Il premier uscente annuncia nuovi fondi per le Forze Armate dopo mesi di scontri interni. Ma la cifra non basta a risolvere la crisi strutturale della Difesa britannica
Qualcuno direbbe meglio tardi che mai. Dopo undici mesi di scontri tra la Difesa e lo Scacchiere, il governo di Sir Keir Starmer è riuscito finalmente a trovare la quadra sull’aumento del bilancio per le Forze Armate. Ieri, parlando dal Sud dell’Inghilterra – forse un chiaro segnale per il “Re del Nord” Andy Burnham – il Primo ministro uscente ha annunciato un aumento di circa 15 miliardi di sterline entro i prossimi quattro anni. Un’iniezione di liquidità che servirà, nelle intenzioni dello sconfitto Starmer, per mettere una toppa ai problemi strutturali dell’infrastruttura militare di Sua Maestà. E di problemi, specialmente la Royal Navy, ce ne sono a bizzeffe.
Il bilancio della Difesa
La questione dei fondi per la Difesa è stata uno dei punti deboli del governo di Sir Keir. Uno dei chiodi che hanno sigillato la bara di un Primo ministro arrivato a Downing Street con un successo elettorale sconvolgente solo per finire, due anni dopo, per lasciare il “Numero 10” alla chetichella.
L’incapacità di mediare tra due dei suoi ministeri più importanti in un momento in cui il Regno Unito si è ritrovato a dover affrontare problemi securitari sempre più gravi – dalle azioni ostili dei russi alla guerra in Medio Oriente – hanno convinto i britannici e i politici di Westminster che Starmer non fosse il leader giusto per navigare le burrascose acque geopolitiche in cui si muove oggi Londra. E questa mossa finale, l’arrivo di ulteriori 15 miliardi, una cifra molto inferiore rispetto ai 28 miliardi di cui si discute da tempo, fa ben poco per cambiare la percezione dei cittadini del Regno.
Tanto più alla luce del fatto che il ministero della Difesa dovrà comunque trovare un modo per tagliare 11 miliardi nella prossima legge di bilancio per compensare questo aumento momentaneo. Starmer, con quello che è probabilmente il suo ultimo gesto significativo da Primo ministro, tenta di salvare almeno la faccia ma forse fallisce anche in quello.
Il limite dei fondi
Sul piano militare, infatti, come sottolineato ieri dall’ex ministro della Difesa John Healey – fuggito dal Ministero proprio per via dello scontro sui fondi – la misura non sarà comunque risolutiva. «Nel 2030 la Gran Bretagna spenderà ancora solo il 2,7% del PIL, la data in cui la NATO ha avvertito che potremmo trovarci ad affrontare un attacco russo», ha sottolineato in tal senso Healey, segnalando quello che è il principale problema di questa manovra: non risolve i problemi né sul piano monetario né su quello operativo. Perché se è vero che più fondi sono sempre ben accetti, il problema è che in questo caso non solo sono pochi, ma non è detto neanche che vengano usati in maniera sensata.
La Royal Navy in crisi
Il Regno Unito, a oggi, ha del resto problemi che richiedono un drastico cambio di rotta nel pensiero organizzativo militare. La Royal Navy, in tal senso, è un esempio evidente di fino a che punto sia caduta in basso la potenza militare di Londra, ormai incapace di tenere in mare persino una forza navale di piccole dimensioni. Come ricordava Tom Sharpe sul Telegraph qualche giorno fa, in tal senso, la marina di Sua Maestà non riesce oggi a mantenere operativi nessuno dei suoi sottomarini nucleari, un tempo il fiore all’occhiello dell’Ammiragliato. E la situazione non è migliore neanche sul piano delle forze di superficie, come dimostra il triste caso dei cacciatorpediniere britannici che faticano tutti, in un modo o nell’altro, a rimanere in mare senza tentare continuamente di affogare il proprio equipaggio. O delle portaerei della classe Queen Elizabeth, mai realmente entrate a regime a causa di continue problematiche tecniche.
I programmi da salvare
Il progetto presentato da Starmer, oltre che salvare in calcio d’angolo il Global Combat Air Program, il programma di sviluppo di un nuovo caccia di sesta generazione con Italia e Giappone, si propone di finanziare anche nuovi sottomarini nucleari, nuove testati e nuove basi specializzate. Tutti progetti importanti, ma che rischiano di richiedere diversi anni per vedere la luce senza andare a tamponare nell’immediato la totale carenza di affidabilità delle Royal Navy o delle altre branche delle Forze Armate di Londra. E per un Paese come il Regno Unito, lo stato pietoso in cui versa la Marina Militare è uno smacco non da poco, oltre che essere evidentemente un problema securitario enorme. Un tempo, cantavano i patrioti d’Oltremanica, la Gran Bretagna “governava le onde”. Oggi sembra più che ne venga sommersa, incapace com’è di riuscire a leggere le correnti e a tentare di gestirle.
Meglio tardi che mai
Tutto questo non può essere risolto con un piccolo aumento di bilancio. Né tantomeno con modifiche marginali all’organizzazione generale delle Forze Armate. A Londra serve una rivoluzione negli affari militari.
Starmer, almeno in parte, sembra essersene reso conto – con undici mesi di ritardo. Tant’è che il Premier uscente ha lasciato ieri al suo probabile successore un monito importante: «la Difesa deve essere la priorità numero uno nella prossima revisione della spesa». Anche in questo caso, qualcuno potrebbe dire «alla buon’ora Sir». Meglio tardi che mai?


































