4 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Lug, 2026

Europa, Serino: «Su difesa comune manca ancora volontà politica»

Generale Pietro Serino discute con l’Altravoce delle prospettive e del futuro della difesa comune in Europa e della mancanza di volontà dei principali attori continentali


È un 4 luglio complicato, quello che saluta il 250esimo anniversario della repubblica americana. Almeno visto da Oltreoceano, dove l’Europa ormai da tempo è costretta a interrogarsi sulla reale affidabilità dell’alleato statunitense. La crisi dei rapporti con Washington e la crescente instabilità geopolitica globale hanno riacceso il dibattito sul riarmo europeo e la possibile costituzione di una Difesa comune per il Vecchio Continente. Per fare il punto su questa congiuntura internazionale ci rivolgiamo al Generale Pietro Serino, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito e attualmente responsabile Difesa del Partito Liberaldemocratico.

Dopo il fallimento del progetto del caccia europeo Fcas, le cooperazioni internazionali nel campo della Difesa faticano a decollare. La difesa europea oggi è ancora possibile?

«In questo particolare momento storico ciò che dobbiamo domandarci non è se la Difesa europea è possibile oppure no, ma se ci sono alternative a procedere in tale direzione. L’assertività della Russia. L’affermarsi della Cina quale potenza globale. La necessità per gli Stati Uniti di uscire dal circolo vizioso di un debito pubblico in continua e inarrestabile crescita. Nuove e vecchie potenze regionali che reclamano un ruolo sul palcoscenico mondiale. Tutto ciò impone all’Europa di compiere un deciso passo verso l’integrazione, a partire dalle politiche estera e di Difesa.

Il come è un tema squisitamente politico perché politica estera e politica di Difesa sono materie che attengono strettamente alla sovranità nazionale. Purtroppo, in Europa assistiamo a una crisi dei tradizionali partiti europeisti e alla crescita di partiti sovranisti e populisti, che spingono nella direzione opposta a quella dell’integrazione.

Una crescita che trova sponsor influenti fuori dal Continente, perché un’Europa unita e coesa sarebbe un competitor scomodo per quelle nazioni che ritengono di poter decidere tra loro i destini del mondo e dell’umanità. Il fallimento del progetto franco-tedesco Fcas è un politico perché evidenzia l’incapacità di far prevalere l’interesse nazionale sul tornaconto privato delle aziende».

Il caso Fcas ha messo in luce le difficoltà a collaborare tra diverse industrie nazionali private. In questo contesto di urgenza, ha ancora senso lasciare queste iniziative alle compagnie private o serve un maggior intervento pubblico?

«Definire la politica industriale è una responsabilità dei governi. È evidente che quanto avvenuto per il progetto Fcas è un segnale molto preoccupante se osservato nella prospettiva dell’integrazione degli strumenti militari delle nazioni europee. In Europa, per scelta dei governi, il mercato della Difesa è cresciuto in un contesto chiuso che ha portato alla formazione di campioni nazionali monopolisti nel rispettivo Paese.

In Italia, un classico esempio è Leonardo; un unico fornitore per un unico cliente: lo Stato, che ne è anche il principale azionista. Una situazione analoga, con un’importante presenza dello Stato nella proprietà delle aziende della difesa, si riscontra in Francia. Questo pone degli interrogativi su quale può essere la strada per forzare alle collaborazioni industriali. Purtroppo, torniamo sempre lì, alla volontà politica.

Da tempo si cerca senza successo di trovare una via tecnica per riprendere la strada dell’integrazione europea, ma nessuna strada è quella giusta se non la si vuole percorrere. Il processo di unificazione, per ripartire, avrebbe bisogno di governi autenticamente europeisti nelle principali nazioni del Continente. Una riproposizione della situazione esistente alla fine della Seconda guerra mondiale, ma che oggi appare obiettivamente lontana».

A proposito di collaborazioni internazionali, l’Italia ha da tempo avviato un proficuo ma controverso dialogo con la Turchia in termini di sicurezza e Difesa. La collaborazione con Ankara è un’opportunità o un rischio?

«Le collaborazioni extra-europee, come quella tra Regno Unito, Giappone e Italia per il progetto Gcap, non devono essere un tabù, specie se le nazioni appartengono allo stesso Occidente “allargato”. L’appartenenza a una medesima comunità è una condizione fondamentale quando si parla di sistemi di difesa, perché la sicurezza non è negoziabile.

Le tre nazioni del Gcap hanno relazioni profonde da lungo tempo e hanno le stesse necessità: contrastare l’emergere di un nuovo mondo bipolare, dominato da Stati Uniti e dalla Cina e basato sull’affermazione di un nuovo e assertivo imperialismo. Per quanto riguarda la collaborazione con la Turchia, dovremmo porci la stessa domanda: Italia e Turchia, hanno la medesima visione del futuro?

Nel recente passato, la collaborazione tra l’Unione Europea e la Turchia è stata fortemente ostacolata dal contenzioso che riguarda Cipro. Un contenzioso che è stato anche il principale ostacolo a una piena collaborazione nel campo della Difesa e sicurezza tra la Ue e la Nato. Per Nazioni a vocazione mediterranea, come l’Italia e la stessa Francia, le relazioni con la Turchia sono ineludibili; per questo, il nodo Cipro andrà affrontato e sciolto».

Nato, America, Turchia, Europa… Ma alla fine cosa serve oggi alla Difesa italiana per poter assolvere ai propri compiti?

«Parlare degli strumenti “per fare” prima di definire “cosa fare” è un classico modo per eludere il tema di fondo, quando questo è scomodo. Oggi l’Italia è l’unico grande Paese europeo che non si è ancora dotato di un Consiglio di Sicurezza Nazionale associato alla figura del Presidente del Consiglio, cioè al vertice dell’Esecutivo.

È una struttura che nella complessità dei tempi che viviamo e nell’era della guerra ibrida è diventata essenziale, perché la difesa e la sicurezza dello Stato non è più una responsabilità ascrivibile a un solo ministero; oggi servono organismi direttivi intergovernativi, in grado di utilizzare in modo sinergico risorse militari e civili, pubbliche e private. Ma il Consiglio di Sicurezza Nazionale sarebbe anche l’ambito deputato all’elaborazione della Strategia di Sicurezza Nazionale. Cioè il documento che, mettendo in evidenza come garantire l’interesse nazionale nello specifico scenario di breve e medio termine, determina quale è lo strumento di sicurezza e di difesa necessario al Paese.

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Un documento essenziale, del quale dovrebbe sentirsi la mancanza. Sul tema specifico, se servono più uomini o più soldi,  presumibilmente servono entrambe le cose. Perché partiamo da una situazione che è proprio il frutto della mancanza di una visione strategica; l’attuale Modello di difesa, definito dalla L. 244 del 2012, infatti, è basato solo su valutazioni finanziarie: pochi sono i soldi disponibili e quindi si riducono strumento militare e capacità operative, salvo poi scoprire che non si è più in grado di fronteggiare la situazione internazionale e gli impegni con gli Alleati. Bisogna partire dal “cosa è necessario fare” e per farlo, la politica deve fare il proprio lavoro e assumersi le sue responsabilità, tra cui quella di prendere decisioni complesse e spiegarne le ragioni all’opinione pubblica. La Storia, purtroppo, non fa sconti e procede veloce».

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