L’altissimo livello di ricina ingerito durante i pasti di Natale ha reso impossibile, secono l’autopsia, qualunque tentativo di salvare Antonella di Ielsi e Sara Di Vita
A farsi strada, tra le pagine della relazione autoptica, una prima verità scientifica. ”Non vi fu negligenza medica, né un destino che si sarebbe potuto deviare con un diverso intervento terapeutico. La letalità e la concentrazione della ricina assunta dalle due donne non hanno lasciato alcuno spazio di manovra ai sanitari”. Il dato emerge dalle 830 pagine depositate dai periti incaricati dalla Procura, tra di loro gli specialisti Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli.
Quadro clinico compromesso da subito
Un quadro clinico drammaticamente compromesso sin dal principio. Gli accertamenti tossicologici, eseguiti in stretta collaborazione con il Centro Antiveleni “Maugeri” di Pavia, hanno rilevato nei campioni biologici delle vittime una presenza massiccia di tossine di ricina. Una sostanza altamente tossica ricavata dai semi della pianta di ricino. La quantità individuata dagli esami era talmente elevata da rendere ininfluente qualsiasi variazione nella condotta terapeutica.
Come evidenziato nella relazione dei medici legali, la rapidità evolutiva dei sintomi, unita alla totale assenza di un antidoto specifico per questo tipo di avvelenamento, esclude che un diverso approccio clinico da parte del personale ospedaliero avrebbe potuto evitare il decesso delle pazienti. I cinque professionisti, iscritti nel registro degli indagati, con l’ipotesi di omicidio colposo, vedono così delinearsi un alleggerimento delle loro responsabilità.
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Il veleno nei pasti di Natale
Resta invece aperto e inquietante l’interrogativo sulle circostanze che hanno portato all’assunzione del veleno. Gli esperti hanno stabilito che l’esposizione alla sostanza tossica è avvenuta con ogni probabilità per via orale: cibo o una bevanda. Un dato cruciale riguarda la tempistica. La comparsa dei primi sintomi, manifestatisi nella mattinata del 25 dicembre, colloca il momento del contagio verosimilmente tra il 23 e il 24 dicembre. L’attenzione degli investigatori rimane dunque concentrata sui pasti consumati a ridosso delle festività natalizie. Sarà necessario comprendere come la ricina possa essere finita sulla tavola delle due donne. Se per una tragica contaminazione accidentale, o se dietro la vicenda si celino altre responsabilità. Intanto in questura sono riprese le audizioni.
Polizia tedesca in Molise
Intanto, specialisti della polizia tedesca sono in queste ore in Molise per svolgere una serie di attività preparatorie ai prossimi accertamenti che saranno svolti a Pietracatella, quasi certamente nei primi giorni di agosto: gli esperti provenienti dalla Germania e che da qualche settimana collaborano con gli investigatori italiani, hanno incontrato esponenti della polizia molisana e della procura di Larino, titolare dell’indagine sulla morte di Sara Di Vita e di sua mamma Antonella Di Ielsi.
Si prendono accordi in particolare su quando e come effettuare il sopralluogo nella casa della famiglia Di Vita. Intanto a Berlino, nella sede del Robert Koch Institute, centro all’avanguardia sul tema dei veleni e in particolare sulla ricina, proseguono gli accertamenti sui campioni biologici delle vittime, campioni prelevati durante le autopsie, e il sangue dei loro familiari Gianni e Alice Di Vita, prelevato invece all’inizio di questo mese a Campobasso. Gli stessi esperti cercano tracce della ricina negli alimenti sequestrati a casa dei Di Vita a Pietracatella negli ultimi giorni di dicembre e nei primi giorni di gennaio. Alimenti che, sempre nei giorni scorsi, sono stati trasportati dal Molise alla Germania.































