Mosca agisce su due livelli: recluta fonti dentro gli apparati dello Stato e alimenta una guerra ibrida fatta di attacchi cyber, ambiguità e sospetti politici. L’obiettivo è indebolire la fiducia nelle istituzioni italiane
Il segreto di Stato italiano ha un prezzo, che corrisponde più o meno a quello di un’auto usata. Cinquemila euro. È la cifra che Walter Biot, capitano di fregata dello Stato maggiore della Marina, aveva in tasca la sera del 30 marzo 2021, quando i carabinieri del Ros lo fermarono mentre consegnava a un funzionario dell’ambasciata russa una scheda di memoria con dentro 181 fotografie di documenti.
Sta scontando venti anni sul binario ordinario e ventinove anni e due mesi su quello militare. Quarantanove anni e due mesi, definitivi. Quattromila euro è invece quanto arrivava, secondo l’accusa, a Gavino Raoul Piras, ex sottufficiale dei carabinieri e poi dell’Aisi, arrestato martedì mattina. Ventimila euro in contanti ritrovati durante la perquisizione.
Il prezzo del segreto di Stato
Ma cosa hanno venduto? Nel processo a Biot c’è una frase della Cassazione sfuggita alle analisi. Per condannare per spionaggio, certifica piazza Cavour, non serve conoscere il contenuto specifico della notizia rivelata: basta accertare che il documento attenga alla forza, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato. Quindi: il danno alla credibilità dei sistemi interni di controllo dei documenti classificati; il danno all’immagine dello Stato italiano nelle relazioni internazionali.
Il denaro, dal punto di vista di chi compra, non è un compenso, ma un amo. Una vecchia tecnica del mestiere: più che l’informazione compri la complicità. Piras, autore di uno studio sull’intelligence russa, quella tecnica la conosceva e, se le accuse verranno confermate, non è stato ingannato.
Che cosa cercava davvero Mosca
Allora che cosa comprava Mosca? Dal 2022 l’Europa ha espulso oltre settecentocinquanta diplomatici russi. Persa la copertura ufficiale, i servizi di Mosca si sono riorganizzati su intermediari, criminalità comune, agenti sacrificabili reclutati su piattaforme anonime per somme modeste. Lo scrive il Congressional Research Service; lo conferma la letteratura sugli agenti di basso livello impiegati in Europa fra il 2022 e il 2025.
Piras, secondo il Ros, era l’unico interlocutore del funzionario russo la cui identità non è stata divulgata. Raccoglieva informazioni attraverso sei fonti, fra cui quattro militari in servizio con incarichi ad alto grado di riservatezza. Un ex ufficiale dell’Aisi con contatti ancora vivi dentro l’Arma e la Difesa, in un Paese dove la residentura ufficiale ha subito un duro colpo. Il Gru non comprava soltanto informazioni, si garantiva un accesso. Per questo la merce era indifferente, e per questo costava poco.
Il caso Piras e le falle italiane
Piras lascia il servizio nel 2012. Vincenzo Di Pasquale, l’altro arrestato, nel 2013. L’indagine del Ros si apre nel maggio 2025. Quando sia cominciato il rapporto con Mosca, le carte finora non lo dicono. È stata l’Aisi ad accorgersi che i russi avevano reclutato un ex agente italiano, pagato per ottenere informazioni classificate sulla produzione industriale nel settore della Difesa. Quindi lo Stato si è accorto della fuga interna di notizie guardando i russi. L’obiettivo di Mosca è stato raggiunto anche in questo caso. Siamo qui, apriamo e chiudiamo la porta quando vogliamo.
Dal caso Metropol agli attacchi cyber
Tra fatti accertati e sospetti l’ingerenza russa all’interno dei nostri confini non è un’ipotesi. Il 27 aprile 2023 il gip di Milano ha archiviato il caso Metropol, dove il sospetto era un finanziamento illecito alla Lega. Il magistrato però ha accertato che la compravendita di petrolio che avrebbe dovuto coprire l’affare non andò mai in porto e alla Lega non arrivò denaro. Mosca non rispose mai alle rogatorie dei magistrati italiani. Anche perché il suo obiettivo era comunque raggiunto: interferire con la politica italiana. Secondo l’inchiesta gli atti erano inequivocabilmente diretti verso l’obiettivo finale di finanziare illecitamente il partito Lega. Va anche detto che il suo leader, Matteo Salvini, non è mai stato indagato. Non rispondendo, la Russia ha garantito che «i fondi russi alla Lega» restassero per sempre un’accusa irrisolta nella politica italiana.
I filorussi di NoName057(16)
Lo stesso taglio corre nel dominio informatico. Nel febbraio 2025 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella pronunciò a Marsiglia un discorso in cui accostava la Russia al Terzo Reich. Il collettivo NoName057(16) lo definisce russofobo e nei giorni successivi manda offline i siti di Intesa Sanpaolo, di Linate e Malpensa, di Leonardo, della Banca d’Italia. Nel 2024, secondo la relazione dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale depositata in Parlamento, l’Italia ha registrato 1.979 eventi cyber e 573 incidenti gravi, con un aumento dell’89 per cento.
I filorussi di NoName057(16) hanno rivendicato almeno cinquecento attacchi DDoS contro portali istituzionali, imprese, infrastrutture strategiche. La stessa Agenzia li definisce dimostrativi. Mandano offline un sito per un pomeriggio, rivendicano su Telegram, arrivano sui giornali entro sera. Nessuno però può attribuirli direttamente alla Federazione russa. Si chiama «perception hacking». Un’operazione il cui prodotto non è l’effetto, ma la percezione dell’effetto. La reazione del bersaglio è l’obiettivo.
Le due Russie
Esistono quindi due Russie in Italia. La prima agisce nella zona grigia dell’influenza: alimenta sospetti, amplifica fratture, colpisce il sostegno italiano all’Ucraina, usa collettivi filorussi per attacchi dimostrativi mai attribuibili direttamente allo Stato. La seconda è più antica e più concreta: recluta, paga, incontra, fotografa documenti, costruisce accessi dentro apparati che dovrebbero restare impermeabili.
La destabilizzazione come strategia
La destabilizzazione non sempre arriva con esplosioni. Arriva anche con cifre ridicole, gesti minimi, segnali ambigui. E funziona proprio perché costringe lo Stato democratico a fare ciò che l’autocrazia non fa mai: spiegare, provare, distinguere, garantire. È lì che la Russia misura il danno. Non in quello che ruba, ma in quello che riesce a farci temere di aver perso.































