21 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Lug, 2026

Iran e Stati Uniti verso la lunga guerra: Washington conta le munizioni

La guerra in Medio Oriente entra in una nuova fase di escalation con Iran e Stati Uniti che si preparano a combattere la “lunga guerra”


La guerra in Medio Oriente non accenna a placarsi e lo scontro tra Iran e Stati Uniti sembra avviarsi verso una fase ancora più complessa. Le forze iraniane continuano a colpire obiettivi militari e infrastrutture strategiche nel Golfo, mentre Donald Trump torna a minacciare nuove operazioni contro Teheran. Al centro della crisi resta lo stretto di Hormuz, il passaggio strategico per il commercio energetico mondiale, ormai trasformato in uno dei principali strumenti di pressione iraniani. Gli analisti descrivono uno scenario di possibile guerra di logoramento, con entrambi gli schieramenti convinti che il tempo possa giocare a proprio favore.

La guerra in Medio Oriente non accenna a placarsi, anzi slitta inesorabilmente verso una nuova escalation. Nella giornata di ieri le forze Pasdaran hanno continuato a martellare obiettivi militari e industriali in Kuwait, dove sono state prese di mira anche le centrali elettriche locali, e in Bahrain, dove gli iraniani hanno rivendicato la distruzione del datacenter qui costruito da Amazon. Teheran ha anche rivendicato nuovi attacchi nello stretto di Hormuz, che hanno mantenuto sigillato il braccio di mare conteso. Il controllo di Hormuz resta uno degli strumenti principali della strategia iraniana.

Trump minaccia nuovi raid contro Teheran

Da parte sua, il presidente americano Donald Trump è tornato a minacciare l’Iran preannunciando nuove ondate di raid e promettendo un attacco diretto contro Pickaxe, il grande sito nucleare sotterraneo dove – secondo l’intelligence israeliana – gli iraniani avrebbero messo al sicuro le proprie strutture atomiche. Trump, infatti, insiste di essere prossimo alla vittoria, dal momento che l’Iran sarebbe prossimo ad arrendersi. Analisti d’intelligence americani hanno riferito al Washington Post in condizione d’anonimato che le previsioni siano in realtà molto più fosche.

I servizi americani prevedono infatti – sulla scorta anche della prima fase della guerra, tra febbraio e giugno – che gli attacchi dell’aviazione e della marina statunitensi non riusciranno a costringere il regime iraniano ad abbandonare le proprie linee rosse in termini di armamenti convenzionali e non e di controllo dello stretto di Hormuz. La prospettiva più probabile è quella di un conflitto senza una svolta decisiva, con continui attacchi ma senza una vittoria definitiva di una delle due parti.

Washington punta sul logoramento economico

La dirigenza iraniana resta concentrata sul mantenere la sopravvivenza della Repubblica Islamica in un contesto di guerra totale contro i propri nemici storici e, in quanto tale, è disposta a sopportare sacrifici economici e militari anche pesanti piuttosto che optare per concessioni ai diktat occidentali. Washington scommette invece che la chiusura di Hormuz e l’interruzione delle esportazioni petrolifere possano pesare sulle casse di Teheran fino a provocarne il collasso economico. Una strategia di pressione che punta a indebolire il fronte interno iraniano.

La strategia adottata dal Pentagono di espandere gradualmente la lista dei propri obiettivi fino a includere infrastrutture civili – ponti, centrali elettriche, strade, tunnel, impianti di desalinizzazione che forniscono acqua potabile – mira a logorare la tenuta sociale iraniana fino a stremare la popolazione sul piano umanitario e indurre così Teheran al compromesso. Una politica già impiegata in altri conflitti, ma la cui efficacia resta tuttavia tutta da dimostrare.

La risposta iraniana: colpire le basi Usa

La contro-strategia iraniana è altrettanto semplice: in primis, distruggere una dopo l’altra tutte le basi americane nella regione. Dopo aver già degradato la rete di radar e strutture di intercettazione presenti nella Penisola Araba, Teheran ha iniziato a prendere di mira le unità militari rimaste scoperte: le basi aeree di Muwaffaq, in Giordania, e al Udeid, in Qatar, per esempio. L’obiettivo è costringere gli Stati Uniti ad arretrare le proprie forze nella regione.

Per l’Iran gli attacchi alle infrastrutture civili rappresentano più un segno di debolezza che di forza da parte americana: non sapendo come neutralizzare le forze armate iraniane, la Casa Bianca se la prende con ponti e acquedotti. Non facendo altro che fornire ai Pasdaran la scusa perfetta per attuare l’altra direttrice della loro strategia: lo strangolamento economico dei Paesi arabi del Golfo, colpevoli ospitare asset militari americani. Il Kuwait è il primo Paese coinvolto in questa nuova fase di pressione.

Hormuz e Mar Rosso, la guerra passa dalle rotte energetiche

In secondo luogo, con la chiusura delle rotte commerciali. Hormuz, certo, ma anche il Mar Rosso dove da ieri è entrato in vigore il blocco navale imposto dagli Houthi contro le navi dirette o provenienti dall’Arabia Saudita: diverse navi hanno già dovuto fare dietrofront, mettendo improvvisamente in dubbio le esportazioni energetiche di Riad verso i mercati asiatici. A lungo andare questa strategia metterà a rischio la tenuta dei Paesi arabi e il loro allineamento con Washington.

La strategia iraniana si struttura in fasi: una volta resa vana la politica di assedio americana e rotto il fronte avversario, con gli arsenali di Washington ormai assottigliati, Teheran potrà anche alzare il livello delle ostilità e dimostrare al mondo l’incapacità americana di assicurare il proprio ombrello ai propri alleati. Un piano che punta a trasformare il conflitto in una sfida di resistenza.

Il dilemma di Trump: compromesso o nuova escalation

Una prospettiva questa di cui i funzionari Usa sono gravemente consapevoli, soprattutto a causa della crescente indisponibilità delle scorte di missili e intercettori anti-aerei. Anche per questo per l’amministrazione Trump si prepara a dover affrontare l’ennesimo dilemma: accettare un compromesso temporaneo, come vorrebbero i Paesi arabi, oppure alzare l’escalation riprendendo le intense campagne di bombardamenti sopra l’Iran viste nella primavera scorsa. La scelta di Washington potrebbe determinare la prossima fase della guerra.

LEGGI La guerra cambia bersaglio: non è più il petrolio la vera arma

La prima opzione appare remota, alla luce del fallimento del memorandum di Islamabad. La seconda non offre grandi prospettive, avendo già dimostrato di non essere in grado di forzare la mano agli Ayatollah. Ma piuttosto che aspettare un’escalation tra qualche mese, quando le proprie forze saranno in una posizione più debole, il tycoon potrebbe decidere ancora una volta di giocarsi tutto e subito. Come a febbraio, nella (pia) speranza che questa volta vada meglio.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA