La presidente della commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia annuncia le dimissioni, seguita dai consiglieri di opposizione: scoppia la bufera politica
Tutti dimissionari: la commissione bicamerale di Vigilanza sulla Rai, o meglio la Commissione per l’indirizzo generale e la vigilanza sui servizi radiotelevisivi, dopo quasi due anni di sostanziale inattività è da ieri priva di tutti i suoi componenti. Prima sono arrivate le dimissioni della presidente Barbara Floridia e di tutti i consiglieri d’opposizione. A ruota, sono arrivate quelle dei consiglieri di maggioranza. «È una decisione sofferta – sottolinea Barbara Floridia – ma necessaria e inevitabile. Ho lottato con tutte le mie forze per consentire ad un organo di garanzia del Parlamento di svolgere le proprie funzioni.
Da quasi due anni le forze che sostengono il Governo impediscono deliberatamente il normale svolgimento dei lavori ordinari della Commissione». I consiglieri di maggioranza, da parte loro, parlano di un’opposizione che «ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai (220 del dicembre 2015), che prevede una maggioranza di due terzi per eleggere il presidente, che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare». Nella vicenda è intervenuto, nel luglio dello scorso anno, anche il Quirinale: Sergio Mattarella ha definito «sconfortante» il quadro offerto nella Commissione di vigilanza sul tema della designazione del presidente Rai.
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Il braccio di ferro
Si tratta dello sbocco, forse inevitabile, di un braccio di ferro ingaggiato tra maggioranza ed opposizione sulla presidenza della Rai, di cui la legge “Renzi” del 2015 affida la designazione all’azionista, quindi al Governo – la Rai è al 99,95% in mano al Ministero dell’Economia – ma che diviene efficace solo se il consigliere designato a presidente ottenga il voto favorevole dei due terzi della Vigilanza. Presidente e amministratore delegato, in realtà, sono scelti dall’azionista tra i due consiglieri di propria competenza e non tra i quattro nominati dal Parlamento.
Simona Agnes, di Forza Italia, è stata designata quale residente, senza alcun accordo preventivo con l’opposizione. Com’era invece accaduto, ad esempio, con la designazione di Monica Maggioni nel 2015 da parte del governo Renzi dopo che la candidata dello stesso Renzi, la produttrice Simona Ercolani, aveva ricevuto il “No” dall’allora opposizione.
Si è andati avanti per quasi due anni con una commissione bicamerale che veniva regolarmente convocata e poi immediatamente sconvocata per mancanza del numero legale. La Commissione di Vigilanza, oltre a dare efficacia alla nomina del Presidente deve, tra l’altro, emanare il Regolamento per la par condicio nel servizio pubblico relativo alle campagne elettorali. Nel 2027 ci saranno quelle politiche nazionali.
Cosa succede adesso
A fare funzione di presidente della Rai, secondo statuto, è il consigliere anziano Antonio Marano che, con ogni probabilità, resterà tale per l’intera consiliatura, che si concluderà l’anno prossimo.
Lo scontro, non è solo e tanto sul nome del presidente, che con la legge attuale, ha poteri limitati rispetto all’amministratore delegato, ma sulla nuova governance del servizio pubblico, in discussione, non certo di gran corsa, all’ottava commissione del Senato (ambiente, lavori pubblici, comunicazioni).
Una modifica, quella della legge Renzi, richiesta dal Regolamento europeo EFMA, European Media Freedom Act, il cui articolo 5, sul servizio pubblico, doveva essere attuato entro l’agosto 2025. In Senato sono state presentate undici proposte ed era stato raggiunto un accordo di maggioranza su un testo unificato che, in sintesi, escludeva l’esecutivo dal governo della Rai, dando più poteri a presidente e consiglio di amministrazione, nominati dal Parlamento. Quasi un ritorno al passato per attuare una norma dell’Unione Europea.
I dubbi di Giorgetti
Poi, nel giugno di quest’anno, proprio l’azionista della Rai, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in audizione al Senato solleva dubbi e questioni irrisolte dalla proposta unificata della maggioranza. “Il modello societario della Rai non può essere stravolto” e il potere del Mef nel Cda della Rai relativo ad una minoranza dei componenti “non si ritiene ulteriormente comprimibile se non al prezzo di compromettere la coerenza con l’assetto azionario e le funzionalità connesse al ruolo ed alle responsabilità dell’azionista” secondo Giorgetti.
Si torna in alto mare, il porto si allontana: nel testo unificato di maggioranza, si prevedeva la nomina del presidente della Rai a maggioranza semplice dopo la seconda votazione. Ma ormai è un testo superato, anche perchè uno dei suoi principali “padri”, Maurizio Gasparri, non è più capogruppo di Forza Italia al Senato. Ora si tratta di capire, innanzitutto, cosa ha detto o cosa dirà (o farà) l’Unione Europea sull’attuazione o meno del Regolamento EFMA da parte dell’Italia.
L’anno decisivo
Senza dimenticare che il 2027 sarà un anno decisivo per le sorti della Rai e del servizio pubblico: scade, infatti, la sua concessione decennale e la relativa convenzione e scade il mandato dell’attuale vertice, da rinnovare non si sa con quali norme e, comunque, con una Vigilanza dimissionaria. Il tutto in un anno in cui ci saranno le elezioni politiche nazionali. Non vi è una Vigilanza per la par condicio Rai, ma non vi è, soprattutto, una discussione nel mondo politico, sociale e sindacale su quale servizio pubblico serve al Paese e se davvero serve, come si finanzia e per fare cosa.































