La Rai è la più importante industria culturale del Paese, ma tutto quello che le ruota attorno (polemiche, commissioni, nomine) si è ridotto a panzana
Panzane. Ora che si sono dimessi tutti, ora che prima i membri dell’opposizione e dopo poche ore anche quelli della maggioranza hanno lasciato la Commissione di Vigilanza Rai, si può ben dire: tutte panzane. L’opposizione accusa la maggioranza di bloccare i lavori della Commissione, e se ne va; la maggioranza fa altrettanto, e lascia pure lei la Commissione. Per l’opposizione, la maggioranza non può infischiarsene dell’opposizione; per la maggioranza, l’opposizione non può ricattare la maggioranza. E il 66%, che la legge fissa per l’elezione del Presidente della Rai, diviene la cifra dello stallo perpetuo, la prova provata dell’immobilismo della politica italiana, il certificato di inconsistenza in vita.
Bisognerebbe stringere un patto, trovare un terreno di intesa, un motivo di consonanza, un punto di accordo: l’essenza stessa della politica. Che è decisione, certo, ma anche, in circostanze date, mediazione, compromesso, accomodamento. E invece no, niente. Così che tornano, vere e precise, le parole che il più stimato critico televisivo italiano, Aldo Grasso, ebbe a pronunciare una quindicina d’anni fa, in un’occasione particolare, un seminario organizzato proprio in Commissione di Vigilanza, al quale presero parte, tra gli altri, pure Renzo Arbore e Maurizio Costanzo, Pippo Baudo e Carlo Freccero. E disse, senza troppi infingimenti: panzane.
La protervia della politica
La storia del servizio pubblico? Una favola, una panzana. La linea editoriale della Rai? Un’altra panzana. E la famosa qualità dei programmi, e l’etica, e la cultura in prima serata? Tutte panzane. Forse, tre legislature fa, dirigenti e politici potevano vantare un briciolo di autorevolezza in più, e risentirsi di fronte alle ruvidezze, peraltro ben giustificate, di Grasso. Non si trattava neanche di un atto d’accusa, in verità, ma di una banale opera di smascheramento delle ipocrisie dietro cui si trinceravano volentieri politici e dirigenti Rai, a cui dunque bisognava dire semplicemente: non veniteci a raccontare panzane. La Rai questa è, e questa rimane, oggi più di ieri: la tv che ha i game show e la pubblicità come i canali privati, che fa televisione, bene o male, come la fanno i privati (con un certo numero di dipendenti in più), ma al cui controllo i politici continuano innanzitutto ad applicarsi, mettendoci tutta la cocciutaggine e, a volte, la protervia necessaria. Fatta la qual cosa, si può forse provare anche a ragionar d’altro, ma appunto: dopo, soltanto dopo.
Due anni di immobilismo
Ora, l’altro di cui ragionare è tanta roba. Perché la Rai è la principale industria culturale del Paese, a cui sono legati pure i settori della musica, del cinema, dell’editoria, è un patrimonio di milioni di ore di trasmissione, è la ricca piattaforma per i più piccoli e un bouquet di canali specializzati; è Raiplay e i programmi on demand, è Rai sport, è la radiofonia più ascoltata nel Paese, è tecnologia e raccolta pubblicitaria, servizi giornalistici e centri di produzione regionali. Ma la politica inciampa come un disco rotto, da due anni, sulla nomina del presidente dell’azienda. Domanda: hanno un’idea, gli autorevoli membri della commissione, di cosa possa succedere in soli due anni, nel mondo dei media? Di come cambi lo streaming, col ritorno della pubblicità, dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle redazioni giornalistiche, dell’integrazione sempre più stretta tra emittenti tradizionali, piattaforme web e produttori di hardware, dei nuovi format ad alto coinvolgimento social e dei programmi montati per essere subito smontati su Facebook, Instagram o TikTok?
Il messaggio che non arriva mai
Poi c’è il racconto del Paese, la capacità di leggerne il passato, il presente, e magari anche uno spicchio di futuro. Ma ricordate l’apologo kafkiano sul messaggio che l’imperatore morente ha affidato al fedele messaggero e che non arriverà mai a destinazione, tanto è vana l’impresa di muovere un passo e attraversare la folla, poi le infinite stanze e i palazzi per giungere fino a te, che stai alla finestra e «lo sogni, quando scende la sera», quando è l’ora del telegiornale? L’ora del telegiornale ce l’ho aggiunta io, perché non c’è nel raccontino di Kafka. Ma c’è l’idea che i riti e le forme della tradizione, che sostengono il racconto di un Paese o di una comunità umana – e così la sua identità politica, culturale, religiosa – hanno perduto la loro efficacia.
Il messaggio non arriva più. Questo è vero da cent’anni e passa, e non è colpa della Rai. Non è colpa della Rai se non è più mamma Rai, insomma. Ma che la politica non sia più capace nemmeno di avvertire il problema, di provare a tessere almeno qualche filo del discorso pubblico, a mantenere vivi e vitali luoghi, spazi di discussione e di confronto, che in qualche modo si distinguano dal grande rumore mediatico che c’è tutt’attorno – che tutto questo finisca sotto scacco, in un’impasse infinito, è una responsabilità che forse non si misura in termini immediati, di voti e nei sondaggi, ma che rimane tutta intera sulle spalle di questa classe politica.
La necessaria riforma della governance
Di tutta la classe politica. Perché , certo, c’è una maggioranza ed è anzitutto della maggioranza l’onere di dare alla Rai una governance piena ed efficace, ma chi se la sentirebbe di dire che pratiche, costumi e malcostumi cambierebbero davvero, se la maggioranza fosse un’altra? Questa è la più grande sconfitta: che non ci crede più nessuno. Che per tutti la partita è politica nel senso di più corto respiro che si può dare alla parola: ci sono le lezioni, e dettare l’agenda è cruciale, e la televisione pubblica può contribuire in maniera determinante. Perciò la battaglia si accende, e deflagra il gesto clamoroso delle dimissioni. È tutto strumentale, tutto parte di una recita che non sposta nulla in termini di azione e di riflessione sul servizio pubblico. Che rimane la principale industria culturale del Paese, quella che ha insegnato l’italiano agli italiani, quella che mamma Rai, e bla bla bla. Panzane. E tu resti alla finestra, quando scende la sera. E sempre più spesso cambi canale.
































