15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Feb, 2026

Chi ha tradito Paolo Petrecca? Il caso RaiSport tra dimissioni e resa dei conti

Paolo Petrecca

Le dimissioni del direttore di RaiSport aprono una resa dei conti politica in Rai tra sciopero delle firme, vertici aziendali sotto accusa e crisi di ascolti


Chi ha tradito Paolo Petrecca? La domanda rimbalza nei corridoi Rai, dove il silenzio pesa più delle parole. E sì, perché altrimenti non si spiega quel post sull’Ultima Cena diffuso via social dall’ormai ex direttore di RaiSport, con il versetto di Matteo: “In verità vi dico: uno di voi mi tradirà“. Parole pesanti, scelte con cura chirurgica. Parole che non evocano un errore, ma un tradimento. E quando un direttore parla di tradimento, significa che la partita non si è giocata solo davanti alle telecamere.

La sua uscita di scena, formalmente “spontanea”, ha avuto un effetto immediato: i giornalisti Rai hanno sospeso lo sciopero delle firme. Una tregua armata, più che una pace. Il sacrificio è stato consumato, la vittima ha lasciato il tavolo. Ma resta la domanda: chi è stato il Giuda?

A sinistra, la storia pubblicata su Instagram da Petrecca: il dettaglio di San Matteo e l’angelo, celebre dipinto di Caravaggio. Si tratta della versione definitiva realizzata nel 1602 per la Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. La scritta “Mt 26, 20-29” che si vede nell’immagine rimanda al Vangelo di Matteo, capitolo 26 (il passo dell’Ultima Cena, quello del tradimento), ma è un’aggiunta moderna sovrapposta alla foto, non fa parte del quadro originale.

Olimpiadi, sfiducia e resa dei conti interna

Petrecca paga la scellerata telecronaca inaugurale delle Olimpiadi Milano-Cortina e i suoi trascorsi da “ultrà meloniano”. Errori, scivoloni, improvvisazione. E soprattutto quella sostituzione last minute del vicedirettore Aulo Bulbarelli, che ha lasciato strascichi velenosi. In azienda, però, c’è chi racconta un’altra verità. Un fedelissimo del direttore dimissionario si è sentito tradito, abbandonato proprio mentre la nave imbarcava acqua. “Non si fa così”, avrebbe confidato ai colleghi. Ma in Rai, si sa, nessuno viene mai davvero buttato a mare. Al massimo si cambia cabina. Magari dopo un passaggio nel cimitero degli elefanti aziendale, dove si parcheggiano i dirigenti in attesa di una nuova occasione.

Il sindacato non ha usato mezzi termini. “Petrecca si è assunto le sue responsabilità. Non così i vertici aziendali”, ha scritto l’Usigrai, ricordando che la testata sportiva era stata affidata e confermata “nell’anno delle Olimpiadi a un direttore sfiduciato per tre volte in pochi mesi dalle redazioni”. E ancora: “Scelte che hanno portato enormi danni all’immagine e alla reputazione dell’azienda”. Parole che pesano come pietre. Perché la sfiducia non nasce in una notte, si sedimenta.

Rai in calo, Mediaset avanza: i numeri che preoccupano

Il problema, però, non è solo Petrecca. È il sistema. È la Rai che perde quota mentre il mercato accelera. Secondo un report finito sul tavolo del Ministero dell’Economia e delle Finanze e anticipato da La Stampa, la concessionaria pubblica ha perso tre punti di share, passando dal 38 al 35%. Nello stesso periodo, Mediaset è cresciuta dell’1,26%, con costi più bassi e maggiore agilità. La Rai resta davanti, ma arretra. Il primato non basta più.

I numeri dell’Auditel raccontano una verità più sfumata. Nell’intera giornata, le reti Rai totalizzano il 33,6% di share contro il 28,3% di Mediaset. In prima serata, il distacco si riduce a meno di un punto: 31% contro 30,1%. Rai 1 resta solida con “L’Eredità” al 25,7% e “Affari tuoi” al 21,9%. Ma sono segnali difensivi, non offensivi. La sensazione è che il servizio pubblico tenga, ma non cresca.

Politica, canone e nuove nomine

E mentre i conti scricchiolano, la politica osserva e interviene. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi sarà convocato in audizione dalla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai. Sul tavolo non ci saranno solo le dimissioni di Petrecca, ma l’intero assetto della Rai. Perché ogni poltrona è una pedina, ogni nomina una battaglia.

Il canone ridotto, voluto e rivendicato da Matteo Salvini, ha ridotto le entrate in un mercato dove i talenti costano e la Rai, a differenza dei privati, deve rispettare tetti salariali. È la versione ufficiale. Suona strano, allora, che dal 2 marzo su Rai 2 arrivi una striscia affidata al direttore de Il Giornale, Tommaso Cerno. Undicimila euro a puntata, circa 850 mila euro complessivi. Nulla di illegittimo, per carità. Ma la domanda del sindacato resta: con tante professionalità interne, perché guardare sempre fuori?

È una coazione a ripetere. Una svalutazione sistematica delle risorse interne. Proprio mentre l’azienda rivendica l’assunzione di 127 giornalisti precari, molti dei quali già lavoravano in Rai, ma pagati da società esterne. Un trucco vecchio, tollerato per anni. Ora saranno stabilizzati. Ma a quale prezzo? Molti finiranno nelle redazioni regionali, dalla Tgr Molise alla Sardegna. Giornalisti che fino a ieri facevano inchieste nazionali si ritroveranno a raccontare sagre di paese e cronache locali. È valorizzazione o ridimensionamento?

Le liti per le poltrone continuano

Nel frattempo, le liti per le poltrone continuano. La successione a Paolo Del Brocco, potente capo di Rai Cinema, è terreno di scontro tra Fratelli d’Italia e Lega. Sempre che Del Brocco non riesca a resistere fino alla scadenza del mandato. Il vero orizzonte, però, è il 2027. Quando scadranno sia il mandato dell’ad Rossi sia la legislatura. E allora tutto si rimescolerà.

In questo clima, pesa come un macigno la confessione di Gian Marco Chiocci, direttore del TG1, uomo vicino alla destra di governo. In un convegno alla Camera, ha ammesso candidamente: “Volevo abolire il pastone, ma non ci sono riuscito”. E poi la domanda più scomoda: chi decide i sommari dei Tg? I politici o i giornalisti? Domanda retorica, risposta implicita.

Perché il vero nodo è tutto qui. Le porte comunicanti tra Saxa Rubra e il Palazzo. Gente che entra e esce senza soluzione di continuità. La Rai come terreno di conquista, non come servizio pubblico.

Promoveatur ut removeatur

Intanto, i flop si accumulano. Programmi costosi e ascolti modesti. Investimenti che non rendono. Spese per il personale che sfiorano il miliardo, sedi di prestigio in vendita per far quadrare i conti. E ogni volta la stessa scena: si cambia il direttore, ma il sistema resta. Petrecca se ne va con uno stipendio da 217 mila euro l’anno. E forse tornerà. Perché in Rai vale una regola antica: promoveatur ut removeatur. Promosso per essere rimosso. Ma sempre promosso.

La sua uscita serve a placare la protesta. A dare un segnale. Ma non risolve nulla. Perché il problema non è un uomo. È una struttura che fatica a decidere se essere azienda o terreno di compensazione politica. E allora la domanda resta sospesa, come quel versetto dell’Ultima Cena: chi ha tradito Paolo Petrecca?

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