Una marea nera di petrolio di oltre 2 mila chilometri quadrati minaccia le coste dell’Oman, mentre anche l’Iran combatte contro una fuoriuscita di greggio a Qeshm. Nel mirino ecosistemi fragili e specie protette: è il nuovo costo ambientale delle guerre che attraversano le rotte dell’energia
Dall’Iran all’Oman si moltiplicano le chiazze di greggio. La petroliera della flotta ombra russa Caroline Bezengi minaccia una riserva naturale: la marea nera avrebbe già superato i 2.000 chilometri quadrati
La guerra e le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz stanno lasciando una scia che va oltre le conseguenze militari ed economiche. Chiazze di petrolio stanno contaminando diversi tratti di mare tra Iran e Oman, mettendo in pericolo tartarughe marine, uccelli, delfini e balene.
Due emergenze distinte stanno interessando in queste ore le due sponde della regione. In Iran sono in corso operazioni di bonifica al largo dell’isola di Qeshm, mentre più a sud l’Oman tenta di contenere la fuoriuscita di greggio dalla Caroline Bezengi, una petroliera utilizzata per trasportare petrolio russo e riconducibile alla cosiddetta flotta ombra di Mosca.
L’allarme sull’isola iraniana di Qeshm
Le immagini satellitari mostrano una lunga chiazza scura nelle acque davanti a Shib Deraz, villaggio costiero dell’isola iraniana di Qeshm. Sulle spiagge sono stati individuati depositi neri e le autorità hanno avviato le operazioni di pulizia utilizzando anche materiali assorbenti per contenere il petrolio.
La zona è particolarmente sensibile perché rappresenta un importante sito di nidificazione della tartaruga embricata, specie minacciata che ogni primavera torna sulle spiagge dell’isola per deporre le uova.
La causa della fuoriuscita non è stata ancora accertata. Le autorità iraniane non hanno indicato pubblicamente un responsabile, mentre TankerTrackers ha ipotizzato un collegamento con un attacco iraniano contro una nave mercantile avvenuto all’inizio del mese.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha affermato che le prime indicazioni porterebbero invece a una nave mercantile straniera. Teheran sostiene inoltre che chi trae beneficio dalla navigazione commerciale attraverso Hormuz abbia un «obbligo legale e morale» di contribuire al risanamento dei danni ambientali della regione.
In Oman l’emergenza della Caroline Bezengi
Ancora più grave appare la situazione al largo dell’Oman. Qui la Caroline Bezengi, petroliera lunga circa 270 metri e capace di trasportare quasi un milione di barili, è rimasta incagliata dopo aver incontrato difficoltà durante un viaggio con un carico di greggio russo destinato all’Asia.
La nave aveva operato negli ultimi anni sulle rotte che collegano i porti russi alle raffinerie asiatiche ed è stata associata alla flotta ombra utilizzata da Mosca per continuare a esportare petrolio aggirando le restrizioni occidentali.
Non è ancora chiaro che cosa abbia provocato l’incidente iniziale. Si è parlato di un possibile problema tecnico e anche di un’esplosione, ma nessuno ha rivendicato un attacco e non esistono al momento elementi conclusivi sulla causa.
Dopo essersi arenata vicino all’isola di Qibliyah, inizialmente la petroliera non mostrava perdite significative. La situazione è però peggiorata nelle settimane successive e tra la fine di luglio e l’inizio di agosto la chiazza si è rapidamente allargata.
Una marea nera di oltre 2.000 chilometri quadrati
Le dimensioni effettive della contaminazione sono ancora oggetto di valutazioni molto differenti. L’autorità ambientale dell’Oman ha parlato di circa 390 chilometri quadrati, mentre Greenpeace ha stimato un’estensione superiore ai 600. Secondo John Amos, fondatore dell’organizzazione SkyTruth, l’area interessata potrebbe invece aver raggiunto circa 2.200 chilometri quadrati.
Il petrolio ha circondato le scogliere di Jazirat al Qibliyah e ha raggiunto un tratto di costa di circa 40 chilometri nell’area di Ras Madrakah. È proprio la natura dell’area colpita a rendere particolarmente grave l’incidente. Le acque dell’Oman ospitano tartarughe marine, cormorani di Socotra, delfini e le rare megattere del Mar Arabico. La società britannica Ambrey è stata incaricata delle operazioni per stabilizzare e recuperare la petroliera, ma le condizioni meteorologiche stanno complicando l’intervento.
Se una parte molto consistente del carico della Caroline Bezengi dovesse finire in mare, avvertono gli esperti citati dal New York Times, le conseguenze potrebbero assumere dimensioni paragonabili a quelle di alcuni dei più gravi disastri petroliferi degli ultimi decenni.
Il costo ambientale delle nuove guerre
Le chiazze tra Iran e Oman si inseriscono in un quadro più vasto. Negli ultimi mesi petroliere, terminal, raffinerie e infrastrutture energetiche sono diventati sempre più spesso bersagli militari, dal Mar Nero al Mar Rosso fino al Golfo Persico.
Russia e Ucraina hanno colpito reciprocamente infrastrutture e navi legate al commercio energetico; gli Houthi hanno preso di mira petroliere nella regione del Mar Rosso; la guerra che coinvolge Iran e Stati Uniti ha ulteriormente aumentato i rischi intorno allo Stretto di Hormuz.
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Le immagini satellitari hanno già permesso di individuare diverse fuoriuscite di petrolio nella regione, compresa una al largo dell’isola iraniana di Kharg. Determinarne con precisione origine ed effetti è però difficile proprio a causa del conflitto: le operazioni di bonifica sono più complesse e gli scienziati non riescono a raggiungere molte delle zone contaminate.
Il risultato è un’emergenza che rischia di restare in secondo piano rispetto alla guerra. Ma mentre missili e droni colpiscono le rotte dell’energia, il petrolio finito in mare continua a muoversi con correnti e venti. E a pagarne il prezzo sono ecosistemi che non hanno alcun confine da chiudere.































