10 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Lug, 2026

Iran, i funerali di Alì Khamenei si concludono nella città sacra di Mashhad

I funerali di Alì Khamenei si concludono a Mashhad, in una dimostrazione di forza dell’Iran macchiata dalla continua assenza del suo successore


La lunga storia di Alì Khamenei si chiude lì dove 87 anni fa è cominciata. Nella città più sacra d’Iran, Mashhad, dove la seconda Guida Suprema della Repubblica Islamica è venuta al mondo quando il Paese si chiamava ancora Impero. Dopo quasi una settimana di commemorazioni in tutti i luoghi più sacri dell’Islam sciita, Khamenei è stato sepolto ieri nel Santuario dell’Imam Reza, l’ottavo secondo la linea di discendenza degli sciiti duodecimani. La salma ha attraversato lentamente la città su un camion. Passando tra le strade gremite verso la cupola dorata e i minareti del Santuario. Fiancheggiata lungo il tragitto da religiosi con turbanti bianchi e da un mare di fedeli vestiti di nero. Attorno, un tripudio di bandiere iraniane, fotografie del defunto Khamenei e cartelli rossi con slogan rivoluzionari.

Il funerale di Alì Khamenei entra nella storia sciita

Immagini non dissimili da quelle a cui si è potuto assistere durante tutti gli altri eventi tenuti nei giorni scorsi. Le celebrazioni per il defunto Ayatollah sono destinate a occupare un posto di rilievo nella memoria collettiva della comunità sciita. Considerando gli eventi tenuti nelle varie città si stima infatti che tra i 10 e i 25 milioni di fedeli abbia preso parte ai funerali. Numeri da capogiro, difficili da verificare con precisione, che rendono quello della defunta Guida Suprema il funerale potenzialmente più partecipato della storia. Oltre che uno dei più complessi a livello logistico e più estesi in termini spaziali.

La salma di Khamenei ha infatti attraversato praticamente tutto l’Iran centrale, passando brevemente per le città sacre irachene per poi tornare ai margini più estremi dell’est persiano per essere sepolta. Uno sforzo logistico che ha richiesto un dispiegamento senza precedenti da parte delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica, Basij e Pasdaran in primis. Sì, perché su tutta la lunga cerimonia si è stagliato sempre il timore di nuovi attacchi da parte di israeliani e americani. Volti a colpire i moltissimi chierici e politici iraniani che hanno accompagnato la Guida Suprema nel suo ultimo viaggio.

Attacchi che non sono arrivati, o per lo meno non contro i siti dove si stavano tenendo le celebrazioni, ma che sono comunque giunti in altri luoghi dell’Iran con il riaccendersi delle tensioni con gli Stati Uniti. Per quanto riguarda i funerali, però, tutto è apparentemente filato liscio.

La Repubblica Islamica mostra la propria forza

Come si poteva prevedere, il successo d’immagine dovuto a questa lunga celebrazione è stato molto importante per Teheran. Il fatto che non si siano verificati incidenti degni di nota – come quelli capitati invece in occasione dei funerali mastodontici dell’Ayatollah Ruollah Khomeini e del Generale Qassem Soleimani – ha rafforzato infatti l’immagine di un regime attualmente in pieno controllo della situazione interna del suo Paese. Un “sistema” uscito tanto rafforzato dal conflitto da potersi permettere di esporre i suoi vertici senza rischiare attacchi interni da parte dell’ancora nutrita opposizione.

Ed effettivamente uno degli elementi che emergono con maggior chiarezza da queste celebrazioni è proprio l’attuale solidità del regime. In una dimostrazione di forza efficace anche se poco sottile, durante tutti gli eventi sono stati predisposti striscioni e immagini pensate per lanciare un forte messaggio agli avversari di Teheran. Slogan come “vogliamo vendetta, uccideremo Trump” o “morte all’America” sono apparsi pressoché ovunque durante le celebrazioni, prontamente immortalati dalla stampa locale e internazionale.

Che si tratti di esternazioni spontanee di supporter della Guida defunta oppure di gesti incitati artificiosamente dalle Guardie della Rivoluzione è impossibile dirlo. Probabile che, vista l’ampiezza degli eventi, si sia trattato in molti casi di un insieme delle due cose.

L’assenza di Mojtaba Khamenei resta il grande interrogativo

C’è un’assenza ingombrante, però, che colpisce quando si guarda a quanto successo in Iraq e Iran negli ultimi giorni: quella della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Alì. In molti, infatti, si aspettavano un’apparizione, la prima dalla sua nomina, dell’erede dell’Ayatollah e nuova figura di vertice della Repubblica Islamica durante le celebrazioni in onore di suo padre.

Che Mojtaba abbia rinunciato a parteciparvi può essere certamente dovuto a considerazioni legate alla sicurezza del più importante tra gli elementi della leadership iraniana, ma la cosa ha dato comunque adito a voci che in realtà circolano già da tempo.

LEGGI Trump riapre la guerra all’Iran: nuovi raid Usa, Teheran colpisce Kuwait e Bahrein

Tanto in Iran quanto all’estero stampa e osservatori continuano del resto a chiedersi perché la Guida non si sia ancora fatto vedere, se non dal vivo quantomeno in video. A ben vedere, la mancata apparizione di Mojtaba potrebbe risultare la più grande vulnerabilità in un evento che è stato pensato per consolidare la Repubblica. La macchia su una tela tessuta per rilanciare la solidità di un sistema che prima della guerra sembrava in difficoltà sul piano del consenso interno.

Per questo, più che le immagini oceaniche dei pellegrinaggi e delle preghiere, il dettaglio destinato a pesare nel tempo potrebbe essere proprio quello che non si è visto. Perché la Repubblica Islamica ha mostrato al mondo la forza del proprio apparato, ma non ancora il volto dell’uomo chiamato a guidarlo nella fase più delicata della sua storia.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA