6 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Giu, 2026

Il Pd partito inospitale e le ragioni di Picierno

Il Partito Democratico sembra essere diventato inviso ai suoi stessi ex segretari e a tutti i riformisti che gli orbitano attorno


La prima cosa che ho pensato, appresa la notizia dell’addio di Pina Picierno al Pd è stata: sia lode a Zingaretti. Che c’entra Zingaretti? Sto forse riferendomi alla bella pensata, attribuita alla segretaria Elly Schlein e al suo gruppo dirigente, di sostituire Pina Picierno alla vicepresidenza del Parlamento europeo, secondo una certa prassi in uso a Bruxelles, al giro di metà legislatura, che poi sarebbe la ragione per cui Pina Picierno avrebbe mollato il partito, essendo stata mollata? Per niente affatto: non sono così malevolo.

Lode a Zingaretti

A Nicola Zingaretti ho pensato perché ho dato una ripassata ai segretari del Partito democratico che sono succeduti al primo, l’ormai mitologico Walter Veltroni. Tolte le brevi parentesi e le reggenze – tolti dunque Franceschini, Epifani e Orfini – ho dovuto constatare che due segretari hanno lasciato il Pd (uno per rientrarci poco dopo: Bersani; l’altro è Matteo Renzi) e due hanno lasciato la politica: Maurizio Martina (chi era costui?) e Enrico Letta. Questo è lo stato del principale partito di opposizione nel primo quarto del ventunesimo secolo. L’unico che, dimessosi da segretario, è rimasto nel Pd è l’ottimo Nicola Zingaretti. E dunque: sia lode a lui! Sia lode all’unico segretario che, sia pure vergognandosi del partito che allora guidava (furono parole sue), non lo ha lasciato.

Un partito inospitale

La lode a Zingaretti vuole essere, in realtà, una spinta a riflettere sulla forma partito: quella cosa che, entrata in crisi, ha alimentato per un po’ di anni convegni e dibattiti, e poi neppure quelli, tanto poco valeva spenderci energie. Pina Picierno lascia il Pd perché non c’è, nel Pd, una comunità di iscritti, militanti e simpatizzanti, radicata nella realtà sociale e culturale del Paese, innanzi alla quale condurre la propria battaglia politica e ideale. Il problema non è la dirigenza del Pd, la Schlein o la sua inscalfibile cerchia di fedelissimi.

O meglio: lo è, ma solo perché non esistono più sezioni e congressi in cui contendersi la linea politica. Non ci sono da gran pezza i conventi di Santa Dorotea o le Bolognine dove formare correnti o compiere svolte, non ci sono centri di elaborazione culturale oppure, se ci sono, sono tenuti a debita distanza dai luoghi della decisione politica.

Non ci sono cinghie di trasmissione né collateralismi vari: ci sono invece nicchie e micronicchie, spezzoni di partito, notabili e cordate, e improvvise folate di vento che gonfiano le vele dei leader che, nel tempo di una stagione o due, accumulano e precipitevolissimevolmente consumano il consenso raccolto. Se insomma, quando perdono, a mollare il partito, a considerarlo non più ospitale, non più accogliente, sono addirittura i segretari che quel partito guidavano fino al giorno prima delle dimissioni, come volete che possa restarvi una deputata al parlamento europeo dall’incerto destino?

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I riformisti

Poi c’è una seconda riflessione da fare, così ovvia che rasenta la mera constatazione: il partito democratico di Elly Schlein non è il partito che i riformisti hanno in mente. Non lo è sui temi fiscali, dove torna a baloccarsi con la patrimoniale; non lo è sul bilancio pubblico, su cui conosce un solo modo di agire, l’aumento della spesa; non lo è sui temi dell’energia, dove non ne vuol sapere del nucleare neanche come oggetto di studio; non lo è sui temi del lavoro, dove ha da tempo annunciato che di jobs act e dintorni neanche a parlarne. E così via. E così va via la Picierno.

Le bandiere progressiste

Naturalmente, il partito ha le sue brave bandiere progressiste, e quindi è europeista per definizione (però senza oneri per lo Stato, si dovrebbe aggiungere) ed è a favore dei diritti civili e delle energie rinnovabili, e su questa base pare che si intenda con i Cinque Stelle da una parte e con Avs dall’altra. Ma siccome essere progressisti, secondo il nuovo conio di Giuseppe Conte, celeberrimo studioso di dottrine politiche, non vuol dire affatto essere di sinistra, su cose come la giustizia, l’immigrazione o la sicurezza, si tiene conto delle massime prudenze pentastellate e si vota no al referendum sulla separazione delle carriere, si tempera e sfibra lo ius soli e si rifiuta ogni idea di spendere un solo soldo in più in tema di difesa (l’Ucraina ha dimostrato di sapersi arrangiare).

Questi sono i paletti del campo largo, e tutto quello che non sta dentro questi paletti, e che magari capiterà di dover fare per non perdere del tutto contatto con i partner europei (e non perdere del tutto la faccia), sarà sempre solo controvoglia che lo si farà, cercando di non darlo a vedere, cercando anzi di non darlo nemmeno a capire ai propri stessi elettori.

Tutta colpa di Trump

Basterà? Può darsi di sì. Dopo tutto, l’anno prossimo, a Dio piacendo, ci sarà ancora Trump in giro. Giorgia Meloni ha preso le distanze ma glielo si rinfaccerà lo stesso: è quella, la tua parte. E allora si potrà dire di essere per la pace come valore universale perché è Trump che fomenta le guerre, si potrà dire di essere per l’Europa faro di civiltà e culla del diritto, perché è Trump che vuol spezzare le reni all’Unione europea, e si potrà dire di essere per l’accoglienza e si potrà restare umani, perché è sempre Trump che manda le forze speciali a sparare per le strade delle città americane.

Non che non siano vere le picconate di Trump all’ordine mondiale o l’incrudelimento delle politiche migratorie in America e nel mondo, lo spregio per il diritto internazionale e le politiche protezioniste contro i tradizionali partner commerciali in Occidente, ma nulla di tutto ciò equivale ancora a una politica, nulla di ciò dice che cosa si vuol piantare in questo benedetto campo largo (a parte le bandiere, va da sé).

Un tempo da lupi

Infine. Con quale legge andremo a votare? Non è dato ancora saperlo, ma è pensabile che il centrodestra farà la riforma, e metterà il premio di maggioranza e l’indicazione del nome del capo della coalizione. Ma se ne è già ragionato: che succederà, invece, se il premio non scatta? Nell’intervista rilasciata al Foglio, Pina Picierno assicura che non si tratta di fare un altro partitino, l’ennesimo giocattolo personale di questo o quel leaderino. Meno male.

Ma se l’area riformista è ancora nello stato “fritto misto” qualche domanda bisogna che ce la si faccia comunque, e che se la faccia anche lei. In questo quadro, è difficile leggere la sua uscita dal Pd come un segnale di forza, l’inizio di una progettualità politica, un fattore di aggregazione per costruire quell’area che fa saltare la logica maggioritaria del sistema. Sopra ho messo tutte le ragioni per cui come si fa a dirle che ha fatto male, a salutare i compagni dem, ma ora ho dovuto chiudere con una nota di profondo scetticismo. In bocca al lupo, comunque, anche se è proprio tempo da lupi.

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