Nel commento firmato, il caso giudiziario diventa anche una questione morale: chi invoca la fede cristiana non può trattare il gioco d’azzardo come un dettaglio
Un buon cristiano gioca d’azzardo? No. La questione dottrinaria non è neanche tanto sottile: giocare, vincere e perdere denaro non sono un peccato in sé ma il comportamento del giocatore conduce inevitabilmente a un peccato. Hai vinto? Sei un ladro: quei soldi non sono guadagnati «col sudore della fronte», come è scritto all’inizio della Bibbia, ma sono sottratti a qualcun altro, alle volte approfittando della sua ingenuità o, peggio, del suo bisogno o del suo malessere.
Il peccato del giocatore
Hai perso? Quasi peggio: vuol dire che sei un violento. Nella concezione dottrinaria di San Tommaso, sulla quale Dante modella la struttura di vizio e peccato nel suo Inferno, chi perde denaro con le scommesse è uno scialacquatore, commette violenza verso sé stesso, e nella geografia dantesca sta insieme ai suicidi. Oppure commette violenza verso il prossimo, verso i propri famigliari ad esempio: figli, coniugi e parenti sono spesso le vittime colpite più duramente da quelli che si rovinano in sala corse o con le slot.
L’innocenza rivendicata
«Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente». Il giorno dopo il provvedimento cautelare che lo ha raggiunto, Mario Adinolfi protesta la sua innocenza: «Sì, gioco da decenni e come tutti i giocatori lo faccio spesso collettivamente, ma senza sollecitare mai nessuno: in molti con me giocando hanno guadagnato e sì c’è qualcuno che ha perso».
Se Adinolfi ha commesso dei reati rispetto al Codice penale italiano, va da sé, lo stabiliranno i tribunali. Ma il regno dei cieli? Sarebbe fuorviante invocare la giustizia divina, se non che della fede cristiana l’indiziato ha fatto l’elemento principale della sua identità ideologica e politica, almeno così dice.
Cristo regna
Dalla Croce, quotidiano da lui fondato nel 2014 e dalle vicende editoriali non fortunatissime a Cristo regna, nelle parole del fondatore «l’associazione cristiana che raccoglie in Italia il lascito di Charlie Kirk». Che c’entri Cristo con i proclami antiabortisti, omofobi e xenofobi di Adinolfi è questione dottrinaria forse sottile e che di certo trascende il contesto giornalistico: serve come minimo un Concilio, ci perdoni il Vaticano se lo scomodiamo.
La giustizia di Dio
Ma invece è proprio lui che chiama in causa Dio! «Sono scommesse – si lagna dai domiciliari – e il codice le definisce “obbligazioni naturali non ripetibili”, il gioco funziona così. Di certo non mi sono mai arricchito sulla pelle degli altri». Si è arricchito? Di certo non è povero. Sulla pelle degli altri? Lo diranno i giudici.
«Vivo da monaco, senza vizi – dice lui – Il mio stile di vita a dir poco morigerato è noto a tutti». E a quel punto Adinolfi, dopo aver protestato contro magistratura e giornalisti, chiude la propria sequenza di lamentele in un’area spirituale: «Alla fine quella che conta per me è la giustizia di Dio e davanti a quella mi presento puro come acqua di fonte. Cristo Regna».
Lasciare in pace Gesù
Ecco: no. Cristo in tanti lo amano, altri no, altri lo offendono o l’hanno offeso: ma se uno gioca d’azzardo, coi soldi suoi o di altri, sta facendo una cosa non cristiana. Il regno dei cieli può essere più tenue o severo dei giudici di Roma, non ci è dato saperlo: se Mario Adinolfi ha infranto le leggi oppure no lo vedremo. Ma chi crede in Dio le scommesse non deve farle. E allora Gesù sarebbe il caso di lasciarlo in pace.































