7 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Lug, 2026

Preferenze, perché dire no alla politica della cooptazione

La recente polemica sulle preferenze che svantaggerebbero le donne impone interrogativi sul ruolo del politico e sul perché le preferenze siano una garanzia di rappresentanza del cittadino


Cinque parlamentari donne hanno firmato un appello contro il voto di preferenza, perché, secondo loro, rappresenterebbe uno svantaggio di genere. Allora, senza scomodare filosofemi imponenti e teorie giuridiche impegnative con richiamo a piè di pagina, proviamo a ragionare col metodo “pane al pane” su come debba essere fatto un “politico” secondo il senso comune. Intanto cerchiamo di capire chi è l’oggetto della nostra attenzione: di chi stiamo parlando?

Chi è il politico

Una volta, diciamo prima dell’avvento di Berlusconi, dire politico significava dire di persona che esercitava quasi professionalmente un’attività che aveva due caratteristiche fondamentali. Una era la competenza, peraltro imposta come esigenza persino dalla Costituzione, con l’articolo 54, laddove si dice che chi esercita una funzione pubblica deve adempierla con “disciplina e onore”: la parola “disciplina” che viene dal latino “discere”, imparare ma anche restituire quel che si è imparato, porta in sé il concetto della necessaria “competenza”. Ma la competenza si completava con una formazione di livello alto nelle scuole di partito e veniva messa alla prova nel necessario cursus honorum che dal livello locale portava a quello nazionale.

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La politica come vocazione

La seconda era l’inevitabile precarietà della rappresentanza, che veniva esercitata sul mandato popolare: non c’era nessuna garanzia che durasse. Si diceva, forse con qualche abuso di enfasi, che la carriera politica implicava un necessario “spirito di servizio”: chi la intraprendeva avrebbe dovuto sapere che non ci sarebbe stata nessuna certezza di poterla continuare e tuttavia avrebbe dovuto affrontarla con la necessaria preparazione e con la consapevolezza di essere un civil servant, un servitore dello Stato che mette le sue competenze a disposizione della collettività. Dunque: un professionista senza garanzie di poter proseguire la sua professione ma impegnato a rappresentare il popolo sovrano per tutta la durata del mandato. Politica come passione e vocazione (Max Weber).

Garantire la rappresentanza

Che significato aveva tutto questo? L’eletto, scelto dai cittadini con l’investitura diretta del voto di preferenza (attenzione: plurimo, per ampliare la scelta e impedire lotte fratricide nelle liste), aveva il dovere di adempiere all’impegno della rappresentanza mantenendo con gli elettori un colloquio continuo per rendere conto del suo operato. In questo quadro, pertanto, nel quale si formò una rappresentanza parlamentare di assoluta qualità, con presenze femminili come quelle di Nilde Iotti e Tina Anselmi (ma non solo loro), tanto per capirci, il Parlamento italiano ebbe la sua stagione migliore, di vero polmone della democrazia che, in forza di una rappresentanza scelta dal popolo, era nelle condizioni di garantire ad ogni eletto quell’autonomia e quella libertà dal mandato imperativo che la Costituzione garantisce con l’articolo 67.

Quantitativamente c’erano meno donne? Vero, ma erano donne che facevano da battistrada per tutte le altre in un contesto storico in cui le parole d’ordine del movimento femminista cominciavano a scalfire il moloch della visione maschilista. Il Parlamento era un passo avanti rispetto alle professioni, all’impresa, e anche all’impiego pubblico.

La cesura di Tangentopoli

Poi la cesura del 1993/1994: l’occasione fu il dramma di Tangentopoli che, per ragioni del tutto incomprensibili, condusse ad idolatrare il sistema maggioritario scomunicando il voto di preferenza. Nacquero le liste bloccate e si esaltò l’uomo solo al comando, mandando in mille pezzi la forma-partito democratica. È l’era berlusconiana, con l’intuizione del tycoon italiano di trasferire in politica il marketing commerciale: pochi slogan bene assestati e assai pervasivi. Da lì non ci siamo più mossi, cambiando soltanto il medium di supporto: un po’ meno le tv, parecchio di più le piattaforme digitali, in attesa dell’intelligenza artificiale.

Una cosa è rimasta, però, costante negli ultimi 32 anni: l’ordinamento elettorale italiano, che dappertutto – Comune, Regione, Parlamento europeo – prevede il voto di preferenza. L’unico innesto è stato l’obbligo del secondo voto di genere. Perché mai, allora, ciò che è accolto in tutti i livelli elettorali italiani, arrivati alla soglia delle Camere, non va più bene? Forse che una candidata al Parlamento europeo possa contare su una strada spianata che l’eventuale preferenza per la candidata alla Camera italiana negherebbe? Mi permetto dire: suvvia…

L’unica domanda da porsi è questa: che significa rappresentanza, oggi? Rispondere al compilatore delle liste o al popolo che ti sceglie? La politica vera o quella fiction che si celebra con le cooptazioni saranno della scelta delle preferenze o della prosecuzione dell’anomalia.

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