La vittoria di Andy Burnham nella suppletiva di Makerfield ha accelerato la rivolta interna al Labour e spinto Keir Starmer alle dimissioni. Dietro la successione, però, c’è anche l’avanzata di Farage e Reform UK
Nello strano mondo della politica britannica, a volte anche una piccola circoscrizione di meno di 80.000 abitanti può decidere i destini dell’intero Regno Unito. È il caso di Makerfield, circoscrizione dell’area di Manchester, dove nei giorni scorsi si è scritto l’ultimo capitolo della storia del travagliato premierato di Sir Keir Starmer.
Andy Burnham, ex sindaco di Manchester e il più convincente tra gli ipotetici avversari dell’inquilino del numero 10 di Downing Street, ha infatti ottenuto una convincente vittoria alle elezioni suppletive della circoscrizione, ottenendo il 55% delle preferenze, guadagnando un posto alla Camera dei Comuni. E la possibilità di scalzare Starmer.
La stoccata di Burnham
Nel suo discorso post vittoria Burnham ha affermato che il risultato «potrebbe rappresentare una svolta» e che le persone «hanno votato per il cambiamento, hanno votato per più potere al nord e a tutti coloro che sono stati dimenticati da Westminster».
Una chiara stoccata contro la “fazione” del Primo ministro, che vantava molti nemici tra le fila del proprio stesso partito e, sorprendentemente, anche nello stesso governo. Il ministro dell’Energia Edward Miliband e la ministra dell’Interno Shabana Mahmood avevano esortato Sir Keir ad accettare una «transizione ordinata». La stessa che, Starmer, oggi ha annunciato di voler fare proprio mentre durante il ritorno di Burnham a Westminster. Tradotto dall’oscuro linguaggio della politica dei sudditi di Sua Maestà: ad accettare la sconfitta come il cavaliere che si suppone sia e a non trascinare il partito in una sanguinosa lotta fratricida. Con l’odore di un cambio di rotta, in poche parole, anche i fedelissimi di Starmer hanno tentato di saltare sul carro del vincitore.
La resa di Starmer
Nonostante le nubi tetre all’orizzonte, Starmer aveva fatto sapere di non volersene andare e di voler combattere per mantenere il suo scettro. Qualsiasi attacco alla sua leadership, aveva promesso il premier, sarebbe stato affrontato frontalmente nelle sale del partito e a Westminster. Un proposito, caduto oggi, che rischiava di far crollare il Labour in una sanguinosa guerra civile e di aumentare l’instabilità del Regno Unito, già alle prese con cambiamenti che stanno frammentando il tessuto sociale della Gran Bretagna. Alla fine, però, Starmer ha annunciato le dimissioni, scegliendo la strada di una transizione ordinata.
L’appello al partito
Il premier, per resistere all’assalto, le aveva tentate tutte. Durante una telefonata a pranzo con i collaboratori del partito Laburista, Starmer aveva esortato i suoi a «fare fronte comune» e ad evitare di «precipitare il nostro partito e il nostro Paese nel caos rivoltandoci gli uni contro gli altri e lacerando il nostro partito e il nostro movimento». «Non ha mai funzionato. È quello che ha fatto il governo precedente. Dobbiamo imparare la lezione», aveva affermato il premier, tentando di porre l’esistenza stessa del Labour sul piatto per spaventare gli incerti tra le fila del partito.
L’avanzata di Reform UK
E Starmer, che già secondo i giornali britannici stava pensando alle dimissioni nonostante le dichiarazioni di fuoco, potrebbe non avere avuto tutti i torti a tirare in mezzo il futuro del Labour. L’elezione di Makerfield, infatti, non ha incoronato solo Burnham come candidato alla leadership Laburista. Ha anche consolidato un processo già ben visibile dai risultati delle scorse elezioni locali, che hanno visto il Reform Uk di Nigel Farage fare incetta di voti in moltissime circoscrizioni e comuni. Anche a Manchester il gruppo di Farage ha ottenuto risultati tutt’altro che scontati, totalizzando il 35% delle preferenze e confermandosi come una delle forze in ascesa nel panorama politico britannico. Una brutta notizia per un Labour alle prese con una guerra civile e con un premier che, fino all’ultimo, aveva dichiarato apertamente di non voler mollare l’osso.
Il bivio del Labour
Per questo la partita che si apre a Westminster va ben oltre il destino personale di Starmer o le ambizioni di Burnham. Nei prossimi mesi il Labour dovrà decidere se consumarsi in una resa dei conti interna o ritrovare una linea politica capace di ricompattare il partito e il Paese. Perché mentre i laburisti discutono della successione, Farage continua a guadagnare terreno. E nella politica britannica, come insegnano i Conservatori, il tempo perso nelle lotte di palazzo finisce spesso per trasformarsi in voti regalati agli avversari.





























