17 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Lug, 2026

Il «Re del Nord» conquista il Labour: ora la sfida è il Regno Unito

Andy Burnham

L’ex sindaco di Manchester prende la guida del Partito laburista senza rivali. Dopo la caduta di Keir Starmer, Andy Burnham si prepara a diventare il nuovo premier britannico


C’è un cattolico a un passo da Downing Street, e per giunta uno del Nord. Un “papista” si appresta a varcare la soglia del Numero 10. Uno scenario che, fino a non molti anni fa, sarebbe sembrato impensabile per qualsiasi britannico. Eppure, da ieri il “Re del Nord” Andy Burnham è il favorito per diventare il prossimo Primo ministro di Sua Maestà. L’uomo che più di ogni altro oggi divide la politica britannica, chiamato a guidare un Paese che fatica ancora a ritrovare una direzione.

La scalata alla leadership

Ieri il “Sindaco d’Inghilterra” ha vinto il primo vero scontro sulla strada verso Downing Street, diventando leader del Partito Laburista. È stato incoronato al 23-28 di Great Russell Street, a Bloomsbury, non lontano dal British Museum. Nella storica sede dei sindacati britannici, roccaforte del potere laburista.

In realtà, non c’è mai stata partita. Nessuno, dentro il Labour, disponeva del peso politico necessario per contendere a Burnham una leadership che appariva scritta da settimane, dopo la poco edificante esperienza di Sir Keir Starmer. E infatti nessuno si è presentato per sfidarlo, neanche Wes Streeting, che tanto aveva fatto rumore prima della caduta di Sir Keir.

Il ministro della Salute si è fatto da parte, e con lui anche tutte le sacche di resistenza interne al Labour. Burnham è arrivato a Londra, e sull’onda del suo carisma sono crollate tutte le possibili barricate.

L’eredità di Starmer

Ad ascoltare da remoto il discorso del nuovo leader c’era sicuramente anche lui, Sir Keir. Il premier, in viaggio in Ucraina, la cui caduta è stata determinata non in minima parte proprio dall’arrivo dell’ex sindaco di Manchester a Westminster. Avrà sorriso sentendo parlare Burnham. Il sorriso di chi sa che il peso, ormai, grava sulle spalle di un altro.

Il futuro ex-premier ha già mezza scarpa su un campo da golf, pronto per il trasloco che arriverà inevitabilmente lunedì prossimo.

Ma Burnham non ha infierito, non lo ha colpito dove fa male. Anzi, ha lodato l’operato del suo predecessore, forse tentando di appianare, come ha detto di voler fare nel suo discorso, le divisioni interne che hanno devastato l’unità del Labour.

«Sotto la guida di Sir Keir Starmer, siamo passati dalla nostra peggiore sconfitta a una delle migliori vittorie della nostra storia. Keir ha riportato il Partito Laburista in condizione di cambiare la vita delle persone» ha detto Burnham, prima di ringraziare anche il suo potenziale avversario, Wes Streeting, per il suo operato alla Salute.

E quanto ha detto Burnham è vero almeno in parte. Starmer ha ridato lustro al Labour, restituendogli il potere e la credibilità per governare Londra. Ma l’ha fatto, si potrebbe sostenere, rendendo irriconoscibile il partito. Trasformandolo in qualcosa che un vecchio laburista di qualche decennio andato, farebbe fatica a riconoscere. E, soprattutto, dimenticandosi poco dopo di portare risultati e di dover mantenere con i fatti e non solo con le parole la fiducia accordatagli dagli elettori. Troppo tentennante e indeciso, il buon Sir, per poter governare una bestia irrequieta come il Labour. Troppo insicuro per tenere a freno i mutamenti di un Paese sempre più attraversato da profonde divisioni.

Un Labour più laburista

Non c’è molta sostanza nel discorso di Burnham, ma è stato un ottimo intervento. Non sarà Churchill, ma nemmeno Starmer. E nel Regno Unito saper parlare in modo adeguato in Parlamento è un elemento fondamentale per ottenere il rispetto dei colleghi dei Comuni e della popolazione, come proprio il caso di Sir Keir può confermare.

Burnham si è anche dimostrato accorto nella scelta dei suoi argomenti. Prima ha richiamato l’onorevole storia del suo partito: «Questo movimento laburista, il movimento sindacale, si è forgiato nelle acciaierie e nelle fonderie di Sheffield […] nei bacini carboniferi del Galles meridionale, […] nelle fabbriche, […] nei cantieri navali sul Clyde e sul Tyne, e nei cantieri navali di Liverpool e qui a Londra». Un discorso da vero laburista, qualcosa che non si sentiva ormai da tempo a Westminster.

Anche un discorso onesto, per certi versi, quando il leader laburista ammette le mancanze del partito. «Dobbiamo riconoscere che questa generazione di politici, me compreso, non è riuscita a sfidare una cultura politica e un modello economico che semplicemente non funzionano abbastanza bene per la gente comune», ha evidenziato Burnham. E il modello a cui si riferiva, come sottolineato poco dopo, è quello neoliberista.

Il ritorno dell’anti-Thatcher

Da qui il leader laburista ha poi scelto il bersaglio più prevedibile, e proprio per questo più efficace, per incentrare la sua invettiva: i Conservatori e Margaret Thatcher.

«La destra usa la frase “riprendere il controllo”, ma sono stati loro a cederlo in primo luogo», ha incalzato il futuro Premier, riesumando con una certa soddisfazione la “Lady di Ferro” per attribuirle la responsabilità dell’ondata di privatizzazioni che, secondo il Labour, continua ancora oggi a pesare sul Paese. Proprio per colpa della Thatcher e dei conservatori, ha ricordato Burnham, negli anni Ottanta «il Paese ha rinunciato al controllo dei servizi essenziali – alloggi, acqua, energia, trasporti – e ha lasciato la popolazione esposta a costi più elevati». Tutte scelte di cui Londra paga ancora il prezzo dopo più di quattro decenni.

Attaccare una morta per le sue scelte non farà certo guadagnare chissà cosa a Burnham in termini politici, ma piacerà al suo elettorato nel Nord. Nel Labour esistono del resto poche tradizioni più solide che prendersela con Margaret Thatcher. Quarant’anni dopo, la “Lady di Ferro” continua a vincere elezioni. Per i suoi avversari.

Le promesse senza il piano

Al di là di questi attacchi facili ma paganti, comunque, come sottolineano con fin troppa rapidità i pungenti giornali d’Oltremanica, non c’è nulla di nuovo nel discorso di Burnham sul piano dei contenuti. Il futuro inquilino di Downing Street ha promesso di guidare il Labour saldamente, concentrarsi sui risultati e tentare di riunificare il partito.

Ha promesso un cambio nel modo di gestire la politica e l’amministrazione. Ha promesso attenzione verso le realtà locali, di ridistribuire il potere verso le amministrazioni territoriali, diminuendo il centralismo di Londra. Nel pratico, promesse già fatte da Burnham al momento della sua entrata in lizza come sostituto di Starmer. Come le realizzerà, però, è ancora tutto da vedere.

Ma il primo discorso di un leader, alla conferenza di partito, non è mai un piano d’azione. È più una dichiarazione d’intenti, un proclama della linea generale che il gruppo dovrà seguire sotto la nuova leadership. E da questo punto di vista, Burnham ha brillato forse più di quanto ci si aspettasse, anche se solo grazie alle aspettative molto basse dovute al precedente Starmer. Ha promesso di rendere il partito nuovamente “Laburista” e per molti britannici, almeno per ora, basta questo.

La sfida per Downing Street

Re Carlo forse dovrebbe, quando in primavera andrà presumibilmente ad aprire i lavori del Parlamento, far dare uno sguardo in cerca di barili di polvere da sparo in giro per Westminster. Un cattolico, in fin dei conti, dormirà tra non molto a Downing Street. Non sia mai che le vecchie abitudini prevalgano sul buon senso.

Ma Carlo potrebbe non avere nulla da temere. Chissà, infatti, se in primavera Burnham sarà ancora al Numero 10. Il compito che lo aspetta non è propriamente facile e lunedì il futuro Premier inizierà una battaglia molto più difficile di quella affrontata per mettere in ordine i trasporti pubblici di Manchester. Il Labour, ormai, è suo. Da lunedì dovrà dimostrare di poter conquistare anche il Regno Unito.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA