3 Nov, 2026

Israele spacca i Democratici: dal Michigan alla Pennsylvania, la sfida del 2028

Dal Michigan alla Pennsylvania, il rapporto con Israele apre una frattura nel Partito democratico americano. Abdul El-Sayed punta a condizionare gli aiuti militari, Josh Shapiro difende l’alleanza strategica pur criticando Netanyahu. Uno scontro politico che coinvolge Gaza, antisemitismo, equilibri congressuali e futuro della leadership democratica.


Il Michigan sceglie un senatore, la Pennsylvania il governatore. Due competizioni diverse, una faglia politica comune: il rapporto dei Democratici con Israele. Abdul El-Sayed e Josh Shapiro criticano Benjamin Netanyahu, ma divergono sulle conseguenze da trarne per Washington. Il primo vuole fermare gli aiuti militari; il secondo difende l’alleanza strategica, senza identificarsi con l’attuale governo israeliano. È una distanza che pesa già sulle elezioni di metà mandato e guarda alla corsa presidenziale del 2028.

El-Sayed, la sfida progressista in Michigan

Medico americano di origini egiziane, già responsabile della sanità pubblica, El-Sayed affronta in Michigan il repubblicano Mike Rogers. Se eletto, sarebbe il primo musulmano al Senato. La sua piattaforma lega sanità universale, salari e costo della vita a una revisione della politica estera statunitense. Sulla guerra e sulle operazioni israeliane non chiede soltanto una presa di distanza diplomatica: intende usare la leva finanziaria del Congresso per esercitare pressione su Israele.

La sua candidatura ha aperto uno scontro senza precedenti nella fase finale della campagna. Haley Stevens, deputata democratica battuta alle primarie, ha annunciato il sostegno a Rogers e si è mostrata al suo fianco in una chiesa di Detroit. Il gesto ha provocato la condanna dei vertici del partito e la sua espulsione dalla formazione democratica statale. Trump lo ha accolto con favore. Una rivalità interna si è trasformata in una defezione a vantaggio dei repubblicani proprio mentre il controllo del Senato è in discussione.

Le polemiche su Israele e antisemitismo

All’origine dell’ultima escalation c’è uno spot di un comitato indipendente che collegava il sostegno militare americano a Israele all’aumento dei prezzi alimentari. Stevens lo ha denunciato come antisemita; El-Sayed ha negato qualsiasi coinvolgimento nella produzione e ne ha respinto il messaggio. Alle tensioni si sono aggiunte le apparizioni del candidato con lo streamer Hasan Piker, contestato per alcune dichiarazioni su Israele e sugli ebrei, e le sue parole dopo l’attacco a una sinagoga del Michigan, per le quali ha successivamente espresso scuse a chi si era sentito offeso. La polemica investe il confine fra opposizione alle politiche israeliane e pregiudizio anti-ebraico, senza che le due categorie possano essere sovrapposte.

Trump e altri repubblicani hanno inoltre insinuato, senza prove, che El-Sayed simpatizzi per il terrorismo, mettendone in dubbio la lealtà agli Stati Uniti. Il candidato ha respinto le accuse. Ma l’isolamento non è stato l’unico effetto della crisi: dopo l’endorsement di Stevens a Rogers, la sua campagna ha dichiarato di aver raccolto 2,4 milioni di dollari in una domenica, soprattutto attraverso piccole donazioni. Bruce Springsteen è tornato su X per sostenerlo. La controversia ha dunque alimentato sia la mobilitazione progressista sia la diffidenza di settori democratici vicini alle posizioni filo-israeliane.

Shapiro e la difesa dell’alleanza strategica

In Pennsylvania, Shapiro incarna una tradizione differente. Ex procuratore generale, governatore uscente e figura già osservata in vista del 2028, considera il legame con lo Stato ebraico interesse strategico americano. Ha criticato Netanyahu e auspicato un cambio di leadership, ma non propone di recidere la cooperazione bilaterale. Nella sua visione, il giudizio sull’esecutivo israeliano va distinto dalla sicurezza del Paese e dalla continuità delle relazioni diplomatiche e militari.

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Le appartenenze religiose dei due protagonisti non esauriscono questa divergenza. El-Sayed non rappresenta l’insieme dei musulmani americani, né Shapiro la pluralità dell’elettorato ebraico. Il contrasto riguarda il potere concreto di condizionare un alleato. Per il candidato del Michigan, gli stanziamenti diventano uno strumento di pressione; per il governatore della Pennsylvania, la critica politica deve convivere con la tutela di una relazione consolidata. Sullo sfondo si confrontano anche due coalizioni elettorali, con sensibilità differenti su Gaza, antisemitismo e ruolo internazionale degli Stati Uniti.

Il Congresso e i limiti della politica estera democratica

Il nodo arriva al Congresso. Un’eventuale maggioranza democratica alla Camera potrebbe intensificare il controllo sulle decisioni di Trump, aprire indagini e intervenire nel confronto sui finanziamenti. Non avrebbe però il potere di riscrivere da sola la politica estera: pesano il Senato, la presidenza e gli impegni già assunti. La distanza fra le richieste della base e le possibilità legislative renderebbe ancora più visibili le divisioni interne.

Il voto del 3 novembre non chiude la questione. Qualunque sia il risultato, il partito dovrà misurarsi con due indirizzi che non coincidono: subordinare il sostegno militare a condizioni più stringenti oppure preservare la struttura dell’alleanza, contestando le scelte di Netanyahu. La sfida per i Democratici non è trovare una formula capace di cancellare il dissenso, ma definire una linea praticabile prima che la competizione per la Casa Bianca del 2028 trasformi questa divergenza in uno scontro sulla loro identità politica.

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