8 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Lug, 2026

Concerto di Roma, cari intellettuali lasciate in pace Ultimo

Il concerto di Roma di Ultimo suscita le critiche degli intellettuali, ma alla fine vincono le canzoni


Nel fondo di ieri su L’Altravoce, l’ottimo Eduardo Cicelyn liquida senza remore il concerto monstre di Ultimo. Cadendo forse nella stessa trappola che, nel 2019, portò i critici di Sanremo a rovesciare il risultato del televoto – che aveva privilegiato proprio Ultimo – a favore di Mahmood. Gli elementi che lasciano perplessi sono diversi.

Scrive per esempio Cicelyn a proposito dei testi di Ultimo: «La poesia, quella vera, non ci conferma: ci destabilizza».

Teoria estetica del tutto personale visto che, senza scomodare Giacomo Leopardi o Pablo Neruda, esiste un’ampia tradizione poetica – nonché filosofica e teologica – che esalta la consolazione, la semplicità, la condivisione del sentimento. Insomma, il proprio gusto non è un criterio universale. E la canzone non è una poesia, ma una miscela – dalla formula misteriosa e dagli esiti imprevedibili – di testo, musica, interpretazione. Che può perfino crescere e trasformarsi nella fruizione dell’ascoltatore.

Ultimo come alfiere del sentimentalismo industriale?

E ancora. Ultimo parla a milioni di persone attraverso emozioni semplici: il risultato è un sentimentalismo industriale. Ma il fatto che un linguaggio sia accessibile implica automaticamente che sia falso o manipolatorio? Un romanzo diventa mediocre quando vende molte copie?

Cicelyn scrive: «La vera tragedia» è che quei ragazzi «abbiano creduto di vivere un’esperienza poetica». Vivaddio, chi può avere il privilegio di sapere meglio dei partecipanti cosa stiano realmente vivendo? Non basterebbe dire: «A me Ultimo non piace»? La critica culturale può oggi disimpegnarsi così bellamente sulla base del semplice assunto che l’osservatore è consapevole e il pubblico no?

Duecentocintaquantamila persone, come tanti milioni prima di loro in altri concerti di altri artisti, raccontano di essersi sentite comprese, commosse o trasformate da un concerto: affermare che in realtà stavano soltanto consumando un “prodotto emotivo e ultraprocessato” e ridurle a seguaci di una falsa credenza vissuta grazie ai social richiederebbe prove molto più forti di un’analisi stilistica applicata a un raduno.

La domanda di riconoscimento

La prova di questa miseria psicologica e culturale sarebbe nei testi del cantautore. Cicelyn riduce la scrittura di Ultimo a formule banali: «Mi manchi», «Sono solo», «Ti amerò per sempre». Ma dimentica di ricordare che quelle canzoni sono pure un inventario di immagini autobiografiche, riferimenti alla famiglia, al senso di esclusione, al rapporto con il pubblico, al desiderio di riscatto e di riconoscimento.

Non c’è bisogno di scomodare gli studi di autori come Charles Taylor ed altri per ammettere che il tema del riconoscimento e la domanda di auto-realizzazione siano fondamentali nella prospettiva di questi recenti decenni. Potrebbero essere quei testi più originali? Può darsi, ma condensare l’intero repertorio a pochi slogan lo riduce ad atto meramente demolitorio. Vasco Rossi che canta «E sono ancora qua», «Vado al massimo, vado a gonfie vele», «Oh Toffee, Toffee, Toffee» risulta più profondo? Qualcuno oggi avrebbe il coraggio di demolirlo sulla base di questi testi?

I giovani e la complessità

Ma l’acme dell’argomentazione fallace arriva quando dall’apprezzamento per Ultimo si deducono il fallimento della scuola, il rifiuto della complessità, la sostituzione del tragico con il terapeutico, la riduzione della vita dei giovani alla falsa esperienza dei social. Un triplo salto mortale della logica. Anche ammesso che Ultimo scriva testi semplici, possiamo farne discendere che un’intera generazione non sia più capace di affrontare la complessità? Le pratiche culturali – leggere un romanzo, guardare un film impegnato, emozionarsi con una canzone pop – non si sono mai escluse a vicenda.

Certo, Cicelyn propone intuizioni interessanti. Per esempio, quando osserva che oggi molte emozioni vengono vissute anche attraverso la loro condivisione sui social o che parte della musica contemporanea tende a privilegiare l’identificazione immediata rispetto alla narrazione tocca temi reali e discussi nella sociologia e nella filosofia della cultura.

Tuttavia, queste intuizioni, formulate come assoluti, si risolvono in un atto d’accusa contro l’artista e il suo pubblico. Del resto, la tensione tra una parte dell’intellettualità e le forme di cultura popolare di enorme successo è un classico della storia dell’arte e dei media: è successo con il melodramma, con il romanzo d’appendice, con il cinema commerciale, con la televisione generalista, con il pop e con il rap. Ma la domanda è sempre la stessa: se qualcosa parla a milioni di persone, va liquidata come semplificazione oppure va capita come manifestazione di una domanda reale?

“Beati gli ultimi”

C’è poi un paradosso sociale e, si consenta il termine, politico. Fin dalla scelta del nome d’arte, quella di Ultimo – all’anagrafe Niccolò Moriconi – è una poetica programmata. Tant’è vero che il suo pubblico lo percepisce come il cantante degli “ultimi”, non nel senso squisitamente sociologico della povertà estrema, ma nel senso esistenziale di chi si sente escluso, invisibile, non all’altezza. Lo stesso concerto era ispirato alla frase evangelica «Beati gli ultimi, perché saranno i primi», con una proiezione cristologica sul cantautore che dovrebbe indurre a riflettere un po’ di più, sia sul contenuto del messaggio dell’artista mittente che sulla rielaborazione di quel messaggio da parte del pubblico destinatario.

Condannare quel linguaggio come sentimentalismo di massa rischia di suonare come una liquidazione radicale della soggettività di quelle persone. Ciò significa che la rappresentazione del disagio fatta da Ultimo sia automaticamente profonda o artisticamente riuscita? Ovviamente no. Ma sull’analista incombe il compito di fare la domanda più appropriata. «Questa musica è grande arte?», è la domanda retorica che non aiuta. «Perché così tante persone vi si riconoscono?», potrebbe essere una domanda più feconda, di sicuro più corretta rispetto a un atteggiamento di superiorità interpretativa.

Qual è il compito della critica?

Di fronte a un artista che riesce a dare voce a un senso diffuso di fragilità, di esclusione o di desiderio di riscatto, qual è il compito della critica? Stabilire se i suoi testi siano all’altezza dei grandi cantautori? Misurare quanto siano il frutto perverso della mobilitazione via social? Oppure chiedersi quale bisogno psicologico e sociale stanno intercettando? In fondo «la saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda», scriveva Milan Kundera.

È del tutto legittimo arrivare alla conclusione che Ultimo sia un autore stilisticamente limitato, ma resta il fatto che centinaia di migliaia di persone si radunano non solo per ascoltare le sue melodie ma perché sentono che qualcuno mette in parole, musica e canto qualcosa che condividono ma faticano ad esprimere. Liquidare questa identificazione come una semplice illusione rischia di dire meno sul pubblico che sul punto di vista di chi osserva il fenomeno.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA