18 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Mag, 2026

La luce che accarezza le cicatrici di Tirana

La luce a Tirana e l’Albania, la fortezza più isolata del mondo, dove avere una bibbia e ascoltare i beatles erano considerati crimini dal regime


C’è una luce particolare, a Tirana, che non ho trovato altrove nei Balcani. Non è la luce accecante del Mediterraneo, né quella grigia del nord Europa. È una luce densa, quasi polverosa, che sembra voler accarezzare le cicatrici della città prima di illuminarle. Arrivo la mattina di un lunedì. L’aria profuma di caffè tostato e gas di scarico, un mix che ti entra nelle narici e ti dice, subito, che sei in un luogo dove la vita si consuma per strada.

Piazza Scanderbeg, il luogo disorientante

Mi lascio inghiottire da Piazza Scanderbeg. È immensa, quasi disorientante. Da un lato il Museo Storico Nazionale, con il suo mosaico comunista che ancora vigila, severo, sul presente. Mi fermo ad osservarlo: partigiani, operai, madri con bambini. Figure eroiche scolpite nella pietra di un tempo che non esiste più.

Mentre attraverso la piazza, il mio sguardo cade sui dettagli umani, quelli che le guide ignorano. Poco distante dalla fontana, un uomo anziano è seduto su uno sgabello di legno, intento a lucidare le scarpe di un passante. Muove le mani con una precisione rituale, come se stesse pulendo non la pelle, ma la memoria. Poco più in là, un gruppo di anziani gioca a domino su un tavolo di plastica verde. Non parlano molto. Si scambiano le tessere con gesti secchi, lo sguardo fisso sul gioco, forse per non dover guardare il futuro. E poi una donna, avvolta in un velo nero nonostante il caldo, che trascina due buste della spesa pesanti, camminando con una postura curva, come se portasse un carico invisibile sulle spalle.

Osservando questi volti, non posso fare a meno di pensare a cosa significhi essere stati albanesi fino a trent’anni fa. Cammino verso il Blloku, ma lungo il tragitto incrocio uno dei famosi bunkerini, le cupole di cemento armato disseminate ovunque come funghi velenosi. Mi accuccio per un istante a guardarlo. È vuoto, ormai, usato forse come deposito o semplicemente ignorato.

Mi chiedo cosa si provasse a vivere qui, ai tempi di Enver Hoxha. Leggo sui pannelli informativi, ma cerco di immaginare la sensazione sulla pelle.

La Corea del Nord europea

L’Albania era la fortezza più isolata del mondo. Una vera e propria Corea del Nord in piena Europa. Non si trattava solo di povertà, ma di una chiusura ermetica. Non esisteva il  “fuori”. Non c’erano passaporti, non c’erano telefonate internazionali, la radio era sintonizzata solo sulle frequenze di stato. Possedere una bibbia o ascoltare i Beatles era un crimine. La vita era un cerchio chiuso, sorvegliato dalla Sigurimi, la polizia segreta, dove ogni vicino poteva essere una spia.

Penso a quell’uomo che lucida le scarpe. Quanti anni ha passato aspettando un confine che non si apriva? La condizione umana, qui, è stata plasmata dalla privazione del contatto. Essere albanesi significava non poter essere altro.

 Oggi, camminando tra le auto di lusso e i negozi di firme, quella fame di mondo è esplosa tutta insieme. È una fame arretrata.

Arrivo nel Blloku. Un tempo quartiere blindato per l’élite del partito, oggi è il salotto a cielo aperto della nuova Albania. Il contrasto è violento. Qui le Mercedes nere lucidate a specchio sfrecciano accanto a taxi scassati. Le vetrine dei negozi mostrano firme occidentali, ma i prezzi sono un universo a parte. Mi siedo in un caffè, uno dei tanti che affollano i marciapiedi. Ordino un kafe turke. È denso, amaro, va bevuto con pazienza.

Elira e Greta, all’estero per esistere

È qui che incontro Elira e Greta. Sono due ragazze, non avranno più di venticinque anni. Vestite con cura, smartphone di ultima generazione sul tavolo, parlano un italiano fluido. Si accorgono che le osservo, o forse è il taccuino aperto a incuriosirle. Sorridono, chiedono se possono unirsi. Accetto. Non si rifiuta mai un incrocio di destini.

«Siete di Tirana?» chiedo.

«Sì, ma non per molto», risponde Elira, giocando con la tazzina.

«Stiamo facendo i bagagli», aggiunge Greta. «Berlino, forse. O Londra».

La conversazione scivola in modo naturale, senza imbarazzo. Parliamo della condizione giovanile. Non c’è rabbia nelle loro voci, solo una stanchezza lucida. Mi dicono che il problema non è la fame, non più. Il problema è l’aria.

«Qui l’aria è pesante», mi spiega Greta. «Non parlo di smog. Parlo di opportunità. Se non conosci qualcuno, se non hai un cognome, sei invisibile. Puoi studiare, puoi laurearti con il massimo dei voti, ma il posto giusto andrà sempre al figlio di qualcuno».

Elira annuisce. «Vedi questa piazza? È bella, è piena di gente. Ma molti di quelli che vedi qui, stasera, stanno pensando a come andare via. L’Albania è un paese che esporta i suoi figli migliori. È un paradosso: per far crescere l’Albania, dobbiamo lasciarla».

Chiedo loro se sentono il peso di questo abbandono. Se si sentono traditori.

«Traditori di cosa?» ride amaramente Elira. «Di un sistema che non ti vuole? Noi amiamo la nostra terra, amiamo il mare, amiamo la nostra lingua. Ma amiamo anche il diritto di costruire un futuro senza dover chiedere il permesso a ogni passo. All’estero, se lavori, esisti. Qui, se lavori, sopravvivi».

Poca fiducia e opportunità negate

Rifletto su queste parole. C’è un filo invisibile che collega i bunker di cemento che ho visto poco fa alla valigia che stanno per fare loro. Sotto il regime, non potevi uscire perché il muro era fuori. Oggi, il muro è dentro: è nella mancanza di fiducia, nelle opportunità negate. L’isolamento fisico è finito, ma ne è rimasto uno sociale ed economico.

Le ascolto mentre il sole inizia a calare, tingendo gli edifici color ocra di un rosso intenso. Penso alla folla che ho attraversato camminando. Pensavo fosse folla di chi resta. Invece, realizzando, era una folla di chi sta per partire. Tirana è una stazione di transito, non una destinazione.

Pagano il conto. Si alzano, si aggiustano le giacche.

«Buona fortuna», dico loro.

«Grazie», risponde Greta. «Augura buona fortuna all’Albania. Ne avrà bisogno, quando saremo tutti andati via».

Le guardo allontanarsi nel vortice del Blloku, due sagome che si fondono nella sera. Rimango solo con il fondo del caffè, freddo. La capitale mi ha mostrato il suo volto più bello e quello più doloroso in un unico sguardo. Domani lascerò questa città che vibra di una fuga collettiva, per cercare altrove se c’è un’Albania che ha deciso di restare.

Berat, il silenzio della pietra

Lascio Tirana alle spalle mentre l’alba ancora stenta a sorgere. La strada verso sud scorre veloce, tagliando pianure coltivate e colline brulle, fino a quando l’orizzonte non si apre su una visione che sembra sospesa nel tempo. Berat non si annuncia con il rumore, ma con il silenzio della pietra.

La chiamano la Città delle Mille Finestre, e quando la vedi per la prima volta, capisci perché. Le case ottomane, bianche e strette, sono impilate l’una sull’altra lungo la collina, come scalini verso il cielo, ognuna con le sue finestre che riflettono la luce del fiume Osum sottostante.

Berat è un palinsesto. Cammino per le sue strade acciottolate del quartiere Mangalem e sento il peso dei secoli. Qui gli strati di storia non si coprono, si sovrappongono. Il castello, la Kala, non è un museo morto: è un quartiere vivo. Ci vive gente, ci stendono i panni, ci giocano i bambini. Un paio di cavalli sta tranquillamente libero a mangiare erba nel prato. È Patrimonio Unesco, ma non è imbalsamato.

La religione: cultura, non dogma

Ciò che colpisce, camminando tra le mura della cittadella, non è solo la bellezza architettonica, ma la quiete spirituale che vi regna. Entro nella chiesa della Trinità, affrescata da Onufri, con i suoi colori rossi e blu intenso che sfidano il tempo. Esco, faccio cento metri, e mi trovo davanti alla Moschea Rossa. Non ci sono muri di separazione, non ci sono sguardi di diffidenza. In Albania, la religione è spesso più una questione culturale che dogmatica.

Ho letto da qualche parte che qui il credo principale è l’ “albanesità”. Lo verifico con gli occhi: una donna esce dalla chiesa e saluta un uomo che sta stendendo un tappeto per la preghiera. Si conoscono, si sorridono. In un’epoca globale dove le identità religiose diventano spesso armi di conflitto, Berat è la prova silenziosa che la convivenza è possibile, se si vuole. Non c’è integralismo, non c’è la necessità di prevalere. C’è solo la consapevolezza che, sotto lo stesso sole, le preghiere hanno tutte lo stesso peso.

