Oggi, 30 giugno, scade il Pnrr: tra cantieri aperti, riforme a metà e ostacoli burocratici il Piano resta una promessa non realizzata
Oggi, 30 giugno, il Pnrr smette di essere una promessa e diventa un ricordo. Non sparisce, sia chiaro: semplicemente cambia stato civile. Da emergenza europea con scadenza incorporata a “gigante amministrativo che ora deve spiegare cosa ha davvero combinato con 200 miliardi.
Per cinque anni è stato il metronomo dell’Italia: se non arrivava Bruxelles, arrivava la tabella di marcia. Se non arrivava la tabella di marcia, arrivava la paura di perderla. In mezzo, un Paese che per una volta non ha potuto rimandare tutto “a dopo”.
Il risultato? Un’opera collettiva enorme. Ma non proprio il film epico che ci si era immaginati.
Funzionamento a metà
Partiamo da una cosa che merita sempre una certa enfasi: la macchina ha funzionato. Non perfettamente, non velocissima, ma ha funzionato. L’Italia ha incassato circa l’85% dei 194 miliardi del Piano. La nona rata da 12,8 miliardi è arrivata a inizio giugno. Resta aperta la decima e ultima rata da 28,4 miliardi di euro, legata a ben 159 obiettivi finali. Finora ha centrato tutti i 416 obiettivi intermedi. E ha portato a casa una cosa quasi rivoluzionaria: la disciplina. Quella vera, non quella raccontata nei convegni.
Qualcosa si vede. Giustizia più rapida (almeno nei numeri), pubblica amministrazione più digitale, appalti meno “eterni”, fisco riscritto, cantieri che hanno smesso di vivere nel limbo infinito. Poi ci sono i simboli: scuole ristrutturate, ospedali rimessi in piedi, fibra ottica che arriva dove prima arrivava solo il segnale mentale della pazienza. E soprattutto un fatto politico enorme: per una volta il Sud non è stato una nota a piè di pagina. Non a caso da quattro anni cresce più del Nord. Poi però si scende in strada. Lì il Pnrr cambia faccia. Perché se guardi i fondi, l’Italia è un campione europeo. Se guardi i cantieri, è una maratona fatta con le scarpe slacciate.
La messa a terra
La verità è semplice e un po’ crudele: i soldi ci sono stati, ma la capacità di trasformarli in opere reali molto meno. Una parte enorme delle risorse è ancora impantanata tra gare, varianti, collaudi, burocrazia e quella specie di forza fisica invisibile che si chiama “procedura”.
Risultato: si stima che solo una quota attorno al 40-50% sia davvero arrivata a terra. Il resto è ancora in fase “quasi fatto”, che è il modo elegante per dire “ne riparliamo”. E qui si capisce la vera natura del Pnrr: non un problema di soldi, ma di metabolismo. L’Italia ha dimostrato di saper digerire male anche un banchetto già cucinato.
La crescita che non c’è
Poi il Pil: la grande promessa che si è fermata al semaforo giallo. Perché il Pnrr doveva essere anche una macchina da Pil. Non solo cantieri, ma velocità strutturale. Invece si è fermata allo “zero virgola qualcosa” che cambia cifra ma non cambia umore. Cresce quando arrivano i fondi, rallenta quando finiscono gli effetti, torna alla sua traiettoria naturale: quella di un’economia che non crolla, ma non accelera.
È qui che si inserisce una lettura ormai abbastanza condivisa tra gli osservatori più sobri: il Piano ha sostenuto la domanda, cioè ha dato benzina nel breve periodo. Ma non ha davvero aumentato la cilindrata del motore. Molti interventi lo raccontano da soli: piazze rifatte, edifici riqualificati, interventi diffusi. Tutto utile, tutto visibile. Ma poco di quello che, di solito, fa salire la produttività di un Paese. C’è un punto che attraversa tutto il dibattito economico recente, detto con la freddezza di chi non ha bisogno di alzare la voce.
Una parte delle risorse, alla fine, è finita su interventi che non potevano cambiare davvero la traiettoria dell’economia. Hanno migliorato il contorno, non il piatto.
Qualche progresso c’è stato — per esempio sulla giustizia civile, dove i tempi si sono accorciati — ma spesso erano tendenze già avviate. Sulla pubblica amministrazione, invece, il salto di qualità atteso è rimasto a metà strada. Più digitale, sì. Più efficiente? Non sempre. Soprattutto questo: una volta finita la spinta eccezionale dei fondi europei, l’Italia è tornata esattamente dov’era. Crescita bassa, strutturale, testarda.
Le occasioni mancate
L’insuccesso del Pnrr si vede qui. Case della Comunità, ospedali territoriali, strutture nuove di zecca: sulla carta un salto storico. Poi però arriva la domanda vera: chi li fa funzionare? Perché un edificio non cura nessuno. Un server non visita i pazienti. Senza medici, infermieri, tecnici, amministrativi, tutto rischia di diventare una splendida scenografia. Ben illuminata, ma vuota. Stesso discorso per la digitalizzazione: è stata installata tecnologia, molto meno si è costruita la capacità di farla respirare ogni giorno.
E adesso? Benvenuti nella fase più difficile: quella senza scadenze salvifiche. Da domani finisce la parte “facile” del Pnrr: quella in cui Bruxelles guarda e Roma corre. Inizia quella in cui nessuno guarda ma bisogna comunque correre.
Siamo nella fase rendicontazione: fatture, controlli, certificazioni, verifiche. Un mondo meno raccontabile ma decisivo. Ma soprattutto: niente proroghe magiche. Le opere non finite rischiano di uscire dal perimetro europeo e finire nel parcheggio delle “opere da completare con altri fondi”. Il Pnrr finisce, ma i cantieri no. Solo che ora la fattura la paga qualcun altro.
Alla fine, il Pnrr non sarà giudicato oggi. Né domani. Nemmeno quando arriverà l’ultima rata. Sarà giudicato tra qualche anno, quando ci si accorgerà se ha lasciato un Paese solo un po’ più ordinato o davvero più produttivo. Per ora il verdetto è sospeso. Ha funzionato come acceleratore amministrativo. Ha fallito come rivoluzione economica. Ha prodotto cantieri, riforme, numeri. Ma non ha ancora cambiato il ritmo di fondo dell’Italia.































