Il caso Ranucci-Lavitola è lo specchio di una politica ridotta ad audience, in cui la riconoscibilità e la reputazione mediatica prevalgono su competenze, esperienza e consenso. È così che proliferano i vari Grillo, Salvini e Vannacci
Nel caso Ranucci-Lavitola c’è qualcosa che supera l’inchiesta, il retroscena, perfino la curiosità per l’amicizia improbabile tra due figure che sembrerebbero appartenere a mondi opposti. Da una parte l’icona televisiva del giustizialismo, il fustigatore dei potenti, soprattutto se avversari politici. Dall’altra il faccendiere di lungo corso, uomo di relazioni intrasparenti, presente in alcuni dei passaggi più ambigui della recente storia repubblicana. La domanda non è solo che cosa li unisca, ma che cosa questa storia dica di noi. Del nostro rapporto con ciò che ci siamo abituati a considerare reale.
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Il piano per Palazzo Chigi
È reale un piano per portare Ranucci a Palazzo Chigi, immaginato da Lavitola e incoraggiato dai sondaggi? Di primo acchito verrebbe da liquidarlo come una fantasia da retrobottega. Ma, a guardare bene, la prospettiva è assai meno irrealistica di quanto sembri. Viviamo in un Paese dove un generale autore di un libro scombiccherato è diventato il convitato di pietra del dibattito pubblico.
Un fattore che svuota la Lega, condiziona il centrodestra, costringe i leader a misurarsi con la sua ombra. Non importa quanto fragile sia il suo pensiero. Importa quanto potente sia ormai la sua apparizione nei talk. L’Italia è questo laboratorio originalissimo. Produce figure inusitate. Le gonfia. Le incorona. Poi le lascia scoppiare come bolle di sapone, o cadere come fuochi d’artificio, con poche tracce di cenere al suolo. Grillo, Salvini, Vannacci. L’eccezione è il sistema.
La reputazione mediatica
Per questo l’ipotesi Ranucci non è un’allucinazione. Il giornalista è un uomo-bandiera di quel moralismo che da ormai trent’anni è religione civile nel Paese. Non sappiamo se Lavitola giocasse o facesse sul serio, quando si sarebbe proposto come l’ingegnere di una nuova epifania a sinistra.
Le indagini forse chiariranno se l’attentato rientrasse in questo disegno. Ma è credibile che un sondaggio incoraggiasse il conduttore di Report a un’avventura politica di primo piano. Non perché Ranucci abbia una qualche storia politica. Non perché incarni una qualche cultura di governo. Non perché sia il punto di arrivo di una classe dirigente. Ma perché possiede ciò che conta: riconoscibilità, reputazione mediatica, identificazione con un sentimento diffuso. E quel sentimento è la sfiducia verso la politica, convertita in domanda di punizione morale.
La politica senza materia
Qui sta il nodo. La politica ha perso materia e storicità. Ben oltre il suo rapporto con le culture del Novecento, con i partiti, con le sezioni, con le professioni, con i corpi intermedi, con le città, con i territori. Con i suoi stessi vizi.
È perfettamente sovrapposta al circuito dei media. Un circuito chiuso, che non distingue tra informazione alta e bassa, e che ignora una gerarchia riconosciuta della credibilità. Qui l’audience ha surrogato il consenso, e ne incarna perfettamente la nuova forma. Rarefatta fino all’astrazione. Non a caso scompaiono i contenuti, la politics ingoia le policy e le risputa nella forma di slogan vuoti. In questo vuoto, non sarebbe forse un Ranucci il perfetto antagonista di un Vannacci? Il caso italiano sta forse in questa domanda.
Le differenze con Francia, Germania e Regno Unito
Anche altrove la democrazia rappresentativa è in crisi, i partiti tradizionali arretrano, le leadership vacillano, i radicalismi avanzano. Ma in Francia Marine Le Pen è sulla scena da decenni. In Germania AFD nasce dentro una traiettoria politica storicamente riconoscibile, ancorché inquietante.
Lo stesso Nigel Farage interpreta da anni in Gran Bretagna la frattura sovranista e ne incarna una continuità, un conflitto. In Italia è sfumata prima e in misura maggiore qualunque persistenza. Prima e di più la biografia mediatica si è fatta biografia politica. La popolarità ha surrogato la rappresentanza.
La scomparsa della politica
È questa evaporazione che il caso Ranucci-Lavitola ci costringe a vedere, assai più del piacere malizioso di sorprendere il moralista in compagnia del faccendiere. La loro singolare alleanza mostra in controluce il vuoto lasciato dalla scomparsa dei partiti come luoghi di selezione, di mediazione, di responsabilità, di forme. Al posto delle quali possono crescere al più icone, tribuni, maschere, e vendicatori. Alla vigilia di un voto sulla legge elettorale, che rischia di lasciare ancora una volta nel cassetto le preferenze, quel che resta della coscienza politica dovrebbe chiedersi se non sia urgente riconnettere il Parlamento con la materialità della vita.
Le preferenze portano con sé clientele, localismi, scambi opachi, piccole rendite territoriali. Ma tengono la politica attaccata a un corpo. Senza il quale gli attori non sono più persone, ma solo finzioni incarnate. Come i due amici che non ti aspetti.