Mentre osservo i dettagli di un portone di legno scolpito, un uomo mi si avvicina. Ha un passo sicuro e una cartina turistica arrotolata in mano.

«Perduto? O solo curioso?» chiede in un italiano perfetto.

Si chiama Yetmir. Fa la guida turistica da dieci anni. Ha il viso aperto di chi ha visto molto mondo ma ha scelto di tornare. Accetto la sua compagnia per un tratto. Camminiamo insieme verso il quartiere Gorica, dall’altra parte del fiume.

Yetmir ha un occhio clinico per i dettagli moderni, oltre che per quelli storici. Mentre attraversiamo il ponte, indica una macchina parcheggiata lungo il lungofiume. È una Mercedes nera, lucida, enorme, fuori luogo rispetto alle case bianche del quartiere.

«Ne vedi molte, vero?» ride Yetmir. «Mercedes. È la vera religione degli albanesi».

«Come mai?» chiedo.

Storia e simboli

«Per due motivi», spiega, accendendosi una sigaretta. «Primo: è un simbolo. Quando un nostro concittadino emigra, lavora dieci anni all’estero, mangia pane secco per risparmiare, la prima cosa che fa è comprare una Mercedes e mandarla qui, o tornarci sopra. È la prova tangibile del successo. Secondo: è un carro armato. Le nostre strade… beh, lo vedi. Buche, sassi, cantieri. La Mercedes tiene. È l’unica cosa che resiste alla realtà albanese».

Ride, ma c’è una verità amara. Le rimesse degli emigrati si materializzano in queste carrozzerie tedesche. Sono il monumento al sacrificio di chi è partito, proprio come le ragazze che ho incontrato a Tirana. Yetmir scuote la cenere. «Io sono tornato. Molti non possono. La macchina resta come un messaggio: “Io ce l’ho fatta”».

Ci sediamo in una piccola caffetteria all’ombra di un platano secolare, vicino alla riva del fiume. L’acqua scorre lenta, verde smeraldo. Al tavolo accanto al nostro c’è un anziano. Ha le mani nodose appoggiate al bastone e osserva i giovani che passano in motorino. Yetmir mi fa un cenno, lo conosce.

«Lui è Zef», dice piano. «Ha vissuto tutto».

 Saluto Yetmir, mi unisco al tavolo di Zef. Ordino un altro caffè. L’anziano mi guarda con occhi chiari, penetranti. Parla poco, ma quando lo fa, pesa le parole.

«Sotto il regime…», inizia, la voce graffiata dal tempo. «La gente dice solo cose brutte. È giusto, c’era paura. La Sigurimi era ovunque. Non potevi parlare».

Si ferma, prende un sorso d’acqua.

«Ma c’era ordine. Nessuno aveva fame, davvero fame. C’era un lavoro per tutti. Oggi? Oggi hai libertà di morire di fame. Sotto Hoxha, sapevi chi eri. Oggi sei perso. I giovani vanno via perché non sanno chi sono qui».

Zef, libertà e sicurezza

Zef guarda le Mercedes parcheggiate più su, lungo la strada. «Quelle macchine… sotto il comunismo erano per i pochi del partito. Ora sono per tutti quelli che tornano. Ma dentro sono vuote. La libertà è bella, ragazzo. Ma la sicurezza… la sicurezza ti fa sentire a casa».

Resto in silenzio ad ascoltare. Il contrasto con le parole di Elira e Greta a Tirana è stridente. Per le ragazze, il regime era un muro da abbattere. Per Zef, era una protezione che ha smesso di funzionare. L’Albania è questo equilibrio precario tra la memoria della sicurezza oppressiva e il desiderio di una libertà che spesso lascia soli.

Mi alzo per salutare Zef. Mi stringe la mano con forza. «Non dimenticare», mi dice. «Le finestre di Berat sono aperte oggi. Una volta erano chiuse. Non lasciatele richiudere».

Berat mi lascia con una sensazione di pace, ma anche di complessità. Qui la storia non è stata cancellata come a Tirana, è stata assimilata. Le religioni convivono, i tempi si mescolano, le memorie si scontrano e si abbracciano. Yetmir ha ragione sulle Mercedes: sono il simbolo di un popolo che guarda fuori. Ma Zef ha ragione sulle radici: un popolo non può vivere solo di partenza.

Scendo verso il fiume mentre la notte avvolge la valle. Domani continuerò verso la costa, dove il mare incontra la montagna. Voglio vedere se lì, dove la terra finisce, l’Albania mostra il suo volto più accogliente o il suo confine definitivo.

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