Corrado Augias critica Sabino Cassese, reo di non essere pregiudizialmente contrario a un presidente della Repubblica di destra: è la solita tentazione sinistra di distribuire patenti
Non so se riuscirò a essere imparziale, perché da ragazzo ero un fan sfegatato di “Telefono Giallo”, forse la più bella trasmissione della Rai dai tempi del “Rischiatutto”, condotta da Corrado Augias, decano dei giornalisti italiani, che ieri su “Repubblica” prendeva garbatamente di mira Sabino Cassese, colpevole di avere aperto all’ipotesi di Meloni prossimo capo dello Stato. Quello di Augias con Meloni è un vecchio conto in sospeso. Tempo fa disse di non tollerare i toni “perennemente da comizio” della premier. Difficile dargli torto. Più difficile ancora, credo, scucirgli il nome di un politico di primo piano che usi toni dimessi. L’attacco, del resto, ha radici più profonde.
La cultura di destra
Augias appartiene a quella parrocchia per cui la destra è culturalmente inferiore. E lo ha detto, una volta, senza troppi giri di parole: «Sul pensiero di sinistra esistono intere biblioteche, mentre il pensiero di destra è più semplice», dimenticando che – per limitarci al nostro Paese – sono esistiti un paio di personaggi non proprio trascurabili, come D’Annunzio, Marinetti, Pirandello, Gentile, Del Noce, Spirito, Emo, Evola, Papini, Guareschi, Prezzolini, Longanesi, Parise, Malaparte, Comisso, Sgalambro, Tomasi di Lampedusa, Ceronetti, Montanelli, Cristina Campo – e non continuo solo per non tediare il lettore – che, pur non essendo di sinistra, furono tutto tranne dei sempliciotti.
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Il presidente-estintore
Un’altra volta fu proprio lui a pretendere da Meloni un comizio, quando, da uno dei soliti salotti televisivi, voleva che dichiarasse solennemente di non essere fascista. Insomma, doveva rispondere alla domandina di rito che i “compagni” brandivano come una clava negli anni Settanta e che ancora oggi viene rivolta a chiunque non sia allineato. È l’arcinota vocazione inquisitoria della sinistra, che spiega benissimo, per esempio, la sua colleganza strutturale con settori della magistratura, e produce quelle bestialità illiberali per cui gli editori devono esibire un patentino di buona condotta per portare i loro libri a una fiera.
Per tornare a bomba, il problema è che la fazione di Augias ha della prima carica dello Stato una comprensione d’antan, risalente a quando il presidente era il garante della tenuta democratica del Paese nel senso letterale del termine: un arbitro chiamato in campo perché qualcuno poteva farla davvero grossa. In questa prospettiva non ci si fece scrupolo di eleggere uno come Pertini, di cui Pietro Nenni diceva che aveva «la testa tutta osso», né uno come Scalfaro, che schiaffeggiava in pubblico le signore troppo scollate. Contava soltanto che fossero affidabili in caso di emergenza, come un estintore che si spera di non dover mai usare.
Il pericolo inesistente del fascismo
Oggi l’estintore non serve più (in realtà nemmeno allora), perché il materiale di cui è fatta la nostra casa comune non è infiammabile. Cosa si teme? La rivoluzione delle camicie nere fatta dai cinquanta-sessantenni con il Mercedes e la pancia, raccolti attorno al Vannacci di turno? I colonnelli sono morti, i “fascisti” sono diventati europarlamentari, e noi – questa è la cosa che non ci entra in testa, nemmeno in quella, raffinatissima, di Augias – stiamo tutti bene. Comunque, sufficientemente bene per non desiderare colpi di mano e avventure scellerate.
Lo scontro tra fascisti e antifascisti non ha più attualità di quello tra guelfi e ghibellini, o tra irredentisti e austriacanti. Ci ostiniamo a non capire che mancano le basi materiali per qualsiasi forma di fascismo: una generazione di reduci inaciditi, un’inflazione che divora i risparmi nello spazio di una notte, una piramide demografica rovesciata rispetto alla nostra, con milioni di giovani dai denti affilati e nulla da perdere.
Il ruolo scolorito del capo dello Stato
Manca la disperazione di massa, quella che trasforma legioni di ragazzi in carne da cannone. Nel Nord del mondo siamo troppo vecchi, troppo sazi e troppo impegnati a prenotare voli low cost verso mete esotiche per scendere in piazza a salutare il Duce. È una delle ragioni per cui il presidente della Repubblica è diventato qualcosa di diverso: una sorta di superdeputato, un saggio che dà una mano nell’officina – o nella cucina – degli equilibri parlamentari, suggerisce ministri, scioglie pazientemente nodi, siede al tavolo senza farsi vedere.
Una funzione meno drammatica e più tecnica, che richiede abilità, riservatezza e schiena dritta. Qualità che Meloni possiede in abbondanza, come ha dimostrato nei quasi quattro anni di governo. E come sta dimostrando nel duello con quel tristo figuro di Trump. Ma alle considerazioni pragmatiche la sinistra preferisce i suoi istinti giacobini, continuando a rilasciare certificati di eligibilità sulla base di un interrogatorio dove la prima domanda è, e fino alla fine del mondo sarà: «Lei è antifascista?».
L’insegnamento di “Telefono Giallo”
Da “Telefono Giallo” ho imparato che le ipotesi precostituite fanno danni quanto gli assassini. Ti portano a incolpare uno che non c’entra nulla, mentre il responsabile si allontana indisturbato. Sollevare la pregiudiziale antifascista contro Meloni è precisamente questo: un’ipotesi precostituita che non regge all’esame degli indizi – storici, economici, demografici – e serve soltanto a non vedere quello che tutti abbiamo davanti agli occhi. La prima donna che potrebbe salire al Colle più alto d’Italia.






























