Cento anni fa nasceva Miles Davis, uno dei più grandi artisti della cultura musicale mondiale
Cento anni, sarebbero stati il prossimo 26 maggio per Miles Davis, uno dei più grandi artisti espressi dal jazz e quindi, più in generale, dalla cultura afro-americana. Trombettista, compositore, leader, visionario organizzatore di suoni e musicisti, talent scout: la sua fama supera la cerchia dei soli appassionati, come è successo a un altro gigante della tromba, Louis Armstrong, che fu il primo vero divo globale dell’era moderna, amato anche da chi non aveva mai ascoltato jazz. Pure Miles, anche se fiero, distaccato, quasi arrogante (l’esatto opposto di Armstrong), è diventato una icona pop, dialogando con il rock, il funk e il rap e suonando ai festival davanti a centinaia di migliaia di giovani, neri e bianchi, diventando un ponte tra generazioni diverse.
Le origini
Davis proveniva da una famiglia borghese, una delle pochissime negli anni Venti e Trenta, in America, a rappresentare una vera e propria aristocrazia nera, con padre dentista di successo e proprietario terriero e madre pianista e donna raffinata. Grazie alla solidità economica del padre, Miles poté trasferirsi a New York per iscriversi alla prestigiosa Juilliard School, che ancora non riconosceva il jazz come una materia di studio degna di un’accademia, con la promessa ai genitori di diventare un trombettista classico di alto livello, ma in vero con l’unico obiettivo di trovare, ascoltare, e semmai suonare con l’alto sassofonista Charlie Parker, il suo idolo, nei night club di Harlem e della 52.a Strada: lì, grazie allo stesso Parker, a Dizzy Gillespie e Thelonious Monk, stava nascendo il be bop, uno stile rivoluzionario che iniziò l’era del jazz moderno.
I grandi maestri
Miles riuscì nel suo intento: rimase alla Juilliard per poco più di un anno, imparò le basi musicali (gli sarebbero servite in futuro soprattutto quando avrebbe avuto a che fare con le impegnative partiture di arrangiatori tipo Gil Evans) e contemporaneamente si tuffò a capofitto nel mondo anticonformista e eccentrico del bop.
Arrivando con i soldi del padre, un guardaroba perfetto e l’iscrizione alla scuola più prestigiosa del mondo, dapprima fu accolto dalla comunità nera, spesso povera e devastata dall’eroina, con un misto di diffidenza e di scherno, tanto da essere chiamato ironicamente “il ragazzo della Juilliard”; ma Parker lo prese sotto la sua ala protettrice, non solo per il talento, ma perché il pupillo spesso finiva per pagare le cene, le bevute e, purtroppo, anche i debiti di droga che i suoi idoli non mancavano di avere. All’inizio la comunità dei musicisti non lo considerava un fenomeno. Rispetto all’abilità superlativa, per esempio, di un Dizzy Gillespie, Miles aveva una tecnica limitata e un suono “pulito” che sembrava quasi troppo accademico.
Gli anni ’40
Lo testimoniano le prime registrazioni Savoy e Dial che fece con i gruppi di Parker dal 1945 al 1947, per esempio Billie’s Bounce e Dexterity, dove al fraseggio densissimo, acrobatico di Gillespie, tipico del bop, ne oppone uno più semplice, a tratti elementare, più spazioso e lirico. Era del resto molto giovane (19-21 anni), ma maturò in poco tempo, sviluppando espressivamente questa sua innata predisposizione estetica facendola diventare cifra distintiva: timbro morbido, vellutato, introspettivo, frasi corte, note lunghe e tormentate, uso degli spazi e delle sospensioni.
L’opposto del bop, tanto che proprio attraverso questa peculiare tendenza espressiva operò la sua prima rivoluzione stilistica con le registrazioni del 1949-1950 raccolte qualche anno più tardi nell’album “Birth Of Cool”, “nascita del cool”, cioè di un jazz fresco, elegante, lirico e controllato, come lo erano i suoi assoli. Non fu opera tutta sua, lui ci mise appunto il talento di (unico) solista, e grande merito va dato agli arrangiamenti di Gil Evans, Johnny Carisi, Gerry Mulligan e John Lewis che crearono un suono orchestrale estremamente morbido, basandosi su strumenti atipici per il jazz, come tuba e corno francese.
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L’immagine di Miles
Il paradosso tragico della vita di Davis fu che, per essere accettato fino in fondo dalla comunità musicale che frequentava e dare una immagine di sé anti-borghese qual invece era, finì per imitare i suoi idoli nella loro rovina, iniziando a fare uso di eroina. In quegli anni, tra il 1949 e il 1954, pur registrando i primi eccellenti dischi a proprio nome, come “Conception” e “Dig”, l’aristocratico Miles Davis divenne povero e tossicomane come gli amici musicisti, riducendosi a rubare e a chiedere prestiti per acquistare droga, fino a quando non si chiuse per diverse settimane nella fattoria del padre per una disintossicazione forzata.
