contratto, la forma giuridica e così via. Einaudi voleva che le imposte fossero poche, chiare e uguali per chi si trova nella stessa condizione. Ogni regime speciale è un piccolo privilegio, e ogni privilegio ne invoca un altro per pareggiarlo: è la logica che ha prodotto il forfettario e che oggi produce le flat tax compensative. Un sistema complicato e complesso da controllare, mentre chi resta nel regime ordinario, paga per tutti. C’è poi la trasparenza. Chi è responsabile della tassazione verso gli elettori? Chi sosterrà per davvero le imposte? Il bollo auto era deciso e incassato dalle Regioni.
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L’esonero sarà sostituito da un trasferimento dello Stato così le maggiorazioni decise singolarmente dalle Regioni finiranno a carico di tutti, con tanti saluti all’autonomia fiscale delle autorità decentrate. Quanto ai 5 miliardi chiesti a banche e assicurazioni, tra raddoppio della Tobin tax, addizionale Ires e blocco delle imposte anticipate, è facile che li pagheranno in parte correntisti, assicurati e risparmiatori, senza vederli scritti da nessuna parte. C’è un’ampia letteratura accademica che mostra come in mercati caratterizzati da asimmetria di potere contrattuale, il carico fiscale eccessivo viene traslato sulla componente più debole attraverso il ritocco di prezzi e commissioni. Sul lato della spesa crescono i trasferimenti più che gli investimenti.
La pioggia di bonus e i sospetti elettorali
La crescita dei trasferimenti avrebbe fatto arricciare il naso ad Einaudi per il ricorso al debito. Una carta da 300 a 500 euro per le spese sanitarie degli over 75 a basso reddito, forse estesa alle famiglie numerose. Il bonus per le madri lavoratrici prorogato e allargato a chi ha due figli. Il bonus elettrodomestici confermato, che improbabilmente cadrà a vantaggio alla ridotta industria nazionale del bianco. Un fondo da quasi un miliardo per le uscite anticipate dal lavoro, da definire l’anno prossimo. Ciascuna misura ha le sue ragioni e i propri interessati. Prese insieme, sono sospette a un anno dalle elezioni generali: molte voci, nessuna grande, ognuna con una platea precisa. È un’occasione persa? In buona parte sì.
L’uscita probabile dalla procedura avrebbe dato al governo la credibilità per una riforma vera: un’Irpef con poche aliquote e una base larga, il forfettario riavvicinato al regime ordinario, le agevolazioni ridotte e riordinate, tributi locali veri, di cui gli amministratori rispondano. Avrebbe chiesto qualche rinuncia a molti offrendo qualche beneficio a tutti. Il costo dei regimi speciali, invece, si vedrà negli anni: ogni aliquota piatta restringe la base imponibile e prepara, prima o poi, aliquote più alte per chi resta nel regime ordinario. Nessuna manovra piace a tutti. Una buona manovra tratta tutti allo stesso modo. Questa legge di bilancio sceglie la strada opposta e, per correggere i privilegi di alcuni, ne crea di nuovi per altri. I saldi sono in ordine; il sistema fiscale meno di prima.































