Prevista un’esercitazione in Polonia per 2800 soldati di Francia e Regno Unito mentre Lavrov minaccia l’Europa
L’Europa prepara soldati per l’Ucraina del dopoguerra mentre Mosca avverte che un confronto diretto sarebbe breve e devastante. Sullo sfondo, Washington tenta di riaprire il negoziato e prende forma l’ipotesi di un vertice fra Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping in Cina.
Tre iniziative parallele, ancora lontane da un accordo. Secondo le indiscrezioni raccolte dal Guardian, un contingente europeo a guida britannica e francese potrebbe essere autorizzato a rispondere al fuoco in caso di attacco russo, qualora venisse dispiegato dopo un cessate il fuoco. La natura della missione resterebbe difensiva, ma le regole d’ingaggio prevederebbero la protezione armata dei militari. Non è un intervento imminente: manca il cessate il fuoco. Londra e Parigi passeranno intanto dalla pianificazione alla simulazione.
L’esercitazione
L’esercitazione Koalicja, prevista in Polonia nel corso di novembre, coinvolgerà 2.800 militari di undici Paesi. La Francia contribuirà con 1.500 uomini, il Regno Unito con 300, oltre a velivoli e capacità di supporto. Saranno testati comando e dispiegamento. La forza multinazionale non opererebbe sotto comando Nato né come tradizionale missione di osservazione del cessate il fuoco: dovrebbe rafforzare le capacità ucraine e scoraggiare nuove offensive. La scelta più significativa riguarda l’autonomia operativa. Secondo funzionari occidentali citati dal quotidiano britannico, il dispositivo sarebbe quasi interamente europeo e progettato per non dipendere da tecnologie statunitensi come Starlink.
Gli alleati vogliono garantire sicurezza anche senza truppe americane. Restano aperti gli interrogativi su intelligence, difesa aerea, logistica e capacità di sostenere una presenza prolungata senza Washington. Il piano comprende anche pattugliamenti aerei per favorire la riapertura degli aeroporti civili e operazioni di sminamento nel Mar Nero, con un ruolo previsto per la Turchia.
Le minacce di Lavrov
Protezione del territorio, ripresa dei collegamenti e sicurezza marittima vengono così trattate come parti della stessa ricostruzione. Ma proprio la possibilità di reagire militarmente a un attacco russo rende evidente il rischio: una forza concepita per stabilizzare il dopoguerra potrebbe trovarsi coinvolta in un nuovo scontro se le garanzie politiche non fossero solide.
Da Minsk, Sergei Lavrov ha scelto toni opposti. Ha accusato l’Unione europea di trasformarsi in un blocco militarista ostile a Russia e Bielorussia e ha escluso, nelle condizioni attuali, prospettive di dialogo realistico con Bruxelles. Mosca, ha sostenuto, non pianifica una guerra contro l’Europa, ma sarebbe pronta se questa la iniziasse; in quel caso, ha aggiunto, il conflitto sarebbe «molto breve».
Una minaccia politica, non un ordine operativo. Nello stesso intervento il ministro russo ha lasciato aperto uno spiraglio sulla futura architettura di sicurezza continentale. Ha evocato accordi di non aggressione, garanzie reciproche e misure di trasparenza, riproponendo il principio di una sicurezza «indivisibile» che Mosca ritiene disatteso dall’Occidente. La logica è chiara: il Cremlino respinge un assetto definito senza il suo consenso e cerca di riportare il negoziato su regole che riconoscano le sue richieste strategiche. Per Kiev e i partner europei, invece, le garanzie devono impedire che un’intesa diventi una pausa prima di un’altra aggressione.
Tentativi di diplomazia
Gli Stati Uniti provano a tenere aperto il canale diplomatico. L’inviato Steve Witkoff ha annunciato colloqui tecnici tra ucraini e russi, con mediazione americana, il 10 e 11 novembre ad Abu Dhabi. In agenda sicurezza postbellica, de-escalation, misure umanitarie e passaggi verso un’intesa. Prima, a Bruxelles, i negoziatori di Washington incontreranno Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato per discutere garanzie, assetto continentale e ricostruzione. Non è ancora un accordo. A complicare il quadro interviene la diplomazia delle grandi potenze. Il Cremlino conferma contatti per un possibile trilaterale Putin-Trump-Xi a margine dell’APEC di Shenzhen, il 18 e 19 novembre. Il Financial Times riferisce di preparativi seri, ma Pechino non ha confermato il formato a tre; il ministero degli Esteri cinese ha parlato soltanto di contatti per un incontro fra Xi e Putin. Non è chiaro neppure se il dialogo proceda con consultazioni congiunte o attraverso canali bilaterali. Il vertice resta incerto.
La guerra
La guerra, intanto, continua a colpire le infrastrutture e i civili. Zelensky denuncia la preparazione di nuovi attacchi russi contro reti energetiche e logistiche. È questo il limite concreto di ogni scenario postbellico: mentre gli eserciti europei studiano come garantire una tregua e le capitali preparano tavoli diplomatici, sul terreno non esiste ancora una tregua da proteggere. È qui che la deterrenza incontra il limite della diplomazia. Il punto decisivo non è quanti formati negoziali possano essere convocati, ma chi sia disposto a vincolarsi a garanzie verificabili e a sostenerne fino in fondo il costo politico e militare.
