Il ritorno a New York
Quando tornò a New York all’inizio del 1954, nessuno immaginava che stesse iniziando la fase più creativa della sua vita: era un uomo nuovo con un suono nuovo e un’idea nuova di jazz. Un’altra “svolta” infatti arrivò subito. L’album “Walkin’” (1954) portò il suo jazz dalle estenuazioni cameristiche del cool alla concretezza meno cerebrale dell’hard bop, stile derivativo del be bop, ma più diretto e “terroso”, pieno di blues e soul, anche lui adottando sullo strumento un suono più bluesy, caldo, ritmico e con, in aggiunta, l’impiego dell’harmon mute, una sordina che usò in un modo così personale (senza lo “stem”, appoggiata alla campana, con microfono vicinissimo per frasi brevi, sospese e sussurrate) da farla diventare, di fatto, la “sua” voce, con timbro metallico, intimo, notturno: la prima volta fu per il brano Oleo del 1954 con Sonny Rollins, fino ad arrivare al capolavoro “Round About Midnight” del 1957.
Tra anni ’50 e ’60
Miles aveva adoperato largamente l’harmon mute anche al Festival di Newport del 1955 in un concerto memorabile che lo rilanciò definitivamente. Da lì nacque il primo grande quintetto con John Coltrane, con cui registrò una serie di dischi che avrebbero cambiato la storia: “’Round About Midnight” (1957), “Milestones” (1958) e “Kind Of Blue” (1959), quest’ultimo che, con brani considerati fra le massime opere della storia della musica afro-americana (So What, Blue In Green, All Blues), contrassegnò l’introduzione della tecnica modale e che rimane a tutt’oggi il disco di jazz più venduto al mondo con sei milioni e mezzo di vendite.
In quel fecondissimo periodo Miles aveva continuato anche la preziosa collaborazione con l’arrangiatore Gil Evans, cominciata con “Birth Of The Cool”: vengono alla luce dal 1957 al 1964 quattro stupendi album (“Miles Ahead”, “Porgy And Bess”, “Sketches Of Spain” e “Quiet Nights”) che testimoniano un nuovo modo di orchestrare il jazz, dando a Miles un ambiente sonoro perfetto, ampio e arioso.
Gli ultimi anni
Ma altri capovolgimenti erano già lì pronti a venire: ci fu la costituzione del cosiddetto “secondo quintetto” degli anni Sessanta (1964-1968), con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams (praticamente una all-star), laboratorio di libertà controllata che rivoluzionò concettualmente il modo di concepire gli assoli (“Miles Smiles”, “Sorcerer”, “Filles De Kilimanjaro”), e infine l’introduzione di strumenti elettrici di “In A Silent Way” (1969) e “Bitches Brew” (1970), che aprirono la strada alla fusion e videro pure l’uso innovatore del montaggio su nastro delle incisioni da parte del produttore Teo Macero.
Miles continuò sulla falsariga per vent’anni, sino alla fine dei suoi giorni (a parte il periodo dal 1975 al 1980, in cui sparì dalla circolazione per seri problemi di salute, che non lo abbandonarono mai del tutto), venendo influenzato dal soul di Sly&The Family Stone e dal rock di Jimy Hendrix (adottò una pedaliera con il wa wa elettrico per imitare la sua chitarra), mescolando così jazz, funk, rock, pop, elettronica ed anche rap (“Decoy”, “Tutu”, “Amandla”).
Come Picasso
Duke Ellington disse che Miles Davis era “come Picasso”: ogni fase della sua carriera era una svolta, un linguaggio nuovo, un modo diverso di guardare il mondo. E Miles lo sapeva. Nel 1987 venne invitato ad un ricevimento in onore di Ray Charles presso la Casa Bianca dal presidente Ronald Reagan. Una signora della borghesia di Washington, anche lei presente all’evento, lo guardò con fare altezzoso e gli chiese per quale motivo fosse stato invitato. Lui con estrema calma rispose: “Io ho cambiato la musica quattro o cinque volte. Lei cosa ha fatto di così importante, oltre a essere bianca?”.
Difatti Miles ha cambiato pelle tutte quelle volte, ma senza mai perdere la propria voce. Sta anche qui la sua grandezza, non solo nei dischi, nei gruppi, nei musicisti che ha lanciato.
Una voce che, dopo la notte della dipendenza dalle droghe, era tornata più lucida, più coraggiosa, più necessaria.
E che continua a risuonare come una delle più grandi e belle della musica del Novecento.


















