Il costo della vita, la guerra con l’Iran e il malcontento per le politiche della Casa Bianca spingono gli elettori verso i Democratici. Il 60% di chi ha votato disapprova il presidente. Non bastano ai Repubblicani 5,45 miliardi di dollari in pubblicità elettorale. E ora Trump promette di usare il veto contro il nuovo Congresso
SPECIALE MIDTERM USA 2026 – GLI ARTICOLI
Gli americani hanno votato contro il presidente, contro le sue scelte economiche e contro una guerra con l’Iran che non hanno voluto, scelto, meno che mai capito. I Democratici conquistano Camera e Senato, ma è il malcontento che ha attraversato l’America a togliere ai i Repubblicani una base di consenso solida.
Il Washington Post parla di una bocciatura di dimensioni storiche, paragonabile per portata politica a quella subita dai Repubblicani nel 1974, dopo lo scandalo Watergate. Stavolta, però, al centro della protesta degli elettori non c’è un singolo scandalo. C’è il bilancio del secondo mandato di Trump.
Il 60% degli elettori boccia Trump
Secondo i dati preliminari del NORC Civic Health & Elections Project, citati dal Wp, il 60% degli elettori che hanno partecipato al voto disapprova l’operato del presidente. Tra questi, l’81% ha scelto candidati democratici.
La questione economica ha pesato soprattutto sulla percezione delle condizioni di vita delle famiglie americane.
Soltanto il 12% degli intervistati ha dichiarato che la propria famiglia sta migliorando economicamente, mentre il 29% ha affermato di trovarsi in una situazione peggiore. Il costo della vita, la sanità e la guerra con l’Iran sono risultati tra i temi principali indicati dagli elettori.
Trump aveva costruito una parte importante del proprio consenso sulla promessa di riportare prosperità e sicurezza economica. Ma poi ci sono stati i dazi, l’inflazione e l’aumento delle spese quotidiane.
Già a ottobre, un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos aveva registrato un indice di gradimento del presidente sceso al 33%. Circa tre americani su quattro esprimevano insoddisfazione per la sua gestione dell’inflazione e del costo della vita. Il 72% riteneva che il Paese stesse andando nella direzione sbagliata.
Dai giovani ai latinos, il consenso cambia direzione
La sconfitta repubblicana non si spiega soltanto con la mobilitazione dell’elettorato democratico. Secondo gli exit poll condotti per l’Associated Press e le principali reti televisive americane, rispetto alle presidenziali del 2024 si sono registrati spostamenti a doppia cifra verso i Democratici tra gli elettori latinos, i cattolici e gli under 30.
Sono gruppi sociali molto diversi tra loro: una parte del consenso che aveva sostenuto Trump due anni fa non ha seguito il Partito repubblicano alle elezioni di metà mandato.
A questo si aggiunge un altro elemento. I dati preliminari sull’affluenza indicano una minore partecipazione degli elettori repubblicani rispetto al 2024. Il partito ha dunque subito una doppia difficoltà: recuperare gli elettori delusi e riportare alle urne quelli che avevano sostenuto il presidente.
Il risultato è stato particolarmente evidente nei territori conservatori. In Texas i Democratici hanno conquistato sia il seggio al Senato sia il governatorato, mentre in Kansas è stato eletto un senatore democratico per la prima volta dal 1932.
La guerra con l’Iran diventa un problema elettorale
La guerra contro l’Iran, iniziata a febbraio, ha rappresentato uno dei principali punti di vulnerabilità politica per la Casa Bianca.
Durante la campagna elettorale, diversi candidati repubblicani hanno cercato di prendere le distanze da Trump proprio su dazi e conflitto. Il presidente ha sempre insistito sul buon andamento dell’economia americana, rivendicando i risultati delle proprie politiche.
Per i Democratici, collegare il malessere delle famiglie alle scelte del presidente è diventato uno degli strumenti centrali della campagna. La promessa di esercitare un maggiore controllo sull’amministrazione ha rafforzato il messaggio dell’opposizione.
La campagna più costosa della storia
Secondo AdImpact, società specializzata nel monitoraggio della pubblicità politica, le Midterm Usa 2026 sono state le elezioni più costose della storia americana, superando anche precedenti tornate presidenziali.
I Repubblicani hanno investito circa 5,45 miliardi di dollari in pubblicità televisiva, radiofonica e digitale. I Democratici si sono fermati a circa 5,02 miliardi.
A questi numeri si aggiungono almeno 380 milioni di dollari immessi nelle competizioni elettorali dai super PAC legati a Trump e oltre 400 milioni riconducibili a Elon Musk.
La sola sfida per il Senato in Texas tra James Talarico e Ken Paxton ha superato i 500 milioni di dollari di spesa, diventando, secondo AdImpact, la competizione non presidenziale più costosa di sempre.
Trump prende le distanze dalla sconfitta
Nelle ultime settimane Trump aveva moltiplicato i comizi, soprattutto negli Stati conservatori, chiedendo ai propri sostenitori di comportarsi come se fosse lui stesso candidato.
Negli ultimi due mesi ha ripetuto più di quaranta volte l’invito a immaginarlo sulla scheda elettorale. Una scelta che aveva trasformato le elezioni di metà mandato in un referendum sulla sua presidenza.
Quando i risultati hanno cominciato a delineare la vittoria democratica, però, la Casa Bianca ha cambiato registro.
Trump ha ribadito la stessa distinzione su Truth Social, sostenendo che, se fosse stato sulla scheda, avrebbe vinto con un margine schiacciante.
Ora il Congresso può indagare sulla Casa Bianca
La conquista democratica di Camera e Senato cambia gli equilibri istituzionali degli ultimi due anni del mandato presidenziale.
Il nuovo Congresso potrà ostacolare l’agenda legislativa della Casa Bianca, esercitare il controllo parlamentare e avviare indagini sull’operato dell’amministrazione.
Robert Garcia, esponente democratico della commissione di Vigilanza della Camera, ha già indicato alcuni dei possibili fronti d’inchiesta: gli affari della famiglia Trump, le politiche di contrasto all’immigrazione e la gestione dei documenti relativi a Jeffrey Epstein.
Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha interpretato il voto come una richiesta di cambiamento profondo, riconoscendo che il partito dovrà ora dimostrare di saper offrire risposte concrete.
Trump, intanto, prepara la propria linea di difesa istituzionale. In una conversazione telefonica con CBS News ha rivendicato il potere di veto presidenziale, presentandolo come uno strumento per costringere i Democratici a negoziare. La prospettiva è quella di due anni di confronto serrato tra una Casa Bianca repubblicana e un Congresso controllato dall’opposizione.

Il voto del 3 novembre non ha soltanto modificato i rapporti di forza a Washington. Ha mostrato che la capacità di Trump di mobilitare il proprio elettorato non garantisce più, da sola, la vittoria del suo partito. E ha affidato ai Democratici una responsabilità nuova: trasformare il voto di protesta in un’alternativa politica capace di durare oltre la notte elettorale.

































