Il segretario di Azione Carlo Calenda, in dialogo con l’Altravoce, apre a un nuovo polo centrista
«In politica estera e in Europa non colgo una direzione. Non mi riferisco solo al governo Meloni, ma anche al governo tedesco e a quello francese. Producono solo azioni sottodimensionate. I paesi europei corrono il rischio di finire come le colonie. Non vedo nessun orizzonte che vada oltre la navigazione a vista». Reduce dal dibattito in Senato in vista del Consiglio europeo, Carlo Calenda, segretario di Azione, esprime tutta la sua delusione per la strada imboccata dal governo e dall’opposizione.
Che cosa servirebbe invece?
«Servirebbe impostare le basi del federalismo europeo come è stato fatto negli Stati Uniti d’America. In primo luogo, aumentare le risorse proprie dell’Unione che oggi sono ferme all’1% del pil europeo contro il 23% della spesa federale statunitense. Quindi programmi adeguati di sviluppo e di armamento. Poi l’abolizione del potere di veto. Infine, fare debito comune per trasformare l’euro in una valuta di riserva in grado di competere con il dollaro. L’unica che potrebbe fare queste cose in Europa è proprio Giorgia Meloni, ma non le fa».
Come giudica il campo largo su questi temi?
«Sono solo interessati a fare polemica con Meloni. Come ho detto nel dibattito al Senato, noi siamo lontani e anche un po’ indignati dalle cose che sono state dette alla Camera sulle “ginocchiere”. Sono cose indegne. Il dibattito si dovrebbe svolgere su cose più rilevanti».
Intanto Picierno ha lasciato il Pd e lanciato un movimento con un manifesto dei valori molto simili a quelli di Azione: crescita economica, riforme strutturali, merito, libertà individuale, europeismo pragmatico. Come vede questa iniziativa?
«La vedo molto bene. Ho sentito Pina prima, durante e dopo la sua scelta di uscire. Sono molto contento se vuole condividere con noi un discorso sganciato dai due poli, ma deve essere oltre il bipopulismo».
Il 15 giugno sarete a Milano insieme con Picierno e Marattin. Che cosa vi proponete di fare insieme? Cosa risponde a chi vede solo una sommatoria di partiti personali?
«L’obiettivo è sempre lo stesso: costruire un polo alternativo al bipopulismo con i valori europei come riferimento. Vogliamo un federalismo europeo contro l’ideologia green, capace di mettere al centro gli interessi industriali. Lo diciamo da anni. Non a caso non siamo stati nel Conte 2 né con Meloni».
Tony Blair ha chiesto al partito laburista di realizzare un Centro Radicale. È questo il vostro obiettivo? Vi definite moderati o riformisti?
«Tony Blair non ha più credibilità in Gran Bretagna e neanche in Italia. Dopo la premiership è andato da chi lo pagava meglio ed è stato un protagonista del Board of peace per Gaza, iniziativa inutile. Il nostro lavoro è fare un centro moderato nei valori e risoluto nell’azione come diceva il presidente francese Giscard d’Estaing. Ciò significa innanzitutto essere l’unico partito capace di votare il provvedimento di un avversario se lo ritiene giusto, come abbiamo fatto noi sul nucleare. Significa contrastare il monopolio delle big tech e regolamentare i social. Significa una politica fiscale che tassa allo stesso modo le rendite e il lavoro. Significa fare un’Europa federale armata e indipendente e sostenere l’Ucraina. È un lavoro che nessuno fa oggi. Non basta urlare contro l’avversario, ma serve costruire proposte. Come quella dell’iper ammortamento che abbiamo inserito nell’ultima legge di bilancio».
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Calenda, Marattin, Picierno: chi sarà il leader della “Cosa” centrista?
«La leadership va costruita, non è un casting. Azione sta in piedi da sei anni con duemila amministratori sul territorio. C’è Marattin che si sta radicando. C’è Picierno che muove i primi passi. A un certo punto cercheremo di capire chi prende potenzialmente più voti».
Potreste usare le primarie?
«Non lo so, è tutto prematuro. Lunedì incontrerò Marattin che fino a poco tempo fa diceva che voleva andare da un’altra parte… Ma noi vogliamo evitare situazioni come quelle di Renzi».
Cioè?
«Si va tutti insieme per poi far saltare tutto».
Quindi niente alleanze?
«Non escludo le alleanze né prima né dopo. Ma nessuno dei due poli oggi ha la benché minima congruità. Se resterà tutto così resteremo all’opposizione costruttiva».
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Ultimamente alle amministrative ha sostenuto candidati del centrodestra. Esclude un’intesa a livello nazionale? E se poi schierano anche Vannacci?
«Ho passato la prima parte della legislatura a spiegare che non sto con il campo largo, non vorrei passare la seconda parte della legislatura spiegando che non sto con il centrodestra. Andiamo alle elezioni cercando l’opzione migliore, ma escludo alleanze con fascisti e con estremisti di sinistra».
Continuano gli addii: il Pd riformista è definitivamente scomparso?
«Sì, lo penso da quando hanno sostenuto il Conte 2, rivitalizzando così il M5s. I riformisti nel Pd resteranno una specie protetta ma non conteranno niente. Detto questo, nelle amministrative ci sono a volte candidati riformisti di ottimi livello, come a Brescia e a Bergamo: se sono in gamba li appoggiamo volentieri. Ma a livello nazionale il dialogo non c’è se il Pd mantiene una posizione subordinata al M5s e ad Avs».
Come valuta altre esperienze centriste come quella di Ruffini e di Onorato?
«Il Progetto civico di Onorato è una iniziativa organizzata da Goffredo Bettini per fare una finta gamba centrista. I comunisti hanno sempre tentato questa via: una gamba moderata da controllare. Finirà per contendersi con Renzi lo spazio elettorale di Mastella. Non sono in grado di valutare l’iniziativa di Ruffini: so solo che vuole far parte del campo largo».
Con un intervento di Enrico Cisnetto, l’Altravoce ha lanciato un dibattito sull’Assemblea Costituente: lei che ne pensa?
«È un cosa necessaria, tanto le riforme costituzionali non le farà più nessuno. L’unico modo è istituire una assemblea separata, votata su base proporzionale, i cui componenti non siano eleggibili nella tornata successiva delle politiche. Così avrebbero l’interesse a chiudere una riforma della seconda parte della Costituzione».
Ci sono le condizioni per una simile tregua? O la polarizzazione lo impedisce?
«Oggi le condizioni non ci sono. Forse solo un trauma a livello internazionale potrebbe ricrearle».
Riforma elettorale: si deve fare o no? Le piace la proposta del governo?
«La proposta del governo determinerà coalizioni che non governeranno alcunché. È l’ultimo ansito del bipopulismo. Provocherà larghe astensioni e una campagna allarmista costruita sui rischi per la democrazia. Alla fine alimenterà la domanda di soluzioni autoritarie».
Lei che cosa propone?
«Una legge proporzionale con le preferenze e con il premio al 50,1 per cento, sul modello della legge De Gasperi del 1953».
































